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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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Con la sollevazione cilena, contro il capitalismo

Inserito da on 2 Novembre 2019 – 14:47

la tua repressione alimenta la nostra rivoluzione” (da un manifesto in corteo).

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa dei proletari, che hanno visto ridotti salari e pensioni.

L’aumento del biglietto dei trasporti urbani è stata l’ultima goccia che ha fatto esplodere un malessere e una rabbia sociale accumulati negli anni, e che sta portando molti dei milioni scesi in piazza, soprattutto tra i giovani, a mettere in discussione non solo il sistema politico, ma anche il sistema sociale, il capitalismo.

Per questo la sollevazione cilena deve essere seguita con attenzione dagli internazionalisti, perché mostra come il populismo interclassista non sia l’unico esito possibile delle crescenti contraddizioni sociali nel nuovo secolo, ma può, come all’inizio del secolo scorso, aprire la strada a rivoluzioni proletarie per il socialismo.

Pubblichiamo qui due articoli, uno sul mito del miracolo economico cileno, l’altro, dei compagni del Cuneo Rosso, con riflessioni politiche che condividiamo a commento degli eventi cileni.

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IL MITO DEL MIRACOLO ECONOMICO CILENO

Il Cile è stato la culla e il laboratorio del neoliberismo della scuola di Chicago.

La rivolta in corso in Cile in queste settimane segna il fallimento di oltre 4 decenni di neoliberismo e la messa in discussione dello stesso sistema capitalistico.

Dalla dittatura di Pinochet il piano economico neoliberista si è dispiegato nelle sue forme canoniche, con esiti drammatici per la classe lavoratrice e gli strati inferiori della popolazione. Solo con il concorso di un potente apparato repressivo ha potuto affermarsi fino ai nostri giorni, nel susseguirsi indistinto di governi democratici di destra e di sinistra.

Da dove nasce la rivolta popolare cilena di oggi? Da quale frattura sociale è stata provocata? Cosa nasconde il miracolo cileno?

Dal 1990 al 2017, anni della transizione democratica del paese, la popolazione è aumentata da 13 a 17 milioni di persone, il PIL è cresciuto del 748% (280 miliardi di $) e il PIL pro-capite è passato da 4500 a 23500 $, attualmente il maggiore dell’America Latina. Il trauma dell’inflazione è rimasto solo un ricordo e le crisi esterne (1998, 2008) non hanno provocato grandi danni. La povertà ufficiale si è ridotta dal 38,8% (1990) al 14,4% (2015) ed è emersa una nuova classe media.

Sono questi i dati che espone il miracolo cileno: stabilità politica, crescita economica e progresso sociale, a supporto e conferma che esiste un solo sistema sociale che garantisce benessere e sviluppo e che l’alternativa neoliberista è reale e desiderabile. Governi come quello argentino e brasiliano ne stanno copiando il modello.

La crisi, lo shock economico, il miracolo

La dittatura ha posto le basi di questo impianto neoliberista espandendo la modernizzazione capitalista e modificando qualitativamente la struttura socioeconomica e la relazione capitale/lavoro del paese.

Il piano economico dei Chicago Boys, fatto proprio dai ministri della dittatura, dal ’78 viene approfondito in un ‘piano di recupero economico’. Si avvia una riduzione drastica delle spese sociali, eliminando servizi pubblici, spese per la salute, per l’educazione, per la casa. Si procede a privatizzazioni su larga scala (più di 500 tra le imprese statali, solo la produzione di rame viene mantenuta pubblica), all’apertura commerciale e alla liberalizzazione finanziaria. L’impulso alle importazioni porta al collasso la produzione interna.

