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l’operaio e dirigente del consiglio di fabbrica dello zuccherificio di Haft Tapeh …

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Israele strizza l’occhio all’intervento russo in Siria

Inserito da on 7 Ottobre 2015 – 22:35

Bombardamento

Sul terreno di Siria ed Iraq sono mandati al macello decine di migliaia di proletari spinti dalle appartenenze etniche e religiose, assoldati dai petrodollari del Golfo e dai dollari ed euro delle potenze occidentali. Quando un fronte rischia di cedere ecco le potenze imperialiste bombardare dal cielo i nemici dei propri amici: prima americani, inglesi, francesi, canadesi, australiani, i paesi del Golfo, i turchi (che tendono a confondere i kurdi con l’ISIS), poi di nuovo Hollande con l’intento di essere tenuto in maggior conto dai soci-predoni nel Consiglio di Sicurezza, ora i russi nello sforzo di spianare la strada alla controffensiva di Assad e proteggere la propria base navale di Tartus.

Ora anche Renzi è mosso da pruriti interventisti-bombaroli (sul lato iracheno), perché anche l’imperialismo italiano ha il suo “posto al sole” (con petrolio) da difendere…

I milioni di siriani costretti a fuggire dalla violenza scatenata su questa molteplicità di fronti sono manodopera da sfruttare a prezzi stracciati per le borghesie mediorientali, cui ora fa concorrenza la Germania, mentre il resto d’Europa erige reti e filo spinato…

I comunisti in Europa si devono opporre agli interventi dei propri imperialismi e collegare con quelle forze e movimenti che nell’area mediorientale si oppongono da un punto di vista di classe ai fanatismi religiosi delle frazioni borghesi e delle potenze regionali come all’intervento delle potenze imperialiste. Per un comune fronte proletario e rivoluzionario.

Il conflitto in Siria è da mesi in stallo, senza grandi mutamenti nei rapporti di forze e nella spartizione del territorio.

L’intervento militare russo, operato dopo una lunga e discreta preparazione, ha suscitato un vespaio di commenti irritati da parte dei governi Usa, turco e dei paesi del Golfo. L’intervento è stato definito inopportuno, pericoloso, tale da rendere più lungo e complicato il conflitto, più feroce lo scontro settario. Successivamente si è denunciato che la Russia non sta bombardando l’ISIS, ma i “ribelli moderati” e i civili.
Della serie: da che pulpito viene la predica!

Dal canto loro i Russi hanno replicato in tono conciliante che si deve cercare una soluzione diplomatica e che questa non è possibile se non si include Assad e gli Alawiti al tavolo delle trattative.

Quel che è certo è che i bombardamenti della coalizione guidata dagli Usa (e composta da Gran Bretagna, Francia, Germania, Turchia, Qatar, Arabia saudita) iniziati nell’agosto 2014, hanno avuto un successo solo marginale nel contenere l’ISIS; ancora più fallimentare il tentativo di creare una opposizione militare e politica “democratica” e “moderata” ad Assad. Come in Iraq, Afghanistan, Libia quello che l’intervento “umanitario” ha prodotto in Siria è un paese in totale rovina economica, con circa la metà della popolazione messa in fuga e ridotta allo stato di profughi, il moltiplicarsi di gruppi militari più o meno estremisti al soldo di questa o di quella potenza.

Non stupisce che l’intervento russo abbia trovato qualche consenso da parte di alcuni paesi europei, soprattutto tenendo conto della forte pressione esercitata nel corso dell’estate dall’arrivo dei profughi siriani. Non perché ci sia qualche probabilità che le bombe russe cambino qualcosa nel confuso quadro militare siriano, ma perché c’è l’idea che la Russia assuma un ruolo più incisivo in una futura mediazione diplomatica, si arrivi a una qualche soluzione del conflitto e magari possano anche migliorare i rapporti con la Russia stessa, eliminando le sanzioni che pesano soprattutto sulle economie europee.

Fin qui reazioni previste e prevedibili, meno scontato il riavvicinamento Russia-Israele proprio su questa questione. A fine settembre Putin ha incontrato a Mosca Netanyahu, tema del colloquio proprio la Siria. Secondo Haaretz gli Usa non sono più garanti della sicurezza di Israele e quindi si guarda alla Russia come a un interlocutore necessario.

Un incontro che può stupire tenendo presente che inizialmente Israele ha accolto con favore lo scoppio della guerra in Siria, perché indeboliva il fronte arabo, mentre quattro anni dopo vede nello stesso conflitto un fattore di instabilità regionale pericolosa per Israele stessa.

Dal punto di vista israeliano la politica estera russa sembra avere il pregio della coerenza. L’alleanza Russia-governo siriano è una storia di pluridecennale intesa cordiale, che coincide con tutta l’epoca di dominio baathista degli Assad (padre e figlio).

Un’intesa che ha garantito, all’Urss prima e alla Russia poi, dal 1971 l’utilizzo di una base navale militare importante sul Mediterraneo, l’unica a disposizione di Mosca, a Tartus, ma anche proficue vendite di armi russe e un positivo interscambio commerciale. Un’intesa che ha garantito al governo siriano il pieno appoggio militare e diplomatico della Russia che, allo scoppio della guerra nel 2011, si è tradotto nel costante veto russo a ogni risoluzione anti-Assad nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma anche in invio di armi, consiglieri militari e addestramento del corpo ufficiali. Il governo russo non ha mai negato le vendite di armi ad Assad, sostenendo di aver semplicemente onorato contratti firmati, né ha nascosto di addestrare in Russia ufficiali e piloti siriani.

