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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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La nuova destra italiana e la riedizione nostrana attualizzata del socialfascismo

Inserito da on 1 Aprile 2015 – 13:31

La “nuova destra” è attualmente l’opzione, perlomeno elettorale, di una fetta della borghesia italiana, con delle significative mutazioni rispetto alla vecchia Lega. Questo potrebbe già essere per noi una ragione di interesse, ma lo è anche di più per il disegno del suo leader Salvini di aggiogare fette consistenti di classe operaia e di lavoratori al proprio carro. Lo scopo: scatenarli, complice la crisi, contro i profughi e gli immigrati, coinvolgerli nel “partito della guerra”, nella fattispecie in Libia, senza disdegnare l’attacco squadrista ai militanti di sinistra.

Un interessante sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, condotto per il Sole 24 Ore dal Cise, Centro italiano studi elettorali della Luiss, ci fornisce utili informazioni sul fenomeno “Salvini” e sulla nuova Lega. Secondo questo sondaggio il bacino potenziale di voto della Lega ai aggira sul 23,6% contro un 36% per il PD, un 20,5% per Forza Italia e un 20,3% per il M5Stelle. Anche senza considerarli dati assodati, c’è comunque una indicazione del fatto che dopo la “svolta lepenista” di Salvini, la Lega combatte con buone probabilità di successo con FI e M5S per il secondo posto nelle prossime regionali. Inoltre su 100 elettori potenziali 62 vengono dal Nord, 38 dal Centro e 22 dal sud, mentre è assodato che nelle politiche 2013 92 voti su 100 della Lega sono stati rastrellati al Nord.
E’ il segno che la volontà di superare la dimensione prevalentemente padana, sta ottenendo un iniziale successo. Interessante anche la provenienza politica di questi voti potenziali: solo il 32% hanno già votato Lega nel 2013, un altro 32% hanno votato FI, il20% hanno votato PD e il 16% M5S.
Fino ad ora l’elettorato tipico leghista era maschile, oggi è potenzialmente (al 57%) femminile e rispetto al campione la propensione di voto è maggiore nella fascia d’età 45-64 anni e fra coloro che vanno a messa regolarmente. Confermata invece la sotto-rappresentanza di chi è laureato e la sovra-rappresentazione di imprenditori e lavoratori autonomi (zoccolo duro tradizionale della Lega) e delle casalinghe (finora riserva privilegiata di caccia di Berlusconi).
Le ragioni dell’adesione alla Lega risiedono:
a) nella convinzione che l’appartenenza alla UE abbia danneggiato l’Italia (73% contro il 50% della media del campione)
b) nell’essere favorevoli a uscire dall’euro come propone Salvini (53% contro il 36% del campione)
c) essere favorevoli a limitare Schengen (55% contro 46% del campione)
d) voler mano libera su assunzioni e licenziamenti (72%% contro 53% del campione).
L’intero campione consultato considera la Lega poco credibile per quanto riguarda rilancio dell’economia (5,7% contro il 28,5 per Renzi e il 11-12% di FI e M5S), riduzione dei costi della politica (7,7% contro un 24,4% per Grillo, 21,4% per Renzi), far valere l’Italia in Europa (8,8% contro un 35,3% per Renzi, 13,1% per Berlusconi, 19,6% per Grillo), ma piuttosto credibile sui temi della sicurezza (23,4% contro 19% per Renzi 10, 8% per Grillo e 9,2% per Berlusconi).