Nella sfera sociale si interviene con:

– un Piano del Lavoro, che tenta di disarticolare per legge i lavoratori e le organizzazioni sindacali mutando le relazioni di lavoro a favore del capitale, permettendo solo sindacati piccoli e di nessun peso, negoziati limitati e una forte limitazione al diritto di sciopero;

– una riforma previdenziale che sostituisca il sistema a ripartizione con quello a capitalizzazione individuale (modello oggi applicato alla lettera dalla riforma brasiliana recentemente approvata), basato su Amministratori di Fondi Pensione, cioè imprese private che drenano dai salari dei lavoratori enormi ricchezze per finanziare i loro propri affari. I guadagni finiranno nelle tasche degli azionisti degli AFP; le perdite getteranno sul lastrico i lavoratori;

-una riforma sanitaria in cui le risorse statali vengono convogliate nel settore privato; ancor oggi la sanità pubblica è a pagamento e se un malato riesce a guarire con le cure, sicuramente si troverà con un enorme debito da pagare negli anni successivi;

-una riforma scolastica che privatizza quasi completamente l’educazione.

La manovra economica si orienta verso una massiccia apertura al capitale internazionale (è il caso soprattutto dei capitali nordamericani, grazie all’abolizione di Reagan dei dazi all’importazione dal Cile), verso privatizzazioni senza precedenti ed un saccheggio delle principali risorse strategiche nazionali.

Il Cile diviene una grande ZES (zona economica speciale), dove le aziende hanno la totale libertà di assumere o licenziare, ogni reazione sociale è schiacciata e decapitati i leader della sinistra politica e sindacale (quasi 1000 desaparecidos).

Vengono privatizzati persino i bus di Santiago, i cui autisti sono pagati a cottimo; privatizzate le farmacie, che si fanno concorrenza con offerte speciali sui medicinali; persino abolite le etichette degli ingredienti di bevande e alimentari, per non alterare la concorrenza.

Nel 1982 il paese deve affrontare la più profonda crisi economica degli ultimi decenni, aggravata dalla crisi internazionale del debito. Il PIL cade nel solo primo anno del 14,3%, la disoccupazione fa un balzo al 30%, la povertà supera il 45%, le principali banche falliscono.

Il regime reagisce rinnegando il piano neoliberista, espellendo dal governo gli esponenti della scuola di Chicago, ed avviando un ciclo di nazionalizzazioni e rinazionalizzazioni di istituti e attività produttive che già lo erano stati sotto il governo Allende. Svalorizza il peso del 18%, mentre salva il sistema bancario privato nazionalizzando il debito (nel 1987 il debito è l’86% del PIL).

Il proletariato cileno, già schiacciato dal giogo del libero mercato, pagherà questa svolta statalizzatrice con il 35% del PIL, ancora disoccupazione, bassi salari, pensioni miserabili, un controllo e repressione asfissianti.

Dal 1984 la crisi si ritiene superata, il governo si pone l’obbiettivo di rilanciare l’economia tornando ai dettami del libero mercato, privatizza ciò che aveva nazionalizzato e riprende le linee neoliberiste di politica economica.

Negli anni ’90 l’economia riprende vigore (tra il 1990 e il 1997 il PIL cresce in media del 7,7%), ma non è un miracolo, bensì una catastrofe per il proletariato cileno. Dal ‘78 all’89, che sia forza-lavoro di un sistema economico neoliberista o forza-lavoro di un capitalismo di stato, le sue condizioni di vita subiscono un costante tracollo.

Rendimento, apertura commerciale e concentrazione economica

Dopo Pinochet il modello neoliberista subisce solo qualche aggiustamento marginale e si mantiene senza incontrare resistenze, approfittando di una ‘rendita democratica’, di una memoria del recente passato che mette da parte lotte e rivendicazioni sociali.

L’economia cilena si basa su due centri di accumulazione capitalistica: i profitti dall’attività estrattiva e l’alto tasso di sfruttamento della forza-lavoro. E’ fortemente export oriented, basata su settori a basso valore aggiunto come beni alimentari e materie prime, in cui la competizione si gioca sul costo del lavoro. Il rame e le risorse estrattive (il litio ad esempio), un quinto della produzione totale del paese, rappresentano quasi la metà delle esportazioni.