Il recente intervento militare ha segnato tuttavia un salto di qualità.

Perché Putin sceglie questo specifico momento per riaffermare una presenza attiva in Medio Oriente?

Certamente Putin ha intravisto la possibilità di cavalcare un “vuoto di leadership” da parte Usa nell’area, legato sia agli insuccessi militari che alla perdita di presa politica sui paesi arabi del Golfo in seguito all’accordo Usa-Iran. La Russia ha avuto un ruolo non secondario nella conclusione di questo accordo e potrebbe metter sul piatto della bilancia un proprio maggiore coinvolgimento militare nello scenario siriano (a fianco di Assad, Iran, Hezbollah) per “contenere” l’ISIS, in cambio di un benevolo “disinteresse” Usa per gli scontri nel Donbass e l’annessione della Crimea. Insomma una riedizione di quell’accordo fra predoni che ha consentito, nel corso della cosiddetta Guerra Fredda, a Usa e Urss di imporre in sostanziale coincidenza di intenti la decolonizzazione. Oggi il comune interesse potrebbe essere tenere a bada le ambizioni regionali di Turchia, Arabia, Qatar Emirati. Tanto più che i recenti avvenimenti afghani fanno presagire che gli Usa saranno trattenuti più del previsto nella trappola afhana.

Ufficialmente l’intervento russo è contro l’ISIS e contro il suo centro di comando, nella città di Raqqa, ma sembra assodato che le aree bombardate sono controllate dal Fronte al Nusra (affiliato ad Al Qaeda), e da frange del Free Syrian Army, foraggiato dai Turchi.

Anzi, rivela un articolo di Jonathan Spyer, del 3 ottobre, su Middle East Forum, una rivista di taglio decisamente sionista, il vero obiettivo è Jaysh al-Fatah, un nuovo gruppo ribelle fondato in marzo e finanziato da Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Il gruppo partendo da Nord-ovest minaccia l’area di Latakia e la zona di costa dove appunto sorge Tartus, cioè l’area di vitale importanza per la Russia.

Putin si è trovato nella necessità di entrare direttamente in campo a fianco di Assad perché quest’ultimo rischiava di perdere ulteriori pezzi della sua area di controllo (pari a circa il 20% del paese). Assad dopo quattro anni di guerra ha difficoltà a reintegrare le perdite nel suo esercito e gli manca manodopera per le residue attività economiche e amministrative. Gli stessi Hezbollah hanno subito perdite significative. Quindi è in gioco la stessa sopravvivenza del residuo potere di Assad (e quindi dei vantaggiosi accordi che i russi hanno firmato con lui). Una buona occasione per Putin di tutelare i propri interessi e dimostrare che, a differenza degli Usa (che alla prima occasione hanno scaricato i Kurdi di Kobane), la Russia ha cura dei propri “amici”.

La stampa israeliana inoltre accredita Putin come campione coerente della lotta contro il terrorismo e contro l’estremismo islamico e cita a dimostrazione la violenta repressione in Cecenia. Quindi Putin è considerato comunque convincente come nemico dell’ISIS.
Certamente più che Turchia o Arabia Saudita.

L’intervento russo non prelude a uno scontro Usa-Russia, ma non sarà nemmeno risolutivo per le sorti del conflitto e soprattutto non risolverà i problemi dei siriani, vittime del conflitto e protagonisti di un esodo biblico. Questo conferma la giustezza di opporsi all’intervento in questo conflitto quando è scoppiato, ma anche non parteggiare per l’uno o l’altro imperialismo o borghesia che vi sono intervenuti.

Una delle promesse di Obama alla sua prima elezione era stato l’impegno al ritiro militare da Iraq e Afghanistan. In particolare il ritiro dall’Afghanistan doveva avvenire nel dicembre 2014 e 9.800 militari dovevano rimanere per completare il passaggio delle consegne e l’addestramento dell’esercito e della polizia afghane. In realtà nel 2015 i militari Usa in Afghanistan sono più di 10 mila e aumenteranno a breve per sostenere il vacillante regime di Ashraf Ghani, eletto presidente in una delle più “contestate e fraudolente” elezioni mai svolte (giudizio del Brookings Institute).

L’esercito afghano è guidato da ufficiali che mirano solo ad accaparrarsi i fondi destinati all’ammodernamento, gestiscono il traffico di droga, riscuotono bustarelle ed esercitano un controllo mafioso e violento della popolazione al servizio dei potenti locali; e questo dopo più di un decennio di “scuola” americana ed europea. Nell’estate i Talebani hanno riconquistato al nord la città di Kunduz.

Nel corso del 2014 sono morti a causa dei conflitti interni 22 mila soldati e poliziotti e 10 mila civili. La tesi dei vertici militari Usa è che se gli Usa si ritirano, il paese precipiterà nel caos peggio che in Iraq. I repubblicano ne faranno un tema da campagna elettorale, poiché vedono nella permanenza in Afghanistan una fondamentale carta anti-cinese e anti-russa.

Nel frattempo, come abbiamo già scritto, gli Usa confermano il loro ruolo “civilizzatore” nel paese bombardando l’unico ospedale che funzionava a Kunduz e massacrando medici e civili inermi.

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