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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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La borghesia ucraina tra Europa e Russia

Inserito da on 12 Aprile 2014 – 02:05

Parlamento ucraino

Qual è il ruolo degli oligarchi nei recenti avvenimenti? E che caratteristiche ha la borghesia ucraina?

La formula filorussi contro filoeuropei, corretta ma troppo abusata dagli opinionisti occidentali, non permette di comprendere a fondo né il ruolo delle classi negli attuali avvenimenti ucraini, né l’orientamento reale della classe al potere oggi in Ucraina.
In molti articoli e reportage si citano gli oligarchi russi, la diffusa corruzione, il condizionamento sulla politica esercitato dai grandi ricchi, ma spesso il taglio è moralistico oltre che ipocrita, perché si tende a contrapporre il capitalismo “sano” e “regolato dalla democrazia e dal diritto” di matrice occidentale all’affarismo “spietato e autoritario” del modello post sovietico ucraino o russo. Al contrario alcuni esponenti della scuola “realista” arrivano a fare l’elogio degli oligarchi ucraini perché in fondo hanno creato posti di lavoro (sic) e perché con la loro politica protezionista si sono valorosamente opposti all’invasione del capitale russo (nota 1).

La classe dirigente ucraina nel secondo dopoguerra ha costituito una frazione regionale di quella sovietica, sviluppatasi nei gangli del capitalismo di stato (industria, commercio, finanza), interconnessa con la nomenclatura del PCUS e con l’apparato dello stato. Dall’Ucraina sono venuti uomini che hanno scalato tutti i gradini del potere, basti citare Kruscev (1954-1964) o Breznev (1964-1982), esponente quest’ultimo della potente e organizzata “mafia di Dnepropretrovski”. Ancor prima della nascita di una Ucraina indipendente (1991) esisteva uno strato di boiardi di stato, legati principalmente alle miniere, all’industria siderurgica e al complesso industrial militare del sud est del paese, oltre che al trasporto di gas e petrolio. Questo gruppo ha subito una eclissi nel corso della presidenza Gorbaciov (1985-1991), ma alla dissoluzione dell’URSS si è riorganizzato su base provinciale, gli oblast (nota 2) e ha imposto alle elezioni presidenziali del 1994 un suo uomo, Leonid Kuchma, che aveva fatto carriera nel settore macchine utensili e nell’industria aerospaziale a Dnepropetrovski.
Dentro la ragnatela dei legami clientelari di Kuchma si forma la nuova generazione politico economica, Tymoscenkho, Yuscenkho, Yanucovich ecc. L’oligarca Viktor Pinchuk è suo genero. Autocratico e corrotto, nel periodo della sua presidenza, Kuchma Kuchma (1991-2001) si è sforzato di funzionare come ago della bilancia fra gli interessi dei diversi clan; contemporaneamente ha tenuto una linea oscillante fra aperture alla UE, alla Nato e a una politica di prudente liberalizzazione e la riconferma del cordone ombelicale con la Russia.

Le privatizzazioni post sovietiche (quando le imprese sono svendute a prezzi d’occasione) premiano un gruppo ristretto di ex burocrati di stato e personaggi della nomenclatura (o di outsider a loro legati), che si impadroniscono delle aziende chiave di stato; questo pugno di oligarchi, ammassa ricchezze formidabili monopolizzando settori chiave come siderurgia chimica distribuzione dell’energia. Non si tratta, come scrive qualcuno di “aziende rubate al popolo”, perché i burocrati sovietici, nei fatti, avevano già, in senso marxista, il “possesso” anche se non la proprietà giuridica di queste aziende. Nel caos che segue l’implosione dell’URSS gli oligarchi hanno grande libertà d’azione, incontrano l’opposizione solo degli altri oligarchi loro concorrenti; per questa loro specifica origine non corrispondono al modello europeo di imprenditore, piuttosto somigliano nelle pratiche ai robber barons degli Usa fine ‘800 (sono inclini all’eliminazione fisica dell’avversario con bombe e pallottole) (nota 3).

Gli oligarchi tendono a crearsi da subito un “ombrello” politico, finanziano uomini politici o partiti; ma non sempre delegano alla politica il portare avanti le loro esigenze e scendono in politica direttamente. Come molti personaggi Usa di oggi, gli oligarchi, ricoprono in varie fasi della loro vita importanti cariche governative e/o dirigono importanti corporation ucraine e/o giocano ruoli di leader nel Parlamento o nei governi ucraini. La politica è intesa come lo strumento per partecipare alla spartizione della ricchezza nazionale, per garantirsi affari lucrosi, per ottenere leggi utili ai propri specifici interessi, garantirsi il controllo dei funzionari di stato (nota 3 bis).

