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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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Libano

Inserito da on 18 Novembre 2019 – 12:19

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della battaglia intera della nostra classe.

Il Libano in rivolta
Eppure le manifestazioni in corso in Libano dal 17 ottobre e che non accennano a diminuire, sono fra le più ampie dal 2005 ( France 24 riporta una valutazione di 1 milione di persone in movimento), coinvolgono tutte le medie e grandi città e tutte le aree del paese da Tripoli, bastione di Hariri, a Tiro e Baakbek, nella Valle della Beka’a, bastione sciita, stanno proseguendo ininterrotte nonostante una violentissima repressione a opera della polizia e delle squadracce di Hezbollah.
Nel 2005 si trattava di folle organizzate dai sunniti per protestare per l’uccisione di Rafik Hariri (il padre dell’attuale ex premier Saad Hariri), allo scopo di cacciare i Siriani che occupavano il paese da 29 anni.

Una rivolta fuori dagli steccati delle sette
Oggi, per valutazione unanime di tutta la stampa internazionale, i manifestanti si muovono al di là di ogni steccato settario, aspetto notevole in paese in cui la politica ufficiale è cristallizzata in base alle componenti settarie (cristiani, sciiti, sunniti), in base ad accordi che risalgono al 1943 (Patto Nazionale) e 1989 ( Accordi di Taif che posero fine alla guerra civile iniziata nel 1975). Per legge il presidente deve essere Cristiano Maronita, lo speaker del Parlamento sciita e il Primo Ministro sunnita.
Il Libano riconosce 18 comunità o sette religiose: una ebrea, una drusa, 12 cristiane e 4 mussulmane.
Ogni comunità ottiene potere politico in rappresentanza dei suoi membri, cui elargisce servizi di welfare che lo Stato non fornisce, ovviamente in forma clientelare, in cambio di voti e “fedeltà”. Il più abile in questo senso è stato Hezbollah che come uno Stato nello Stato ha garantito ai suoi posti di lavoro, scuole e ospedali.
Questa è la base materiale del sistema di corruzione che caratterizza l’esercizio del potere in Libano, ma anche l’origine dello strapotere anche economico di una élite estremamente ristretta.
E’ anche contro questo sistema che le masse libanesi protestano oggi.
Contro questa drammatica eredità storica i ribelli libanesi hanno risposto il 27 ottobre con una azione di fortissimo valore simbolico: una catena umana di 170 chilometri che si è snodata da Tripoli a Tiro.

Un movimento maturato negli anni
Il 2011 in Libano è stato poco più di un episodio, nelle giornate di marzo alcune migliaia di giovani avevano protestato per chiedere l’abolizione del sistema confessionale in vigore dal 1943. Pochi nel resto del mondo vi hanno fatto caso vista l’ampiezza degli sconvolgimenti negli altri paesi del Medio Oriente.
Sulla rapida fine delle proteste hanno influito certamente le vicende della vicina Siria, in cui la guerra civile si è trasformata in una feroce guerra per procura che ha ridotto in macerie il paese. Siria e Libano hanno avuto una storia comune sotto il colonialismo francese, fra le due guerre mondiali, sono rimasti strette relazioni familiari, sociali ed economiche. E se non bastasse l’arrivo di 1,5 milioni di profughi siriani ha agito da deterrente.
Ma poi le contraddizioni sono riesplose nell’agosto 2015, durante la cosiddetta “crisi della spazzatura:” grandi manifestazioni di piazza per protestare contro i cumuli di rifiuti che ingombravano le strade dei quartieri poveri, diffondendo topi e malattie. Era uno dei tanti segnali di come la corruzione degli apparati dello stato fosse pagata principalmente dai lavoratori e dalle classi meno privilegiate. I giornalisti avevano fatto il parallelo con le primavere arabe del 2011, notato la ripresa di slogan anti-establishment. Il movimento del 2011, apparentemente spazzato via, aveva lasciato reti non ufficiali di collegamento e di organizzazione che riemergevano dopo la stasi.
L’anno successivo in occasione delle elezioni municipali del 2016 e poi alle elezioni politiche del maggio 2018 sono emersi gruppi di pressione indipendenti che hanno tentato di portare avanti a livello elettorale le richieste emerse nel 2015. Questa esperienza ha suscitato speranze, ma i risultati sono sembrati decisamente deludenti. Per questo sono riprese le azioni collettive di piazza, spesso non coordinate, caratterizzate da entusiasmo creatività ed energia.

Il 2019 è stato punteggiato da grandi fermenti.
– in gennaio migliaia di persone protestano per il taglio dei sussidi per il carburante.
Poi protestano gli studenti universitari per l’aumento delle tasse.
– Altre proteste, mesi dopo, contro il sistema, implicito ed esplicito, che lega la possibilità di ottenere un lavoro all’appartenenza ad una delle 18 sette religiose, in particolare se si tratta di un lavoro statale e indipendentemente dai titoli di studio.
– nel maggio 2019 scioperano i lavoratori dei servizi (telefono, acqua, elettricità, università, uffici pubblici) per il taglio dei loro stipendi e delle loro pensioni.
– contemporaneamente il 4 maggio Beirut è scossa dalla marcia di centinaia di lavoratori migranti provenienti da Bangladesh, Ethiopia, Kenya, Filippine e Sri Lanka: protestano per il sistema del “Kefala”: contratti per cui all’arrivo sono privati del passaporto, restano alla mercé dei padroni, soggetti ad ogni sorta di abusi e violenze. In Libano ce ne sono 250 mila, per lo più donne.
– in luglio protestano i palestinesi dei campi profughi dopo che il governo ha multato o chiuso le imprese che impiegano palestinesi e siriani privi di permesso di soggiorno, nell’agricoltura e nell’edilizia. Il provvedimento riguarda anche i siriani. (nota 3); e’ la risposta del governo libanese alle pressioni Usa perché si dia la cittadinanza ai palestinesi (che così non potrebbero più pretendere il diritto al ritorno).
Ma è anche l’ennesimo modo di coltivare nel paese la xenofobia e creare tensioni fra i lavoratori.

