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Gli sviluppi della battaglia di Kobane confermano i guasti dell’imperialismo

Inserito da on 5 Novembre 2014 – 20:47

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Nella battaglia mediatica che si combatte intorno alla resistenza dell’enclave curda di Kobane, sulla stampa occidentale (312 ottobre) si dà grande rilievo all’arrivo a Kobane sia di circa 300 peshmerga curdo-iarcheni sia di 150 peshmerga curdo-turchi , sfuggiti alle maglie del controllo frontaliero turco.
Se è comprensibile l’entusiasmo dei curdi che vi vedono una ritrovata solidarietà curda dopo decenni di scontri fratricidi, assai meno logico il tono delle redazioni europee e Usa, soprattutto perché in contemporanea si dava notizia di 15 mila jihaidisti prezzolati che avrebbero raggiunto l’ISIS.
Militarmente i 450 curdi che dall’esterno portano la loro solidarietà non reggono evidentemente il confronto con il peso dei raid aerei Usa che si sono intensificati nell’ultimo periodo. Gli Usa avrebbero preferito limitare al solo territorio iracheno l’intervento anti Isis (in Siria infatti l’ISIS accresceva le difficoltà del “nemico” Assad), ma Kobane e l’eccessiva indipendenza dell’intervento turco in Siria hanno costretto Obama a rendere più incisivo l’intervento.

Intervento che tende a ribadire l’insostituibile ruolo di bilancia degli Usa e a ridimensionare le ambizioni “ottomane” di Erdogan”. In quale incassa in questi giorni il comunicato dell’Isis che lo sbeffeggia dichiarando paro paro: “grazie dell’aiuto che tu Erdogan ci hai fornito agli inizi, ma adesso facciamo da soli”… col ricavato dei proventi dei pozzi conquistati in Iraq, aggiungiamo noi.
Assad di Siria intanto fa bombardare campi improvvisati di profughi siriani che sorgono sulla frontiera turca, sostenendo che in realtà sono covi di ribelli. Secondo il governo siriano l’improvvisa facilità con cui i peshmerga curdi sono passati dalla frontiera è stata una mossa di Erdogan per far passare inosservati guerriglieri del libero esercito siriano e armi per la resistenza siriana filo-occidentale. (Ansa 31 agosto) Questa resistenza, adesso principalmente rappresentata dal Fronte dei Rivoluzionari Siriano di Jamal Maarouf, gradito ai neocon Usa, più è attualmente accusata di finanziarsi con lo spaccio di droga e saltuariamente con la vendita di armi provenienti da Anbar e vendute da ufficiali dell’esercito iracheno. Ciononostante naviga in cattive acque: infatti 1) ha perso il controllo di Idlib nel nord ovest della Siria, cacciati da al Nusra, che dopo una fase di rottura con l’Isis si è ora accordata per una spartizione del territorio nord siriano, cioè al Nusra a ovest, l’Isis a est 2) sta perdendo Aleppo assediata dalle truppe lealiste di Assad. Tanto che i Sauditi, prima principali finanziatori di al Nusra, adesso hanno annunciato il loro appoggio a Jamal Maarouf, sottraendo alla Turchia il ruolo di primo sostenitore.

Gli americani non giocano solo la carta dei bombardamenti, non si contano i drappelli più o meno consistenti fi “consiglieri” militari inviati, ovviamente su richiesta degli interessati a coordinare la resistenza all’ISIS soprattutto in Iraq: gli ultimi a Ramadi , città sunnita nella provincia di Anbar, dove l’ISIS vede eroso il suo consenso (tanto che ha dato un “esempio “ massacrando una tribù sunnità non adeguatamente fedele). Ma Obama, che sulla carta ha la solidarietà di tutti gli attori regionali, ha difficoltà non solo con la riottosa turchina, ma anche sugli ambigui stati del Golfo.

In un momento in cui il prezzo del petrolio si abbassa è interesse in primis dei Sauditi e degli Emirati che la guerra continui in Iraq e ne deprima l’export petrolifero (ripreso l’anno scorso), senza pur senza rafforzare i battitori liberi non OPEC come Isis e Kurdistan iracheno. Quindi Sauditi ed Emirati gettano denaro, consiglieri militari e armi a piene mani nell’area, ma cambiando frequentemente destinatari.
Isis mira al controllo di quanti più pozzi è possibile; politicamente non è controllabile, si sta trasformando in una di quelle milizie che mirano al controllo del territorio per sfruttarne le risorse (in Africa situazioni del genere hanno portato a completa rovina paesi ricchissimi come il Congo zaire).. In questo momento l’ Isis è a 40 Km da Bagdad e assedia America, a sud di Falluja. Se la prendesse l’intero quadro medio-orientale ne sarebbe sconvolto.

Ecco perché il gen. Allen, un militare in pensione incaricato speciale di Obama per coordinare la campagna anti Isis assicura che la collaborazione dell’Iran è benvenuta e che occorre coordinare gli sforzi di intelligence e operativi fra Usa, Gb e Iran. L’Iran ha un interesse proprio genuino a ridurre l’impatto dell’ISIS, espressione della rivalsa anti-sciita in Iraq. Per questo sta rifornendo di armi e prestando servizi di intelligence al Kurdistan iracheno, che funge da barriera all’Isis sunnita . Le mire a più lunga scadenza dell’Iran è di controbilanciara la influenza turca e israeliana sul Kurdistan (fra il 1965 e il 1975 fu Israele a addestrare e foraggiare le milizia di Barzani che ha conservato ottimi anche se coperti rapporti con Tel Aviv anche in seguito, in particolare dopo l’occupazione americana dell’Iraq) e di trasformarlo in un partner nell’obiettivo di vendere direttamente in Europa il proprio petrolio e il proprio gas ( tramite un corridoio curdo iracheno-siriano) .

Nel frattempo all’enorme massa di profughi siriani (censiti dal NYT in settembre sarebbero in Turchia 843,779, in Libano 1,185,275in Giordania 615,792, in Iraq 215,303e in Egitto 139,625), si sono aggiunti i 160 mila sfollati curdi dei villaggi intorno a Kobane.

Kobane sarà almeno l’inizio di una rinnovata solidarietà curda, la fine delle lotte interne nell’interesse dell’uo o dell’altro stato medio-orientale o dell’imperialismo di turno?
I primi ad essere pessimisti sembrano i curdi della diaspora, vedi l’intervista rilasciata da Jasmin Tawfik Mustafa, esule curdo in Italia.
(cfr, http://www.termometropolitico.it/1142817_kurdistan-iracheno-peshmerga-societa-civile.html)

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