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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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EGITTO – CONTINUA LA LOTTA OPERAIA CONTRO UN REGIME BARBARO

Inserito da on 27 Gennaio 2017 – 22:06
Lavoratori che manifestano contro il non pagamento dei “bonus”

Lavoratori che manifestano contro il non pagamento dei “bonus”

In questi giorni, nella ricorrenza della “rivoluzione egiziana” del 25 gennaio 2011, i media italiani stanno riproponendo le indagini sull’efferato assassinio, nel gennaio dello scorso anno, del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, che stava scrivendo una tesi sui sindacati indipendenti egiziani, per opera degli apparati repressivi del governo del Cairo, che negli ultimi tre anni hanno operato ben 60 000 arresti.

Mentre esprimiamo la nostra forte denuncia contro questa ennesima violenza degli apparati statali della borghesia egiziana, non possiamo unirci alla richiesta di verità e di giustizia rivolta al sistema giudiziario della borghesia italiana, la stessa classe che, pur con metodi democratici, cerca di mantenere sotto il proprio tallone i lavoratori, italiani e immigrati, egiziani compresi, imponendo condizioni di vita e di lavoro sempre più degradate.[1]

Giustizia e interessi borghesi

Non vogliamo rivolgerci alle istituzioni dello Stato italiano, ben sapendo che ci sono numerosi e sostanziosi interessi economici che legano l’Italia all’Egitto, interessi che impediscono una ricerca “oggettiva” sui fatti. Per tutti i paesi, Italia compresa, l’Egitto è un mercato attraente per i grandi progetti di infrastrutture promessi dal governo o già in corso, quali il raddoppio del canale di Suez (si parla di 100 miliardi di dollari nei prossimi anni).

Helwan, lavoratori della fabbrica di acciaio e alluminio in sciopero

Helwan, lavoratori della fabbrica di acciaio e alluminio in sciopero

Operano in Egitto circa 130 imprese italiane di vari settori, dagli idrocarburi, alle costruzioni, all’energia, al tessile, alla meccanica, al finanziario. Tra le maggiori troviamo Edison (2 miliardi di investimenti), il gruppo Banca Intesa San Paolo (con 1,6 miliardi di dollari proprietario di maggioranza di Bank of Alexandria dal 2006), Italcementi, Pirelli, Tecnimont, Cementir Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, per non parlare del settore turismo con Alpitour e Valtour.

ENI è la maggior azienda operante in Egitto nel settore idrocarburi ed è anche la maggiore azienda italiana in Egitto, dove ha investito 14 miliardi di dollari per estrarre gas dai giacimenti di Nooros, sul delta del Nilo e, entro il 2018, dall’ancora più ricco giacimento sottomarino di Zhor, la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo, con riserve stimate attorno agli 850 miliardi di metri cubi.

Gli scambi commerciali tra Italia ed Egitto ammontano a oltre 5 miliardi, e nel 2014 hanno registrato una forte crescita rispetto al 2013 (9,9%). L’Italia è il primo esportatore europeo in Egitto, con 3 miliardi nel 2015, ed è considerata dall’Egitto suo principale sbocco economico nella UE.

5000 lavoratori della Jawhara Food Processing Company in sciopero

5000 lavoratori della Jawhara Food Processing Company in sciopero

Nelle relazioni Italia-Egitto sono presenti però anche importanti contraddizioni di interessi, in particolare sulla Libia, dove l’Egitto sponsorizza, assieme alla Francia, l’uomo forte di Tobruk, Khalifa Haftar, in contrapposizione al governo di “unità nazionale” di al Serraj, patrocinato anche dall’Italia. Così il caso Regeni potrebbe essere cinicamente usato per contrastare l’asse Egitto-Francia in Libia.

Una politica di austerità contro i lavoratori per sanare la crisi economica e attrarre capitali

Il regime di al-Sisi sta cercando di attrarre investimenti esteri che facciano uscire l’economia del paese dalla grave crisi in corso.

Nel 2016, il deficit del bilancio statale egiziano ha superato il 12% del PIL, la disoccupazione giovanile è al 31, 3%, mentre cresce la pressione delle nuove leve sul mercato del lavoro. I giovani tra i 15 e i 29 anni sono aumentati da 13,3 milioni del 1988 a 17,4 milioni nel 1998, e a 22 milioni nel 2006. Il 27,8% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, con un tasso che raggiunge il 66% nei governatorati di Assiut e Sohag, ed è calcolata pari ad un reddito mensile di circa 24 €, e 116,81 € per una famiglia di cinque persone!! Una ricerca del 2015 (Central Agency for Public Mobilisation and Statistics) calcola che i sussidi per l’alimentazione permettono al 4,6% della popolazione di non cadere sotto la soglia di povertà.