Dove sta allora la specificità degli oligarchi ucraini? Nel livello (inaccettabile per gli standard europei) di violenza cui sono disposti per prevalere?
La specificità consiste piuttosto nella relazione con lo Stato, che è sì come in occidente il “comitato d’affari della borghesia”, ma non un luogo efficiente di mediazione degli interessi delle varie frazioni borghesi e nemmeno l’istituzione che, nei momenti di crisi, si assume il ruolo di “capitalista collettivo” per impedire appunto che gli specifici interessi del singolo capitalista portino alla rovina del sistema. Le lotte dei clan hanno finito per rendere molto deboli i governi ucraini, spesso ostaggio dell’uno o dell’altro boss.

In Ucraina gli oligarchi determinano la politica interna a danno delle altre frazioni della borghesia, la loro condizione di monopolisti soffoca le piccole medie imprese; poiché gli oligarchi non pagano le tasse, queste pesano soprattutto sulle PMI, che in più hanno grosse difficoltà ad accedere al credito, nazionale o estero. Sono questi strati borghesi che hanno appoggiato senza successo la Rivoluzione arancione del 2005 o il movimento Maidan di oggi; ma in entrambe le situazioni gli oligarchi hanno ripreso il sopravvento; maestri di trasformismo gattopardesco si sono messi alla testa dei movimenti per svuotarli e renderli non pericolosi per i loro interessi (nota 4).
La loro ingordigia è alla base dell’esagerato deficit dello stato, che pone oggi l’Ucraina a rischio bancarotta. Quando un clan prende il potere, i membri dei clan sconfitti devono immediatamente sentirsi minacciati, perché possono finire in carcere; essere costretti a vendere i loro assets ai vincitori o costretti all’esilio (di solito a Londra o in Russia). Una “selezione” senza esclusione di colpi. Le fortune degli oligarchi sono relativamente recenti e la loro filosofia è quella del mordi e fuggi, non c’è una strategia di lungo termine. Spremono il massimo del profitto da quello che conquistano, ma ad esempio non hanno modernizzato o fatto manutenzione agli stabilimenti ereditati dall’Unione Sovietica. D’altronde l’instabilità politica suggerisce che con facilità si passa dagli altari alla polvere e quindi non vale la pena di fare piani a lunga scadenza. Gli oligarchi da subito si sono assicurati il controllo di giornali, canali televisivi per influenzare la massa; ostentano il ruolo di protettori dello sport (calcio, basket) o dell’arte, molti di loro sponsorizzano squadre di calcio e costruiscono stadi (lo ha fatto Akhmetov a Donetsk, Kolomoyskyi a Dnipropetrovsk e Yaroslavsky a Kharkiv). Pinciuk organizza concerti, mostre di pittura ecc. Ma molti di loro hanno notori rapporti con killer professionisti e delinquenti di ogni risma, nonché con la mafia regionale. La loro complicità con le mafie locali provoca un tasso di parassitismo così alto da minacciare il processo di accumulazione del capitale.

La conseguenza di lungo periodo è che l’apparato industriale rischia di divenire velocemente obsoleto, inadeguato quindi a competere sul mercato internazionale, che, nonostante la buona formazione della manodopera e il suo costo irrisorio, chi si avventura a investire in questi paraggi deve avere una forte propensione per il rischio (come hanno sperimentato Unicredit e Banca Intesa).
Dal 2008 molti investitori europei, in mancanza di garanzie, hanno ceduto parte dei precedenti investimenti, soprattutto nelle banche, e spesso gli unici disposti a comprare sono stati i russi.

Il punto debole di tutti gli oligarchi ucraini è la vulnerabilità finanziaria. Gli oligarchi controllano per lo più piccole e medie banche che non sono in grado di garantire le loro esigenze finanziarie. Queste banche hanno subito forti perdite nel corso del 2009 soprattutto perché molti dei prestiti erano stati concessi per clientela e non erano garantiti. Molti investitori stranieri europei, in difficoltà per conto loro, hanno ritirato i loro investimenti (ING Bank, Home Credit Group, Сredit Europe Bank, Societe Generale, and Volksbank International, Swedbank, Unicredit). E spesso sono subentrate banche russe, fra cui Vnesheconombank e Alfa Group (nota 5).