Quindi questo sondaggio conferma che la propaganda scelta da Salvini, cioè cavalcare la xenofobia e l’antieuropeismo, paga rispetto al suo elettorato, che in parte è quello tradizionale della lega (lavoratori autonomi e piccoli medi imprenditori) ma anche di FI (fasce di pensionati, casalinghe, fasce meno istruite, ma anche piccola borghesia del sud). Non va sottovalutato da un lato che i lavoratori della piccola media impresa sono influenzati dall’ideologia del “siamo sulla stessa barca” , cioè “se il mio datore di lavoro fallisce io perdo il posto”, dall’altro che frazioni sociali che vivono di welfare e di evasione si riconoscono nella ostilità al profugo e allo straniero (che ottiene le case popolari, che ottiene assistenza medica, oppure che lavora per meno o in nero), soprattutto se non c’è un forte movimento rivendicativo proletario che si presenti come alternativa.
Salvini in questa fase calcola che la destra moderata e istruita venga meglio intercettata da Renzi. Per questo opta per una alleanza con CasaPound e Fratelli d’Italia, che dovrebbero fungere da apripista per la campagna al centro e al sud.
CasaPound, molto radicata a Roma e centro Italia, ha una ideologia populista da “fascismo sociale” (vedi le occupazioni delle case a Roma o l’attivismo pro-terremotati in Abruzzo e in Emilia), si richiama alla Repubblica du Salò e celebra la marcia su Roma, attira i giovani con la cultura pop. La collaborazione con la Lega parte dal sostegno dato da CasaPound alla candidatura europea di Borghezio (2014), padre spirituale di Salvini, e si cementa con la guerra dichiarata a “Mare Nostrum” e alla “invasione degli immigrati” e alla “Europa dei burocrati e dei banchieri”. CasaPound ha anche una onlus italiana (la Salamandra) e internazionale (Solidarité Identites) e ha proliferato in Germania (Haus Montag) e Spagna (Casal Tramuntana).
Elettoralmente CasaPound pesa poco, ma può fungere da ala movimentista, pronta allo scontro di piazza, può garantire un canale di reclutamento verso i più giovani.

L’alleanza con Fratelli d’Italia, resa possibile dalla rinuncia ai temi autonomisti da parte di Salvini, soprattutto se si trasforma in asse Salvini-Meloni-Berlusconi per un accordo quadro nelle sette regioni in cui si vota (Veneto; Liguria; Emilia Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Campania; Puglia; Calabria), ha invece una chiara valenza elettorale. Sia la Meloni che Salvini sono emuli di Marine LePen il cui partito ha di recente portato a casa il 25,19% alle elezioni dipartimentali francesi. E ambiscono a raccogliere il malcontento di “piccoli imprenditori, tassisti, commercianti, impiegati” nelle regioni del Centro.

Nel frattempo si è consumata la spaccatura in Veneto tra Salvini e il sindaco di Verona Tosi, che, candidato in Veneto, può avere l’appoggio del Ncd di Alfano e forse anche dei forzisti di Fitto a livello politico, e, se si dà ascolto alla stampa delle diocesi, di molti ambienti ecclesiali, della finanza (Corrado Passera) e della impresa. Attenzione comunque a considerare Tosi più “moderato”; anche lui ha i suoi supporter neri e picchiatori, come quelli di Veneto Fronte Skinheads. Quella della Lega è una diatriba di potere per rappresentare la piccola borghesia veneta produttiva, falcidiata dalla crisi, durante la quale chi non ha innovato è fallito, ossessionata dalla microcriminalità, contro cui teorizza il fai da te, entusiasta del Job Act, affamata di investimenti, antioperaia non per ideologia ma per ruolo, che sfrutta i lavoratori veneti e in più 514 mila immigrati, imprescindibili. Un Veneto dove la Lega da 10 anni gestisce gli 8,5 miliardi della sanità (75% del bilancio regionale), in comunella col condannato Galan: una torta per cui val la pena scannarsi, un parassitismo nordista e padano, che non ha nulla da invidiare a quello sudista. Una regione che ha il 30% della popolazione sopra i 65 anni e quindi è sensibile al tema della sicurezza e del welfare.