La resa economica delle 10 grandi imprese minerarie private è stata, tra il 2005 e il 2014, di 120 miliardi di $, cioè più di 10 miliardi di profitti annuali. Circa il 71% della produzione è in mani private. Tra queste imprese, la maggioranza è a capitale straniero: BHP Billiton o AngloAmerican; ma sono presenti anche grossi gruppi nazionali come Luksic e Antofagasta Minerals.

Le risorse marine sono in mano a 7 famiglie; le foreste in mano ai gruppi Matte e Angelini, che controllano l’industria e l’esportazione del legname.

L’apertura economica del Cile si traduce in 26 Trattati di Libero Commercio ed è rivolta principalmente verso la Cina, gli USA, l’Europa e l’America Latina. Riguarda soprattutto rame e minerali, legno e cellulosa, salmone, frutta e vino.

Il Cile importa beni di consumo e macchinari, da cui è totalmente dipendente, da Cina, Europa e USA. Le importazioni assorbono il 25% del PIL. Grazie al DL 600/74, che ha stabilito le misure per attrarre investimenti esteri, gli investimenti complessivi del paese dipendono dal capitale straniero e si suddividono per un terzo in attività estrattiva e un terzo in servizi finanziari. In quest’ultimo caso il capitale straniero controlla quasi il 50% del sistema bancario, a capo del quale sta la banca spagnola Santander (20% del mercato finanziario). I principali gruppi nazionali sono i privati BCI e Banco de Chile.

Le risorse naturali non sono sottoposte a libera concorrenza ma gestite da un pugno di monopoli o oligopoli che dipendono dal finanziamento di grandi corporazioni straniere; queste impongono prezzi e agiscono favorendo le proprie esportazioni.

Benché la bilancia commerciale non sia deficitaria, l’estrema dipendenza da una determinata materia prima e dagli Investimenti Esteri Diretti rendono il Cile un paese suscettibile ai colpi e alle fluttuazioni dell’economia mondiale.

Salario, povertà, diseguaglianza

Il secondo pilastro dell’accumulazione capitalistica cilena è l’elevato tasso di sfruttamento della forza-lavoro. Dal 1998 la produttività del lavoro è cresciuta del 90% mentre i salari reali sono aumentati del 20%.

7 lavoratori su 10 ricevono un salario inferiore a 550.000 pesos (660 euro).

Nelle miniere di rame, luogo di punta della valorizzazione del capitale, i minatori subiscono condizioni lavorative durissime; si ammalano per l’ambiente insalubre e la durezza del lavoro, ma patiscono anche la lontananza da casa, dato che lavorano su turni di 10 giorni di lavoro e 10 giorni di riposo. I salari sono però troppo bassi per sostentare le famiglie, per questo sono costretti a trovare altri lavori nei 10 gg in cui dovrebbero riposare.

Le pensioni sono miserabili. Circa il 50% dei pensionati riceve una somma inferiore a 170.000 pesos (204 euro), meno del 30% del loro salario medio. La riforma sta lasciando dietro di sé una scia di povertà e suicidi di persone anziane che sono in continua crescita.

L’accesso al consumo passa attraverso l’indebitamento del proletariato.

Il 70% delle famiglie è indebitato. Il debito totale delle famiglie intacca il 71,1% del loro reddito medio. Ogni 10 pesos di reddito familiare 7 sono per i debiti. Solo di carichi finanziari (pagamento di interessi e ammortamento) si consuma il 25% del reddito. Il credito ipotecario assorbe quasi il 38% del debito familiare, il credito al consumo il 18,2%.

Nel giugno 2018 sono stati registrati 4,48 milioni di debitori inadempienti. Il 21% dei giovani tra i 18 e i 29 anni sono indebitati, principalmente per il sostegno delle spese scolastiche. L’università pubblica ancor oggi è a pagamento e può costare più di un’università privata; uno studente che ha terminato gli studi può impiegare 10-15 anni a pagare i debiti contratti.