E a questo scopo il governo egiziano cerca di riformare il sistema economico-sociale con misure di austerità, come richiesto dall’FMI in cambio di un prestito di $12 miliardi su tre anni, a spese dei lavoratori e in generale delle fasce sociali più deboli. L’Egitto non può più contare sui finanziamenti dell’Arabia Saudita che gli rimprovera l’avvicinamento alla Russia, da esso appoggiata in occasione della risoluzione ONU sulla Siria.

Nell’ottobre 2016 il governo di al-Sisi ha introdotto la tassa sul valore aggiunto, in novembre ha permesso la fluttuazione della lira egiziana che ha subito perso circa il 50% del suo valore, provocando forti aumenti dei prezzi. I tagli del 7,9% previsti per i sussidi su benzina ed elettricità, uniti all’aumento delle tariffe di elettricità, acqua, all’aumento fino al 50% del prezzo del petrolio (in lire egiziane), produrranno altra inflazione, già salita al 23,3% a dicembre 2016 (dati tradingeconomics.com e Banca Centrale dell’Egitto)… Per i pensionati inoltre è prevista una riduzione della spesa statale. Finora non sono ancora stati tagliati i sussidi per i generi alimentari …

In una recente intervista, assieme alle informazioni sulle riforme che intende introdurre, al-Sisi sottolineava l’ambiziosa politica di armamento, l’acquisto in particolare delle due porta-elicotteri Mistral dalla Francia, e l’importanza delle forze armate per lo sviluppo economico, dalle infrastrutture alle fabbriche da esse possedute.

Al di là delle riforme economiche però, il fronte più importante su cui il regime del Cairo sta operando è quello politico. Al-Sisi sta cercando di far inglobare la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti, EFITU[2] nel sindacato di regime, ETUF[3]. EFITU nacque dal movimento operaio durante gli scioperi del 2006 dell’area di Mahalla Al Kubra uno dei più importanti poli del tessile egiziano, e venne legalizzato nel 2011, divenendo una delle più importanti forze di opposizione nelle rivolte del 2011.

lavoratori delle due maggiori fabbriche tessili, Kafr al-Dawar Textile Company et Misr Spinning and Weaving Company, in sciopero

lavoratori delle due maggiori fabbriche tessili, Kafr al-Dawar Textile Company et Misr Spinning and Weaving Company, in sciopero

Inoltre il governo di al-Sisi sta cercando di far chiudere le ONG che ricevono finanziamenti esteri, che potrebbero permettere alle organizzazioni sindacali di collegarsi a movimenti operai internazionali.

È in questo quadro complessivo di lotta delle classi che deve essere collocato anche il caso Regeni.

La repressione non ferma le proteste operaie

L’attuale regime egiziano è stato a suo tempo sostenuto e avallato dalle potenze quando al-Sisi è divenuto presidente a seguito delle elezioni farsa dell’8 giugno 2014.[4] Ricordiamo che Renzi fu il primo leader europeo a recarsi al Cairo dopo la presa di potere del generale.

Chi invece sta di fatto combattendo il regime di al-Sisi, con coraggio e determinazione, è il movimento operaio egiziano che, nonostante gli attacchi al diritto di sciopero, di manifestazione e di organizzazione sindacale indipendente, non ha mai smesso di lottare, a partire dal 2014 subito dopo le elezioni, con gli scioperi dei tessili di Mahalla e di quelli del settore turismo sul Canale di Suez.

Gli ultimi mesi del 2015 hanno visto l’intensificazione e l’estensione delle lotte. Estensione geografica dal Nord al Sud dell’Egitto, da Suez al delta del Nilo. Estensione intercategoriale dal tessile al petrolio, alle acciaierie, alla sanità e al turismo. A fare da detonatore a queste proteste sono stati da una parte due scioperi del tessile, ad ottobre: quello di 11 giorni dei 14 000 lavoratori di Misr Spinning and Weaving Company a Mahalla el-Kubra,[5] e quello di 6 giorni dei 7 000 dipendenti di Kafr al-Dawwar Textiles Company, e dall’altra le prime lotte con scioperi presso l’Iron and Steel Company di Helwan (siderurgia), la Tanta Flax and Oil Company (lino e oli) e la Simo Paper Company (cartiera).