Mentre in Russia Putin ha cercato di ricentralizzare il capitalismo di stato, in Ucraina finora gli oligarchi hanno praticato un individualismo sfrenato, temperato solo dalla necessità di far fronte comune per imporre una politica protezionista; ne consegue che il nazionalismo è uno strumento ideologico per ottenere consensi e realizzare controllo politico, ma non una chiara linea di politica estera che corrisponda agli interessi se non di tutta la borghesia ucraina almeno della frazione dominante in quel momento. Questo si traduce in una politica estera anodina, debole e incoerente.

Dopo la rivoluzione arancione il continuo conflitto fra il presidente,Yuschenko e i premier ha paralizzato le relazioni estere, Yanukovich ha avuto più spazio di manovra, ma è stato comunque ondivago. Gli oligarchi sono intervenuti sulla politica estera solo in occasione di trattati che eventualmente danneggiassero i loro interessi (nota 6); solo una parte di loro del resto esporta e investe all’estero. Se si considera l’export nel suo insieme, il 38% dei beni (il 29% nella sola Russia) è venduto a paesi CIS (Comunità degli Stati Indipendenti, composta dalle nazioni ex-sovietiche), il 26% in Europa e il 36% nel resto del mondo. Il settore macchine utensili (17% del tot export) va prevalentemente nell’area CIS, mentre in Europa non è competitivo. I settori metallurgico, chimico e agroalimentare (più del 50% del export tot) riforniscono prevalentemente Medio Oriente e Sud est asiatico. L’interscambio è attivo con un solo paese europeo (l’Italia). Legarsi commercialmente a un blocco danneggerebbe pesantemente una parte di essi, qualsiasi fosse la scelta.
L’ideale per gli oligarchi ucraini oggi sarebbe, se possibile, conservare lo status quo, essere un ponte politico fra il governo ad interim di Kiev e i gruppi politici che spingono verso una maggiore integrazione con la Russia. Non hanno alcun interesse a farsi fagocitare dalla Russia. Per quanto li riguarda non permetteranno alle regioni dell’est ucraino di votare a favore di una annessione alla Russia. Diventerebbero una lontana provincia dell’impero, sarebbero dei nani rispetto ai ben più potenti oligarchi russi, non amerebbero avere un presidente accentratore come Putin.
Ma nemmeno vogliono davvero integrarsi con l’Europa, che imporrebbe il rispetto delle regole e restringerebbe il loro spazio di manovra; possono guardare con interesse a un sistema che garantisca la proprietà giuridiche, ma le regole europee gli andrebbero strette per non parlare del rischio di essere spianati dalla concorrenza dei gruppi europei. Già oggi sono liberi di investire in Occidente (ad es. Akhmetov ha investimenti nella metallurgia in Italia e GB) o quotare in borsa a Londra i loro gruppi, comprare palazzi o imprese. E tanto basta. Si può dire che Pinciuk e Poroshenko sono tendenzialmente filo Usa, che Firtash è quello più filo-russo; ma gli oligarchi cambiano con grande facilità gabbana a secondo della loro convenienza.
Ecco perché il nuovo governo coopera non solo con gli oligarchi legati al partito “Madre patria” della Timoshenko e di Arsenij Jazenjuk, ma anche con quelli dell’Est del paese, che prima sostenevano Yanukovich, di cui esso ha bisogno per evitare la spaccatura del paese, che nessun oligarca ucraino desidera. Kiev avrebbe accettato di firmare solo la parte politica dell’accordo di associazione UE. La parte economica dell’accordo di libero scambio – l’introduzione della competizione con le multinazionali occidentali europee – avrebbe danneggiato in maniera significativa l’obsoleta industria pesante dell’Est Ucraina e i suoi padroni miliardari.