Il tentativo di distruggere il movimento operaio e sindacale

Per mantenere una forza-lavoro assoggettata a tali condizioni è necessario polverizzare e sterilizzare l’organizzazione sindacale ed operaia.

Il Piano del Lavoro, creato da José Piñera, deve rispondere a queste domande: come fare perché esista un diritto del lavoro con sindacati, contrattazioni e scioperi privi di forza ed efficacia? Perché esistano formalmente ma non in pratica?

Si risponde favorendo la formazione di sindacati e trattative dipendenti dall’impresa, istituendo ‘gruppi di negoziazione’ che siano una forza parallela a quella sindacale; e moltiplicando il numero di organizzazioni sindacali. All’interno di una miniera, ad esempio, possono coesistere 20 o 30 sindacati. Vengono esclusi grandi settori lavorativi dalla contrattazione collettiva, come i dipendenti pubblici e gli insegnanti. Il diritto di sciopero è fortemente compresso, impedito per lavori di pubblica utilità, per lavori la cui paralisi danneggerebbe seriamente la salute pubblica, l’economia, l’approvvigionamento, la sicurezza nazionale (DL 2758, art.6). Oggi solo l’8% dei lavoratori ha diritto alla contrattazione collettiva.

Il risultato di tutto questo è che i padroni fanno quello che vogliono. Scarsa è la possibilità di reazione dei lavoratori e se ci sono sindacati forti, sono in mano a burocrati che difendono più i padroni che i lavoratori.

Il Piano del Lavoro ha imposto inoltre ai sindacati la completa spoliticizzazione e l’autonomia da ‘interessi esterni’. Ancora oggi ai leader sindacali è impedita la candidatura elettorale.

A questo pacchetto di leggi è seguita la brutale repressione di uno dei più avanzati movimenti operai dell’America Latina, di cui si ricordano le occupazioni delle fabbriche, più di 500 dopo il golpe del ’73.

Chi trasse beneficio dal miracolo cileno?

Prima di tutto le grandi imprese multinazionali del rame (il Cile è il maggior produttore di rame al mondo), i cui guadagni rappresentano il saccheggio più grande del paese; ma anche gruppi economici nazionali e altri che fecero fortuna dopo la dittatura militare; e gruppi sorti con l’apertura commerciale dei TLC (Trattati di Libero Commercio) post-2000, rappresentati da tre famiglie: Angelini, Matte e Luksic, che controllano metà dei titoli di borsa di Santiago e il cui patrimonio è il 12,5% del PIL.

Il Cile è il paese più diseguale tra i membri dell’OCSE, con un indice Gini di 0,5. Dall’8a Relazione sulla Ricchezza Mondiale del 2017 si legge che su 13 milioni di abitanti adulti, 57000 persone possiedono più di un milione di $. Circa 79000 cileni fanno parte dell’1% più ricco del mondo, mentre il 70% dei lavoratori hanno salari inferiori ai 400.000 pesos (480 euro), al di sotto del paniere familiare, e più di un milione di pensionati ricevono somme inferiori a 140.000 pesos (168 euro).

Il “miracolo” non tocca tutti.

E’ sicuramente un paradiso per i profitti del capitale.

Ma forse oggi il miracolo è finito.

 

Fonti: Esquerda Diário 24/10/19

Sito PSTU 21/10/19

il Manifesto 29/10/19

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NOTA: le fonti dei dati espressi sono specificate negli articoli originali