Beniamino dei talk show, Salvini non lo è di tutti i giornali, che numerosi hanno definito un flop la manifestazione del 28 a Roma, pur sottolineando che la contromanifestazione” della sinistra (“Mai con Salvini”), più numerosa, era però unita solo nel rifiuto, ma povera di proposte in positivo. Il Sole 24 ore in particolare non è tenero con l’ipotesi di uscire dall’Euro (“svalutando la lira, aiuterebbe l’export ma porterebbe un aumento dei tassi, disastroso per il debito pubblico e le aziende perché l’import di materie prime e petrolio sarebbe più caro”), ma anche col “nazionalismo autarchico” di CasaPound, che non si è ancora rassegnata alla globalizzazione. Approva l’abbandono del secessionismo da parte di Salvini, ma esprime scetticismo sulla possibilità di troncare il fenomeno migratorio. L’unico punto che preoccupa veramente il Sole è l’avversione alla politica di austerity, che è trasversale perché lo cavalca la destra di Meloni e Salvioni, la sinistra di Vendola e Grillo che “non è né di destra né di sinistra”. L’austerity colpisce prevalentemente i lavoratori e gli strati più poveri della popolazione, ma morde anche settori di pubblico impiego e piccola borghesia autonoma e quindi la borghesia ha il problema che la protesta non assuma i connotati di Tsipras o Alba Dorata in Grecia.

Fin qui restiamo su un terreno prevalentemente elettorale, ma che fa intravedere spostamenti sociali che non ci devono lasciare indifferenti.
Niente per ora fa pensare che la nuova destra di Salvini rappresenti per la grande borghesia italiana, che punta ancora a una scelta europea, magari meglio contrattata, l’opzione prevalente. E certamente non perché pensiamo che la Costituzione, la democrazia ecc. siano un valido ostacolo (al massimo è uno specchietto per gli intellettuali liberal di turno), ma perché l’opzione fascista complessiva è indotta da una crisi economica non risolvibile. Per ora la grande borghesia punta su Renzi, che con il Jobs Act ha colpito i lavoratori più a fondo di quanto non abbia fatto nessun governo Berlusconi, che comunque dialoga con BCE e Unione Europea, ha ridotto in parte l’Irap, aumentato gli incentivi perl’acquisto di macchinari, ha aperto proficui filoni di affari con la Cina e con gli 80 € copre in qualche modo settori di “poveri”.

Salvini resta comunque un’opzione da tenere nel cassetto in caso di bisogno e intanto incarna esigenze con cui si deve mediare. Ad esempio sul piano della politica estera
Salvini interpreta le esigenze di quelle piccole e medie imprese, soprattutto di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che sono profondamente danneggiate dalla crisi nel Donbass e dalle sanzioni contro la Russia (non a caso a Roma sventolavano le bandiere di Putin, con cui CasaPound ha un rapporto privilegiato). Gli stessi settori sono ora messi all’angolo dalla crisi libica e dalla sua mancata veloce soluzione, che colpisce pesantemente l’export italiano che nel 2013 aveva dato segnali di vivace ripresa.
Anche qui la Lega propone l’intervento. Propagandisticamente parla di mandare la flotta per bloccare i barconi, “salvare i naufraghi, ma non lasciarli arrivare in Italia”. In forme meno truculente, ma con un contenuto imperialista altrettanto evidente. Pagine di difesa, organo ufficioso delle alte sfere dell’esercito, parla di azioni umanitarie da svolgere col risbarco dei profughi su territorio libico, di costituire campi profughi a gestione europea ecc. Una copertura perfetta per la presenza delle navi italiane a ridosso della costa, a difesa degli impianti offshore dell’Eni, ma anche degli affari che ancora si possono svolgere fra Italia e Libia e comunque un modo di posizionare militari in territorio libico, prima di un intervento Onu che tarda a venire. Naturalmente è Renzi che vola in Russia e a Sharm el Sheik per intessere la tela di un intervento che utilizzi l’Egitto, senza lasciargli prendere la Cirenaica, in tutto con l’assenso della Russia. Ma Salvini fa il rullo compressore a vantaggio dell’imperialismo italiano allo stesso modo.

Oggi come oggi la grande borghesia italiana non mostra interesse a fare della Lega il suo cavallo privilegiato, ma questo non è minimamente rassicurante; non solo perché nel frattempo la Lega porta avanti egregiamente il suo disegno di intossicare con la sua xenofobia e la sua apologia del capitale nazionale fette di lavoratori, ma perché si tratta comunque di un partito profondamente borghese che si offre come cavallo di riserva nel caso che la crisi economica si approfondisca.

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