Yanukovich, conscio della relativa fragilità del suo potere, aveva studiato l’esempio di Putin (che ha il suo punto di forza nel passato al KGB) e tentato di garantirsi il totale controllo degli apparati di sicurezza e sui ministeri dell’Interno e della Difesa (nota 7).
Ma ha dovuto contare per buona parte su personale di carriera (per quanto riguarda gli Interni e la Difesa). E al momento buono questi non gli sono rimasti fedeli. Del resto i generali non si dimostrano affidabili nemmeno per il suo successore. Pur non potendosi parlare per l’Ucraina di un complesso militar industriale come quello russo, tuttavia questa mancanza di controllo da parte della grande borghesia ucraina sul proprio braccio armato, la dice lunga sulla possibilità che borghesie straniere hanno di influenzare gli avvenimenti interni anche da questo punto di vista. Ad esempio i russi hanno potuto assorbire tranquillamente, una volta eliminato Yanukovich, le formazioni armate speciali (Berkut, Alfa).
Yanukovich ha tentato di imitare Putin anche sotto il profilo di mettere sotto controllo gli oligarchi nemici; prima della caduta aveva in mente una riforma fiscale per tassare i grandi evasori (nota 8). E certamente anche questo ne ha accelerato la fine.

Perché allora non avviene quanto preconizzato da molti commentatori e cioè una guerra sullo stile di quella libica, che porti alla spaccatura del paese, all’insediamento della Nato, all’espansione selvaggia del capitale europeo o a una vittoria russa stile Georgia?
Certamente il peso demografico ed economico del paese sono un ostacolo a manovre imperialistiche troppo spinte; ma anche altri intrecci.
A livello europeo si può avere l’impressione di un fronte per la mediazione (Italia, Germania) e di un fronte guerrafondaio (Francia, Gran Bretagna). Ma a ben vedere quest’ultimo schieramento si esibisce molto a livello locale, ma ha ragioni di prudenza. Lo scontro Russia-occidentali per la Crimea si è subito trasformato in una guerra finanziaria. La minaccia di sanzioni finanziarie da parte di Usa ed Europa ha avuto l’effetto di spaventare gli oligarchi russi che depositano i loro capitali alla City di Londra o a Manhattan, ma anche presso le finanziarie tedesche e inglesi create ad hoc nei Carabi, oltre che nel paradiso fiscale di Cipro. Che hanno cominciato a ritirare da Londra e New York parte di questi capitali (la sola FED ha perso 105 miliardi di $ in prelievi al giorno per alcuni giorni; gli inglesi hanno tenuto segrete le cifre).
Ma lo stesso Putin deve tener conto ad esempio del crollo della Borsa in Russia (-13%) il giorno in cui la Crimea ha votato per l’annessione; Putin vuole sottomettere gli oligarchi russi, inquadrarli, dominarli, chiede loro di far rientrare i loro capitali dall’estero, ma non vuole certo impoverirli. Sono loro ad esempio che hanno finanziato i Giochi Olimpici di Sochi.
Questo senza citare l’intreccio di interessi sull’energia (che toccano pesantemente anche l’Italia: Scaroni ha lamentato l’arresto del progetto South Stream che portava commesse miliardarie a Saipem e Snam Progetti).
Ecco perché i contatti diplomatici Obama-Putin proseguono. Il ministro degli esteri tedesco Steinmeier in visita a Kiev ha sollecitato di smorzare i toni, di ripristinare il russo come seconda lingua ufficiale, di disarmare la destra radicale che rischia di spingere gli ucraini orientali russofoni nelle braccia di Putin. Un conflitto militare non lo si può escludere a priori, ma non sembra imminente.

Il proletariato ucraino può fare affidamento solo su sé stesso per difendersi dal nazionalismo dei gruppi politici, ma soprattutto dalla grande borghesia ucraina, corrotta e arrivista, forte nel reprimerlo quanto incapace di impostare una politica di ampio respiro fosse anche per far crescere i propri profitti nel lungo periodo. A fronte dello sfacciato lusso degli oligarchi e del loro entourage c’è l’estrema povertà dei lavoratori, la cui speranza di vita diminuisce in controtendenza rispetto agli altri paesi capitalisti e sono costretti all’emigrazione (quasi sette milioni di ucraini che nel 2012 hanno mandato a casa nel 2012 in rimesse quasi 7,5 miliardi di dollari pari al 4% del PIL ucraino). Le famiglie ucraine sono tra le più povere in Europa, costrette a spendere circa 1/3 del reddito per l’alimentazione, mentre una decina di oligarchi detiene una ricchezza pari ad 1/5 del PIL ucraino. Il salario medio lordo mensili è di 306 €, il reddito medio mensile ucraino era nel 2012 di €275; su 44,854 milioni di abitanti, e circa 22 milioni di attivi, la Banca Mondiale calcola che 7 milioni di ucraini sono costretti annualmente ad emigrare. L’indice di disuguaglianza sociale è cresciuto dal 3,3 nel 2000 al 3,5 nel 2012 (dove 0 equivale a eguaglianza assoluta; per un raffronto in Germania è attorno al 0,085).
Nella “rivoluzione arancione” del 2005 come nel recente movimento di piazza Maidan, gli scontri interni alla classe dirigente hanno aperto un varco per l’azione della classe lavoratrice, che però priva di una propria direzione politica è stata cavalcata da varie frazioni borghesi. Solo creando una propria organizzazione rivoluzionaria autonoma potrà difendersi dai banditi borghesi nazionali ed esteri per aprire le porte a una società senza sfruttamento né nazionalismi.