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La grandissima sollevazione cilena

ha un significato internazionale

La magnifica sollevazione di massa in Cile è ancora a metà del guado – sia Piñera che i militari torturatori sono ancora lì! -, ma ha già assunto un valore mondiale. Perché proprio in Cile ha preso avvio 46 anni fa il lungo ciclo “neo-liberista” globale, l’ininterrotta offensiva con cui la classe capitalistica ha aggredito il proletariato industriale e via via in progress l’intero campo delle classi non sfruttatrici. Nel 1973 l’avvento della dittatura militare stroncò nel sangue l’esperienza riformista di Allende e spianò la strada alle controriforme “neo-liberiste” del diritto del lavoro, delle pensioni, dei servizi sociali, della scuola, dei trasporti, dell’energia, dell’acqua, della sanità. In totale: una brutale svalorizzazione della forza-lavoro, la sua torchiatura all’estremo, lo smantellamento dei diritti e delle organizzazioni operaie. Per questa via il Cile è diventato, prima con Pinochet, poi con i suoi successori di centro-sinistra (Alwin, Frei, Lagos, Bachelet) e di centro-destra (Piñera) uno dei paesi-vetrina dei miracoli del modello di sviluppo “neo-liberista” – per i suoi tassi di sviluppo (di sviluppo dei profitti), per i bassi indici di disoccupazione, per la riduzione della povertà e altre frodi statistiche del genere. Il risultato sociale di questo prodigio è ora sotto gli occhi del mondo intero. Prima la rivolta dei giovani contro il ventesimo aumento del biglietto del metro in 12 anni; poi una montante mobilitazione di massa contro lo stato di guerra decretato da Piñera; infine due giorni di sciopero generale con manifestazioni oceaniche a Santiago e in tutte le principali città cilene, al grido di “Fuera Piñera y fuera los milicos”, “Abajo el estado de emergencia”.

È crollato così, in sette giorni, il castello di menzogne sul Cile oasi di benessere, pace e stabilità istituzionale nel mare agitato dell’America Latina. Al contrario, le caldissime piazze cilene incitano i proletari e le proletarie di tutto il continente a presentare il conto ai rispettivi regimi democratici. E le onde di questo terremoto sociale e politico arrivano a Washington e a Wall Street ma anche nelle borse e nelle banche europee, che ingrassano dei profitti estratti dal sottosuolo e dal lavoro sud-americano. Il velo sull'”isola felice” è definitivamente squarciato. “No son 30 pesos, son 30 años“: i 30 pesos sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle rinunce, delle privazioni, dei soprusi, delle tassazioni riempito in 30 anni in cui il ritorno alla democrazia – dopo la fine di Pinochet – ha appena appena limato gli aspetti più estremi delle controriforme del generale e dei suoi soprastanti economici, noti come Chicago boys. Supersfruttamento del lavoro, lunghi orari, bassi salari  – salario medio tra i 400 e i 500 euro – garantiti dagli ostacoli posti al diritto di sciopero e dall’assenza di contratti collettivi. Alto costo della vita (+150% negli ultimi dieci anni), con i soli trasporti privatizzati che mangiano il 15% dei salari. Privatizzazione integrale delle risorse naturali, inclusa l’acqua (caso forse unico nel mondo). Totale privatizzazione delle pensioni, che ammontano al 30-40% dell’ultimo salario. Smantellamento di istruzione e sanità pubblici; enormi costi dell’istruzione e della sanità private, con migliaia di persone che muoiono ogni anno in attesa di accedere alle cure mediche. Detassazioni a raffica per le multinazionali da un lato, pesanti imposte sui consumi e i servizi per la massa della popolazione dall’altro. Sfacciato favoritismo pro-élite del sistema amministrativo e giudiziario con ricorrenti amnistie fiscali per i grandi evasori (uno dei quali è proprio Piñera) e pene simboliche per altre spettacolari forme di illegalità da colletti bianchi (frodi, corruzione di ministri e alti funzionari). Insomma: il trionfo delle ricette del FMI e della Banca mondiale, con una polarizzazione sociale tra le più acute del mondo. Per le famiglie dei lavoratori una sola via obbligata: rompersi la schiena e i nervi di fatica, e indebitarsi, indebitarsi, indebitarsi11 milioni di cileni indebitati o ultra-indebitati su 18! E poi ancora, in un circolo vizioso, rompersi la schiena e i nervi di fatica per uscire, o cercare di uscire, dall’indebitamento privato. Ché di uscire da quello pubblico non se ne parla neppure, essendo – come disse Marx – un intoccabile privilegio del “popolo” pagarlo. Il tutto con effetti cumulativi sempre più insostenibili, per lunghissimi 30 anni di strapotere degli sfruttatori nei luoghi di lavoro.

