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28 Luglio 2019 – 10:51 |

Salvini parla molto, troppo. Per questo rimbomba ancora più forte il suo raro silenzio. Prima sul rubligate; ora sui 150 morti annegati nel Mediterraneo, e gli altri 134 salvati dal naufragio e rispediti indietro in Libia nei campi di concentramento tra i soprusi e i bombardamenti di Haftar.
Non avrebbero speso tutti i loro averi e quelli delle famiglie per salire su barconi fatiscenti e sovraccarichi …

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IL PRIMO MORTO DELL’ERA SALVINI

Inserito da on 4 Giugno 2018 – 10:09

Come tutti sanno fare il bracciante agricolo in nero di Calabria, fra Gioia Tauro e Rosarno, magari pagati 1 € per ogni cassetta di mandarini raccolti e vivere nella baraccopoli di San Ferdinando, senza servizi igienici, in tende di fortuna è “una vera pacchia”, destinata naturalmente agli immigrati. Se poi questi si permettono, per sistemare la propria baracca, di utilizzare qualche vecchia lamiera di una fonderia chiusa da tempo, è un vero e proprio “furto” e quindi se qualcuno gli spara, spara a dei ”colpevoli”.   Parlare di omicidio è propaganda.

Lo scrive il ”Populista” e altri giornalacci come quello.

E’ accaduto ieri  e  Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni, attivista dell’USB, è stato ucciso da fucilate sparate da lontano, apparentemente per quattro pezzi di lamiera arrugginita, in realtà perché chi non accetta di farsi sfruttare impunemente va eliminato in un agguato vigliacco, a fucilate, nel migliore stile mafioso.

Prima di lui quanti sindacalisti italianissimi sono stati uccisi cercando di far passare l’omicidio per “delitto d’onore” o questioni di sesso? Adesso c’è il furto.

Sfruttati, vessati, costretti a vivere in condizioni abitative ignominiose, solo in questo gli stranieri ottengono parità di trattamento. Se osano alzare la testa.

I carabinieri non hanno ancora trovato i colpevoli, ma “escludono il movente xenofobo”.

Non sia mai che qualcuno pensi  che l’assassino o gli assassini si siano sentiti giustificati dalle dichiarazioni  di Salvini.

Soumaila non  poteva essere rimpatriato, non era un clandestino, aveva un regolare permesso di soggiorno. Era uno dei quattromila dannati della terra che raccolgono arance, clementine e kiwi per una paga da fame. Viveva in un campo di raccolta “soluzione temporanea”, che avrebbe dovuto essere sostituito da un accampamento più decoroso. C’è stata la rivolta del 2010, incendi, l’ultimo a gennaio di quest’anno.

Le baracche bruciate sono state sostituite da altre baracche. Mentre Salvini blatera che “non ci possiamo più permettere di mantenere questi immigrati” gli agrari locali lamentano che non ce ne sono abbastanza. Purché si possa tenerli asserviti e disorganizzati.

A questo in realtà mira Salvini. Da buon servo di padroni e padroncini vuole spargere il terrore fra i lavoratori immigrati per spezzarne la resistenza, renderli più malleabili e ricattabili. Additandoli nel contempo come parassiti ai lavoratori italiani per spezzare un possibile fronte comune di lotta.

Soumaila  ha pagato con la vita, come molti lavoratori italiani prima di lui, la difesa dei suoi diritti. E’ questo che lo rende uno di noi.

Forse non delitto xenofobo, ma certo delitto di classe.

Cui va risposto come classe.

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