Nota 1: I tentativi di penetrazione del capitale russo in Ucraina
Russi e ucraini sono in competizione diretta sul mercato internazionale in alcuni settori, ad esempio nell’industria pesante o nell’aerospaziale, in particolare nei confronti dei paesi a giovane capitalismo. Nel settore metallurgico la lobby degli oligarchi ucraini ha condotto una forte battaglia protezionista contro la penetrazione del capitale russo. Ma a partire dalla crisi del 2008 i russi hanno ripreso l’offensiva per impadronirsi dei settori chiave ucraini, dove i gruppi sono più concentrati, approfittando del parziale ritiro dei capitali europei.
Un episodio interessante avviene nel 2009 e porterà alla rovina politica e poi all’arresto di Julia Tymoschenko, premier fra il 2007 e il 2010. E’ noto che nel 2011 la Tymoschenko è stata accusata di aver firmato nel 2009 un accordo con Putin relativo alla fornitura di gas troppo favorevole a Gazprom. Gli oligarchi del settore chimico e del settore siderurgico (particolarmente energivori) non le perdonarono di aver acquistato energia a prezzi più alti di quelli del mercato libero. Ma nel 2009 Tymoschenko si rese “colpevole” di un altro sgarro. Fino a quel momenti gli oligarchi attivi nel settore siderurgico (Akhmetov, il Privat Group di Igor Kolomoyskyi e Genadiy Boholyubov, Viktor Pinchuk, Kostyantin Zhevago, Vadym Novinsky, i fratelli Klyuyev, Serhiy Taruta), avevano fatto blocco protezionista contro il tentativo del capitale russo di entrare nella metallurgia ucraina. Il cartello si rompe nel 2009 quando La Industrial Union of Donbass (ISD) di Taruta e Vitaliy Hayduk, che ha impianti in Ucraina Polonia e Ungheria, rischia la bancarotta per il carico eccessivo di investimenti operato negli anni precedenti. Si mormora che le disgrazie della ISD siano il risultato della guerra condotta contro di essa da Akhmetov, che ha fatto mancare i rifornimenti di materiale grezzo provenienti dalla sua MetInvest, che monopolizza le miniere e ha così costretto Taruta and Hayduk a rifornirsi a prezzi più alti da Russia e Brasile. Hayduk vende la sua quota (52%) a un consorzio russo, con base legale in Svizzera, la Carbofer. L’anno successivo i russi comprano la Ilyich Steel e Iron Works a Mariupol, mentre Akhmetov compra finalmente la Zaporizhstal (e negli anni successivi ricompra Ilyich Steel e Iron Works). La Tymoschenko è accusata di non aver fatto nulla per impedire la guerra fra ISD e Akhmetov che indirettamente ha favorito i russi e di essere troppo sbilanciata verso Akhmetov e i russi. In particolare il Rue Group si sposta tutto su Yanukovich, che risulta vittorioso alle presidenziali del 2010.