I sette giorni che hanno sconvolto il Cile sono lo sbocco di questa ininterrotta tortura capitalistica di massa. I processi storici hanno tempi incredibilmente lunghi se rapportati alle vite individuali, e incredibilmente brevi se rapportati alla radicalità dei cambiamenti che sono in grado di produrre. Sempre e comunque non prevedibili, né dai poteri costituiti, né da noi rivoluzionari. Di sicuro la forza e la furia dei dimostranti cileni è stata proporzionale ai dolori sociali provati prima sotto la dittatura militare, poi sotto il regime parlamentare, macchina politica al servizio delle multinazionali che spadroneggiano in Cile da mezzo secolo. La scintilla è partita dagli studenti, protagonisti già nel 2006 e nel 2011 di forti lotte contro la privatizzazione dell’istruzione, che hanno attuato lo sciopero dei biglietti della metro e messo fuori uso più di 40 stazioni, mentre anche la sede dell’Enel e un centinaio di supermercati Wal-Mart venivano dati alle fiamme o saccheggiati. Il moto di protesta è spontaneamente dilagato quando contro gli studenti e i cortei che hanno invaso le città l’incredulo Piñera, contando sull’arma intimidatrice del terrorismo di stato, ha decretato lo stato di emergenza, sguinzagliando ovunque esercito e polizia con licenza di uccidere. Sennonché le decine di morti, le migliaia e migliaia di arrestati e feriti, la ricomparsa delle torture e degli stupri nelle caserme e nei sottoscala della metro, la dichiarazione di guerra del governo con tanto di elicotteri, lacrimogeni, cannoni ad acqua, e dei mass media scatenati nel criminalizzare il movimento, sono stati altrettanta benzina sul fuoco. E quando sono scesi in campo i minatori di Escondida, la più grande miniera di rame del mondo di proprietà del colosso anglo-australiano Bhp, quelli di Codelco-Chile, i portuali e i lavoratori degli aeroporti, i due settori strategici della produzione e della circolazione del capitale in Cile, il terreno era ormai pronto per lo sciopero generale di impressionante ampiezza dei giorni 23 e 24 ottobre. Da Santiago a Concepción, da Viña del Mar a Valparaiso ad Antofagasta, da Arica a Punta Arenas, il processo di accumulazione di profitti si è totalmente fermato. Nello stesso tempo, nella “regione più tranquilla del Sud America” si è messo in movimento un oceano di oltre due milioni e mezzo di dimostranti che ha sommerso le piazze facendo riscoprire alla classe lavoratrice (nell’accezione più larga e complessa del termine) la sua enorme potenza. Finalmente la lotta di classe “dal basso” dopo decenni di lotta di classe “dall’alto”! È l’ultimo, e il più interessante, dei miracoli del “neo-liberismo”.

Lo sciopero generale è stata la risposta del movimento di massa alle prime furbe avances di Piñera, partite con il blocco degli aumenti delle tariffe, e proseguite con ulteriori proposte di concessione alla piazza: l’aumento del 20% delle pensioni minime (che partono da 136 euro…), la fissazione del salario minimo a 400 euro (con un contributo dello stato alle imprese che pagano i propri salariati meno di 400 euro…), misure per ridurre il prezzo dei medicinali, la riduzione degli stipendi dei parlamentari e una vaga promessa di maggiori tasse sui più abbienti. Il tutto condito con l’esilarante formula di moda di chiedere perdono per non aver riconosciuto l’ampiezza delle disuguaglianze e degli abusi, e l’appello alle forze di governo (Democrazia cristiana, Partito per la democrazia, Partito radicale, Vamos) e di opposizione (Partito socialista, Partito comunista, Frente amplio) a formulare di comune accordo un nuovo patto sociale. Un mix di briciole e di demagogia, ma – al di là dell’apparenza – la rinnovata applicazione del dogma “neo-liberista” per cui lo stato deve sovvenzionare le imprese, e il conto salato, con l’aumento del debito di stato, va presentato alle classi lavoratrici.