L’ondata di lotte ha coinvolto grandi masse di lavoratori di gruppi di Stato, come i 3000 di Egytalum Co. (alluminio), nel governatorato meridionale di Qena, o gli 11000 addetti del gigante dell’acciaio Iron and Steel Co, di Helwan, sobborghi del Cairo; quelli delle grandi fabbriche tessili di Shebin al-Kom;[6] i 12000 lavoratori del gruppo petrolifero Petrotrade di Assiut, che chiedevano eguale trattamento con le altre unità del gruppo, i dipendenti della Assiut Fertilizer Company, che hanno occupato gli stabilimenti contro la riduzione del 25% dei loro salari; i 5000 salariati della Jawhra Food Processing Company di Beheria, delta del Nilo; gli impiegati della Compagnia di assicurazioni di Eitai a-Baroud, e quelli del metro, dei conducenti di autobus del Cairo, …e di tanti altri luoghi di lavoro.

Tra le cause delle lotte di fine 2015 la promessa non attuata del generale presidente di aumentare al 10% il “bonus” per i dipendenti dei gruppi statali. Il bonus rappresenta una parte dei profitti delle aziende garantiti in teoria dalla legge, senza i quali i loro salari base,[7] non bastano ad assicurare il minimo di sussistenza. Nei fatti diverse direzioni aziendali non erogano questo bonus con regolare scadenza mensile, adducendo generiche giustificazioni di difficoltà finanziarie congiunturali.

Ai lavoratori delle fabbriche si è unito il movimento dei medici degli ospedali appartenenti al gruppo assicurativo statale della sanità, che esigono le stesse condizioni salariali e di lavoro dei loro compagni degli ospedali gestiti dal ministero della sanità. È questo movimento dei medici che, assieme al coordinamento dei lavoratori delle imprese privatizzate e poi ri-statalizzate, ha preparato la prima bozza del programma di rivendicazioni: salario minimo, che il governo aveva promesso e non attuato; ritorno al pubblico dei gruppi privatizzati; licenziamento dei corrotti; migliori condizioni di lavoro e salariali per tutti i settori: sanità, poste, trasporto aereo, ferroviario, gruppi privati.

Di fronte al rischio che le lotte si generalizzassero e coordinassero grazie all’organizzazione di una manifestazione nazionale per il 12 settembre, Sisi da una parte si è impegnato a mantenere la promessa di aumento del bonus, e dall’altra ha vietato la manifestazione e l’ha repressa con violenza, con il pretesto delle elezioni legislative (che hanno visto una partecipazione del 2%-10%, secondo “A l’encontre”, 2.01.2016).

Le lotte del 2016

Tuttavia, anche nel 2016 non sono bastate né le promesse né la feroce repressione a fermare i conflitti sociali ed economici, tra le varie componenti della borghesia egiziana al potere da una parte e i lavoratori e gli strati più deboli della popolazione dall’altra.

Da un rapporto del Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali (ECESR) risulta che in Egitto, nel 2016, ci sono state complessivamente 1736 proteste (manifestazioni, marce, scioperi, interruzione di attività, sit-in …) scatenate dalle nuove misure di austerità, dagli aumenti delle imposte e in generale dalla correlata politica economica. Il numero delle proteste è diminuito rispetto al 2015 (1955), molto probabilmente a causa della legislazione restrittiva sul diritto di manifestare unita alle repressioni contro i dissidenti.

Il Centro suddivide le proteste in “sociali”, “economiche” e “del lavoro”.  Le proteste “del lavoro” costituiscono la maggioranza (726), al secondo posto quelle sociali (633) e al terzo quelle classificate come economiche (377).

I dipendenti statali (in particolare Sanità e Istruzione), sono stati coloro che hanno organizzato il maggior numero di “proteste del lavoro”, contro la Legge sul PI che impone un tetto a salari e bonus. Al secondo posto per numero di proteste i salariati del pubblico e al terzo quelli del privato.

La maggioranza delle lotte sono avvenute contro le condizioni di lavoro, al secondo posto le rivendicazioni economiche, e poi le denunce di corruzione e di irregolarità finanziarie. Il Cairo è stato il governatorato con il maggior numero di proteste di lavoratori, seguito da Sharqiya e Gharbiya.

Le proteste “sociali”, cioè non basate su o motivate da fattori economici, di comunità, di studenti, e altri gruppi sono state 633. Le loro principali motivazioni sono state la corruzione e la negligenza, seguite da problemi del sistema educativo.