Nota 2: Il carattere regionale dei clan ucraini
Gli oligarchi si sono organizzati in clan, su base regionale, oltre che sulla base al settore di intervento. Il carattere regionale è inevitabile perché l’industria è distribuita in modo irregolare nel territorio ucraino. Nella logica di divisione del lavoro interna al sistema sovietico, l’Ucraina orientale, posta a ridosso del confine russo, ma anche vicina alle miniere, è stata individuata come area di sviluppo industriale, soprattutto siderurgico. La russificazione (realizzata anche attraverso l’emigrazione di russi in Ucraina) ha riguardato in primis quest’area, di cui fa parte l’avanposto militare della Crimea. L’industria pesante è concentrata in due aree, il Bacino del Donetsk (oblasts di Donetsk e Luhansk) e l’area di Dnipropetrovsk (oblasts di Dnipropetrovsk and Zaporizhia). La terza area industriale, Kharkhov, è molto meno significativa. La stragrande maggioranza dei leaders politici e/o economici sono nati o hanno studiato nelle regioni dell’est.
Per necessità di orientamento, semplificando, si possono individuare alcuni clan principali:
Il clan di Donetsk; ha avuto come uomini di punta Rinat Akhmetov e i molto meno ricchi e potenti Serghey Taruta, Vitaliy Hayduk e i fratelli Klyuyev, Andrea e Serghey. Il clan ha trovato dal 1997 il suo più importante rappresentante politico in Victor Yanucovich e il suo Partito delle Regioni. Una volta ridimensionato il clan di Dnipropetrovski, anche quello di Donetsk ha visto il conflitto fra Akhmetov sia con Tarata che con Vitaliy Hayduk
Il clan di Dnipropetrovski, da cui proveniva lo stesso Kuchma, fu dominante nel biennio in cui fu primo ministro Pavlo Lazarenko (1996–1997), importante uomo d’affari attivo nell’importazione del gas, il cui braccio destro era Yulia Tymoshenko; Lazarenko, accusato di corruzione, fuggì poi all’estero (attualmente è detenuto a New York per riciclaggio di denaro sporco). Il clan si spaccò in più sottoclan: quello di Viktor Pinchuk (genero di Kuchma) attivo nella metallurgia, ma erede anche delle attività di Lazarenko con la sua Interpipe; il Privat Group guidato da Igor Kolomoyskyi e Genadiy Boholyubov, forte nel settore banche; quello della Timoshenko (settore energia) e quello di Sergeiy Tihipko. La Timoshenko fu coinvolta nell’inchiesta che riguardava Lazarenko, accusata anche di partecipazione nell’omicidio di Shcherban, oltre che di riciclaggio di denaro sporco nel 2001, ma sfuggì al carcere e fondò il suo partito “Patria” (Batkivshchyna).
Il clan di Kiev (citato anche come “i sette di Kiev”) e meno significativo come potere economico, ma influisce più direttamente sul Parlamento, vede in posizione preminente Viktor Medvedchuk, ma anche i fratelli Surkis, Gregoriy e Igor.
In tempi più recenti (2004) è entrato in scena il gruppo RUE (da RosUkrEnergo) guidato inizialmente dal capo di Naftogaz, Yuriy Boyko, ex braccio destro di Kuchma, Sergeiy Lyovochkin e dall’uomo d’affari Dmytro Firtash, Il gruppo è il più sbilanciato a favore di una collaborazione con la Russia nel settore importazione di gas da Russia e Turkmenistan. La RUE, registrata in Svizzera, con una struttura societaria del tutto non trasparente, ha avuto l’appoggio di Putin. Apparentemente il 50% delle azioni sono di Gazprom, il 45% di Firtash e il 5% di Ivan Fursin; ma sembra certa la presenza anche di Sergeiy Lyovochkin. La RUE perse la guerra del gas nel 2009.

Nota 3: Corruzione e violenza dei gruppi al potere
Osserva acutamente Sławomir Matuszak che esiste molto materiale sugli eccessi dei clan e degli oligarchi ucraini, nonostante la censura di stato, ma questo materiale va valutato con grande senso critico perché è fondamentalmente strumento di lotta politica e di delegittimazione dei propri avversari. Fra gli omicidi più noti si possono citare quello di Vadym Hetman, ex capo della Banca Nazionale Ucraina; Kuchma è stato accusato di aver fatto eliminare fisicamente decine di giornalisti (il più famoso è Gongadze) e di oppositori politici. Lazarenzo e Tymoshenko furono accusati dell’omicidio dell’uomo d’affari Shcherban, ucciso nel 1996 nel corso di una battaglia per il controllo della distribuzione del gas; Yura Ivanyushchenko, longa manus di Yanukovich è accusato di capeggiare uno squadrone di killer prezzolati, responsabili dell’eliminazione del boss mafioso Akhat Bragin.