Dopo lo sciopero generale, Piñera ha dovuto fare un altro passo ancora promettendo di cambiare il proprio governo (il Cile è repubblica presidenziale) e ventilando di cancellare il prima possibile, non appena ritornerà la calma, lo stato di emergenza. Il suo ministro degli interni, il pinochettista Chadwick, regista delle infami brutalità compiute nella scorsa settimana, si è pure congratulato con “la splendida manifestazione pacifica” del 25 ottobre con la quale, a suo dire, “prendono fine le manifestazioni in tutto il paese”. Ma sarà davvero così? Qui si prospetta per la classe lavoratrice e il movimento popolare di questi giorni, un passaggio difficile, e non scontato. Perché l’opposizione parlamentare di sinistra, che pure non ha avuto alcun ruolo nell’avvio e nella generalizzazione della lotta, sta dandosi da fare, invece, per cercare di far rientrare nel gioco parlamentare una crisi sociale e politica tutta extra-parlamentare. E non è detto, anzi!, che non trovi una sponda nelle burocrazie sindacali che si sono viste costrette dalla pressione delle piazze a decretare e organizzare lo sciopero generale, ma non hanno intenzione di portare la lotta alle sue naturali conseguenze immediate: la caduta di Piñera.

La manovra del centro-destra al governo, per quanto goffa, non manca di abilità nel tenere sempre aperta, e minacciosa, la via della violenza di stato contro coloro che dovessero spingere nel senso della prosecuzione e radicalizzazione del moto di protesta, mentre nel contempo porge la mano a settori di essa con piccole concessioni che possono, però, apparire l’inizio di un progressivo cambiamento in meglio della situazione. Data l’altissima posta in gioco – il Cile è, per le istituzioni del capitale finanziario e per i gringos, il paese vetrina del Sud America – alla cricca di Piñera non mancheranno i consigli degli specialisti di primo livello del controllo e della repressione globali, come alla cricca di Pinochet non mancarono quelli dei Kissinger e dei Friedman. E non manca, anzi l’ha già ricevuta, la disponibilità a collaborare alla normalizzazione della situazione sia dei partiti del centro-sinistra che hanno a lungo governato il Cile, sia del neo-eletto presidente argentino Fernandes, con cui ha scambiato calorosi messaggi. Per impedire che le manovre di divisione e diversione fiacchino la lotta, al movimento di massa non sarà più sufficiente lo straordinario impeto degli scorsi giorni; servirà maturare in fretta una capacità di ragionamento sul piano strategico e tattico all’altezza del momento e una corrispondente capacità di organizzarsi sul piano politico.