Quelle “economiche” sono calcolate in 377, e sono state scatenate in primo luogo dalla politica monetaria e fiscale del governo, che ha colpito diverse fasce popolari, in particolare i piccoli lavoratori autonomi.

Anche in questo primo mese del 2017 si registrano lotte operaie contro la crisi economica e le misure di austerità del governo. Il 4 gennaio c’è stato un nuovo sciopero nella fabbrica di dolci di Covertina, per l’adeguamento all’inflazione. Quando lo scorso dicembre i lavoratori della fabbrica di oli e saponi IFFCO di Suez scesero in sciopero contro l’arbitrarietà con cui la direzione aziendale calcola le promozioni e gli aumenti salariali, e contro il taglio dei bonus, la direzione ha denunciato alla polizia 19 di loro, di cui 9 membri del sindacato. Il 29 dicembre la polizia ha perquisito l’abitazione del presidente e del segretario del sindacato oltre a quella di altri quattro lavoratori.  Il 3 gennaio la polizia ha attaccato la fabbrica e arrestato 13 scioperanti, poi rilasciati su cauzione. Ma 23 attivisti lavoratori rischiano la condanna a forti ammende e al carcere per il “crimine” di aver scioperato in difesa del loro salario. Intanto viene ad essi negato l’accesso alla fabbrica.

L’attacco contro i lavoratori organizzati di IFFCO-Egitto segue alla dura repressione contro i guidatori di autobus del Cairo e contro gli operai dei cantieri navali di Alessandria.

La Federazione Egiziana dei Sindacati (ETUF) controllata dallo Stato è parte integrante dell’apparato repressivo. ETUF ha denunciato il sindacato indipendente e ha chiesto di non riconoscerlo alla direzione di IFFCO, la quale ha cessato di dedurre le trattenute sindacali ad esso destinate.

Il quadro che abbiamo delineato non consente l’illusione che sia possibile ricercare la verità e la giustizia con indagini delle procure e nelle aule dei tribunali borghesi. Noi ricerchiamo la verità denunciando la stessa logica che unisce la borghesia di tutti i paesi, dall’Italia all’Egitto, quella che pone il profitto al di sopra della vita delle persone. E ricerchiamo la giustizia appellandoci al movimento dei lavoratori, in Italia, in Egitto e ovunque, perché con coraggio si organizzi in modo autonomo e combatta il sistema di barbarie della borghesia.

[1] Nel 2015 risultavano residenti in Italia 109 871 egiziani, con una forte concentrazione in Lombardia, e lavorano soprattutto nella ristorazione e nell’edilizia (dati comuni-italiani.it).

[2] Egyptian Federation of Independent Trade Unions (Al-Ittihad Al-Masri Lil-Naqabat Al-Mustaqilla)

[3] Egyptian Trade Union Federation (Al-Ittihad Al-‘Aam Li-Naqabat ‘Ummal Masr)

[4] Le elezioni vennero estese dai due giorni previsti a tre a causa della bassa affluenza; i dati ufficiali della partecipazione al voto diedero il 47,5%. Sisi avrebbe ricevuto il 96,91% dei consensi.

[5] Circa 10 000 lavoratori di questa fabbrica aderiscono a sindacati indipendenti, e ricorrono allo sciopero come principale strumento di lotta; utilizzano anche i social media. In questa fabbrica ci sono ogni anno diversi scioperi; le proteste dei suoi lavoratori hanno avuto un’influenza determinante sull’esplosione delle prime proteste di massa contro Mubarak, facendo nascere, il 6 aprile del 2008, un movimento di giovani chiamato appunto & Aprile, che ebbe un ruolo chiave nelle rivolte del 2011. Il gruppo venne poi messo fuori legge e i suoi dirigenti incarcerati. (Boston Herald, 11.06.2016)

[6] Una di queste è la Shebin al-Kom Textile Co, con 1500 addetti (4400 in precedenza). Essa era statale, poi un decennio fa venne privatizzata con numerosi licenziamenti, e di nuovo rinazionalizzata nel 2011 con l’impegno delle autorità giudiziarie di riassumere i licenziati, promessa non mantenuta. Oltre alla Shebin al-Kom Textile Co a seguito delle sollevazioni popolari del 2011 la Corte di giustizia annullò anche la privatizzazione della Tanta Company for Linen and Derivatives, della Steam Boilers Company, la Assiut Cement.

[7] Il salario minimo al dicembre 2016 era pari a 1200 lire egiziane, cioè circa 50 €.

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