Nota 3 bis: L’ex presidente Yanukovich, eletto nel 2010, conferma questo assunto. Con lui il clan di Donetsk è tornato in auge, ma anche il RUE Group che lo aveva sostenuto finanziariamente. Come gli altri prima di lui Yanukovich diventa un oligarca, si crea il proprio impero affaristico (la mitica “Famiglia”) tramite i figli, Alexander e Victor e il suo amico di infanzia Yura Ivanyushchenko. Il suo gruppo di affari, che in breve si estende come una piovra su settori come il carbone, macchine utensili, l’agricoltura e agroalimentare, commercio. Ad esempio nasce dal nulla una società che incamera enormi quantità di grano per l’export, la Khlib Invest-Bud firm, per il 49% di proprietà statale e per il 51% di proprietà di azionisti non meglio identificati, russi e di Cipro. Gli altri affaristi del settore, danneggiati, ricorrono con successo al WTO. La “Famiglia” è potente soprattutto negli oblast di Odessa e Zaporizhia, controllano le attività portuali e coprono il contrabbando; Ivanyushchenko pare non disdegnare l’imposizione sui piccoli imprenditori del classico “pizzo” per finanziare la campagna elettorale del suo boss; inoltre in cambio della sua protezione pretende un appoggio elettorale attivo, per essere meno dipendenti da Akhmetov e dal gruppo RUE. Yanukovich favorisce parenti e amici… La “Famiglia” si garantisce da subito il controllo di alcuni canali televisivi, sia pure attraverso dei prestanome (Tonis, 5 Kanal ecc.). Questo lo mette in conflitto con altri grandi gruppi d’affari, almeno quelli grandi abbastanza da contrastarlo e Yuschenko deve fare concessioni; con lui la tendenza alla concentrazione monopolistica si rafforza: Akhmetov assume una posizione dominante nella metallurgia, Firtash nella chimica, Kolomoyskyi nella petrolchimica e nel trasporto aereo.

Nota 4: Rivoluzione arancione e EuroMaidan
Secondo analisi più recenti la rivoluzione arancione (2004-05) ha rappresentato il tentativo di piccoli e medi imprenditori di far sentire la propria voce e far valere i propri interessi, trovando in Yuschenko (e nel partito Nostra Ucraina) il proprio leader. Yuschenko negli anni precedenti capo della Banca Nazionale, era stato leader di un tentativo di riforma del credito per renderlo accessibile al piccolo capitale. Nostra Ucraina ha finito per attirare anche importanti uomini d’affari insoddisfatti del rapporto affari/politica come Petro Poroshenko e David Zhvania, che miravano principalmente a ridurre il potere del presidente. Altri oligarchi si avvicinarono a Yuschenko fra cui Tarata e Timoschenko. Per questo qualcuno definì la rivoluzione arancione “la rivolta dei milionari contro i miliardari”. Viceversa gli uomini legati a Akhmetov osteggiano Yuschenko e si parla di possibile autonomia/separazione dell’est ucraino rispetto al governo di Kiev. In particolare fu bloccata la vendita a prezzi stracciati allo stesso Akhmetov del più grande impianto siderurgico ucraino, la Kryvorizhstal (in seguito venduta per sei volte tanto alla indiana Mittal Steel). L’operazione, fortemente voluta da Timoshenko, ne determinò la caduta politica (Yuschenko, favorevole a un compromesso con gli oligarchi la allontanò dal governo),
Anche il clan di Kiev ne risultò indebolito ed estromesso dal potere politico. Ecco le ragioni di alleanza fra la Tymoschenzo e l’attuale leader Arsenij Yacheniuk nel Blocco di Julia Tymoschenko.
Al contrario il partito delle Regioni, largamente finanziato dagli oligarchi riprese rapidamente influenza. In quel periodo (2006) i maggiori sostenitori sono gli imprenditori del Donbass i fratelli Klyuyev, Vasyl Khmelnytsky and Valentyn Landyk. L’influenza politica di Yuschenko si esaurisce rapidamente e gli oligarchi intervengono in prima persona, facendosi eleggere in parlamento e facendo lobby per portare avanti gli interessi delle loro aziende. Fra questi principalmente Akhmetov e il gruppo RUE. Mentre Yanukovich è primo ministro (2006-7) Boyko è ministro dell’energia e Lyovochkin capo di gabinetto. La Rue ottenne il quasi monopolio dell’import del gas.
Ma già nel 2007 il Blocco di Julia Tomoschenko riprende il sopravvento, appoggiata da Kostyantin Zhevago (banche e metallurgia) dell’Oblast di Poltava, da Tariel Vasadze, della UkrAvto Group, produzione di auto; dai fratelli Buriak, Oleksandr and Serge, con la loro Brokbiznes Bank, una delle più grandi in Ucraina. Non ostili al Blocco, anche se non membri a tutti gli effetti i componenti del Privat Group, Igor Kolomoyskyi e Genadiy Boholyubov, pronti trasformisticamente a schierarsi con il leader di turno purché favorevole ai loro interessi. Evidentemente Julia Timoschenko nel 2007 si dimostra “credibile” per gli oligarchi, che tuttavia non rompono con Yanucovich. Solo Petro Poroshenko, l’uomo d’affari filo americano, resta sostenitore di Yuschenko. E accetta il ruolo di ministro degli esteri fra il 2009 e il 2010.