Il primo segnale giunto da Viña del Mar e Valparaiso domenica 27 ottobre è più che valido: 60.000 dimostranti, secondo “La Izquierda Diario”, hanno marciato verso la sede del Congresso nazionale (parlamento) al grido di “Fuera Piñera” e “Nuestros muertos no se negocian” per ribadire il no ai negoziati e la continuazione della lotta – accolti doverosamente da gas lacrimogeni e idranti dei carabineros per impedirgli di arrivare al palazzo dello screditatissimo parlamento (questo perché lo stato di emergenza era concluso…). Altrettanto importante la giornata di lotta di lunedì 28 ottobre a Santiago con decine di migliaia di giovani, donne e lavoratori a fronteggiare la repressione pur di respingere senza esitazioni il rimpasto di governo deciso da Piñera – un mero cambiamento cosmetico (una fantochada) con ministri più giovani e di sesso femminile a fare da specchietti per le allodole, ma senza alcun cambiamento sostanziale di politica. In un’assemblea straordinaria, le due principali organizzazioni dei portuali si sono pronunciate per continuare la lotta fino alla cacciata di Piñera, come hanno fatto anche il Comitato di emergenza di Antofagasta e l’Assemblea cittadina di Arica. Da più parti viene la spinta ad organizzarsi meglio poiché la formale revoca dello stato di emergenza non ha significato, né può significare la fine della violenza di stato, e contro l’azione dello stato cileno (e dei poteri imperialisti che ha dietro e sopra di sé) non può certo bastare la spontaneità. Il grande pronunciamento pacifico dello sciopero generale del 23 e 24 ottobre non è stato sufficiente ad affondare il regime. Ora la lotta si fa più dura e più complicata. La proposta di sostituire il parlamento con un’Assemblea costituente che risponda alle necessità espresse dalla sollevazione di ottobre, inizialmente minoritaria, ha guadagnato punti, ma sarà assai difficile da ora in poi tenere assieme sotto la bandiera nazionale, spesso sventolata nelle dimostrazioni, interessi di classe e prospettive politiche divergenti. Vedremo… senza però restare a guardare passivamente, ma denunciando la complicità attiva di Italia, Unione europea e Stati Uniti con la politica di Piñera e dei suoi sgherri. Resta fermo un fatto: qualunque sia lo sviluppo immediato delle cose, questo enorme moto giovanile, proletario, popolare ha scosso l’intero continente.

Un continente che sta avviandosi allo sciopero generale in Ecuador contro il governo Moreno, pronto ad inginocchiarsi al volere del FMI che pretende ulteriori misure di “austerità”; disposto a farlo a tutti i costi, sebbene abbia dovuto qualche giorno fa bloccare l’aumento del prezzo della benzina dopo che 20.000 indios avevano invaso la capitale Quito e preso possesso delle sue vie e perfino del palazzo del governo. Un continente in cui covano fermenti di lotta dura in Brasile contro Bolsonaro, in cui l’Argentina è sull’orlo di un nuovo default, il Perù in grave crisi istituzionale e l’intero meccanismo della dipendenza strutturale dalle esportazioni di materie prime stringe al collo il respiro delle classi sfruttate. Mentre appena più a nord Haiti conosce la settima settimana di lotta, con il paese interamente paralizzato dalla rivolta proletaria e popolare contro la pressione del FMI a tagliare i sussidi statali alla benzina e altri generi di consumo di massa pur in presenza di salari bassissimi e povertà dilagante; e manifestazioni di massa molto folte di giovani solcano l’Honduras, con l’obiettivo di licenziare il capo del governo Hernandez, odiato per la sua controriforma del sistema sanitario e accusato di collusioni con la criminalità organizzata che imperversa nelle tre Americhe dal Nord al Sud…

Per qualche superficiale “populista di sinistra” italiano, è il trionfo del “populismo del popolo”. Per noi, invece, il sommovimento cileno e tutto il resto sono la prova provata che la stagione del “populismo” bolivariano, peronista, lulista, correano, etc., dall’alto o dal basso, volge al termine insieme con il ciclo “neo-liberista” entro il quale si era posta come alternativa (nel sistema, e non di sistema). E si apre una fase di scontri di classe molto più nettamente demarcati nei quali solo il pieno sviluppo dell’autonomia di pensiero e dell’organizzazione politica della classe lavoratrice, con un nuovo protagonismo delle masse lavoratrici quale si è visto in Cile in questi giorni, potrà tracciare il cammino degli sfruttati verso la liberazione dal dominio imperialista/capitalista – mentre le suggestioni nazional-populiste, sempre e comunque chiuse entro i confini del capitalismo, non potranno che agire, come e più di oggi, da freno e da diversivo.

Il Cuneo rosso

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