Nota 5: Il settore bancario
E’ l’unico in cui sia significativa la presenza del capitale estero (39%).
Delle 177 banche che operano in Ucraina 21 sono al 100% straniere, in particolare russe, e 56 hanno una compartecipazione. Le prime 10 banche controllano il 56% del capitale finanziario totale; di queste solo due sono di proprietà di oligarchi (la Privat Bank di Ihor Kolomoyskyi e Henadiy Boholyubov, n.1, nel 2011 controllava il 13,7% del capitale, e la First Ukrainian International Bank – FUIB, che ha una significativa presenza di Akhmetov, la n.9, nel 2011 controllava il 2,8% del capitale).

Nota 6: Così ha fatto Vadasdze nel corso dei negoziati con la UE per quanto riguarda l’import di macchine usate e gli industriali del settore aeronautico, fra cui il Privat Group, si sono opposti alla presenza di compagnie estere nelle tratte interne al paese. Akhmetov si oppone all’ingresso in Ucraina della elettricità fornita dalla Russia, molto più a buon mercato di quella fornita dalle sue centrali elettriche e in questo modo esclude la Russia anche dal mercato europeo, cui lo stesso Akhmetov ha l’ambizione di vendere la sua elettricità.

Nota 7: Per quanto riguarda amici e parenti Serhiy Arbuzov, responsabile della Ukrainian Business Bank che ha finanziato la campagna elettorale di Yanukovich viene messo a capo della Banca Nazionale; in cambio la UBB viene affidata alle cure del figlio di Yanukovich, Alexander, che già controlla la All-Ukrainian Development Bank. Un altro sostenitore Oleksandr Klimenko viene messo a capo dell’Ufficio imposte nazionale (2011). Un imprenditore in cattive acque le cui aziende sono subito tornate floride con Yanukovich è Dmytro Firtash, che ottiene dal governo la fine del monopolio di Naftogas nell’import di energia e colloca uomini di fiducia nei posti chiave di Naftogas e ottiene appalti importanti per le sue aziende come la UkrGazEnergo, con un aggravio di costi per lo stato di 3 miliardi di $; Firtash inoltre ottiene gas a prezzi di favore per i suoi impianti chimici e ottiene il monopolio dei fertilizzanti. Dulcis in fundo ottiene il controllo del CDA della Crimea Titan, di cui è azionista di minoranza, Inutile sottolineare l’importanza strategica del titanio nell’economia moderna. Voci ben informate affermano che nella creazione della sua banca, Nadra, la n.11 nel 2011, 2,4% del capitale, ha potuto godere di cospicui prestiti da Gazprom.
Per quanto riguarda Sicurezza, Difesa, Interni nel 2011 mette al ministero dell’Interno Vitaliy Zakharchenko e Henadiy Reznikov è scelto come portavoce ufficiale e responsabile della censura; il figlio Alexander propone per i servizi segreti Ihor Kalinin e alla difesa Dmytro Salamatin.

Nota 8: Il sistema collaudato dagli oligarchi per evadere è questo: i grossi gruppi finanziari ucraini esportano a prezzi inferiori al costo di produzione a società offshore controllate da loro stessi. Queste si occuperanno, poi, di vendere ai giusto costo. Cosi in Ucraina si denunciano le perdite e si risparmia sulle tasse. Il guadagno si fa, invece, con le collegate estere.

Bibliografia: materiale da Stefano Grazioli, che ha scritto un libro sulla Gazprom; da “In difesa del Marxismo”; da “L’oligarchia democratica” di Sławomir Matuszak (luglio 2012), a cura del centro studi polacco Ośrodek Studiów Wschodnich im. Marka Karpia oltre che da articoli vari di molti giornali.

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