Ma come si vive in Libano?
La disoccupazione è al 25% (37% fra i giovani, moltissimi diplomati e laureati).
Il 27% della popolazione vive sotto la linea di povertà.
La luce elettrica e l’acqua potabile non sono garantiti che per poche ore al giorno.
Le cure mediche e l’istruzione sono appaltate alle varie “chiese”.
I salari sono molto bassi, soprattutto per i lavoratori non specializzati, messi in concorrenza con i rifugiati (1,5 milioni di siriani, di cui 600 mila non registrati, e mezzo milione di palestinesi su meno di 7 milioni di cittadini), la maggioranza dei quali deve lavorare in nero perché non gli è consentito avere il permesso di lavoro.
L’1% più ricco del paese possiede il 58% della ricchezza nazionale e il 25% del reddito.
Il 50% più povero possiede l’1% della ricchezza nazionale.
Il 35% dei libanesi è in attesa di un visto per emigrare. Il 60% emigrerebbe se potesse. Ben 14 milioni sono i libanesi che sono emigrati nel secondo dopoguerra e le loro rimesse tengono a galla il paese. Le rimesse degli emigrati (7 miliardi di dollari annui) sono pari al 15% del PIL (dati del Sole-24 Ore).
Pochi giorni prima della “rivoluzione di Ottobre”, come la chiamano i libanesi, in tutto il paese sono scoppiati incendi devastanti, ennesima conferma della totale inefficienza dello Stato nel tutelare la sicurezza delle persone (l’unico elicottero in adozione per spegnere il fuoco era in avaria) e l’indifferenza per le conseguenze.
Da qualche settimana hanno cominciato a mancare cibo e carburante, in gran parte importati.
La recente svalutazione della sterlina libanese ha provocato un forte aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, la maggior parte importati. In più le banche hanno ridotto la possibilità di ritirare i depositi (temendo la conversione in dollari).
Di fronte alla necessità di riforme economiche per ottenere l’ennesimo prestito (nota 1), il debole governo Hariri (nota 2) ha mostrato di voler ripercorrere la nota strada di aumentare le tasse indirette, rinunciando a qualsiasi iniziativa che colpisse i ricchi. Finora il 60% delle entrate fiscali viene dall’equivalente della nostra IVA.
La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la tassa di 6$ al mese su WhatsApp. “E’ perché i libanesi non pagano le tasse” commenta acido il Sole 24 ore. Ma in realtà WhatsApp è l’unico mezzo di comunicazione (ad es. per ricevere proposte di lavoro) dei libanesi più poveri.

Chi protesta in Libano
I giovani, numerosi, disoccupati e sottooccupati, frustrati dalla mancanza di prospettive, sono i principali protagonisti della rivolta. Anche molte donne sono in prima linea nelle proteste: le leggi del Libano sono pesantemente discriminatorie nei loro confronti. Partecipano molti lavoratori libanesi, ma nessun rifugiato o lavoratore straniero sarebbe coinvolto.
Secondo la BBC nelle manifestazioni sono presenti “ tutti i settori della società” e lo spiega con il fatto che “il paese è al collasso”. Un movimento interclassista dunque, ma il 63% dei libanesi occupati sono lavoratori dipendenti. L’Independent sottolinea che nelle proteste ci sono aspetti da “carnevale” e un’atmosfera nazionalistica. Una descrizione molto articolata è fornita dalla rivista americana Jacobin: il movimento come si è detto non è guidato dai tradizionali gruppi di potere settari, né da sindacati o partiti, rifiuta le gerarchie tradizionali e tuttavia è stato in grado di sostenere per giorni e giorni un livello molto elevato di mobilitazione. Questo, spiega Jacobin, perché esistono sottotraccia, reti di collegamento non tradizionali e una serie di attivisti che negli 8 anni trascorsi dal 2011 hanno imparato tecniche di mobilitazione, slogan e modalità alternative di esprimere il dissenso e di allargare il consenso. Dopo gli attacchi dei gorilla di Hezbollah i manifestanti hanno velocemente cambiato tattica, niente più blocchi stradali, ma sit-in davanti alle istituzioni. Ad imitazione dei latinoamericani si portano le pentole in piazza per il “tanajer” (che all’occorrenza si trasformano in armi improvvisate). Nel mese circa appena trascorso i manifestanti hanno letteralmente occupato gli spazi pubblici delle città, le piazze, le strade organizzando meeting a tema, seminari universitari, preparando collettivamente cibo e distribuendolo in modo semigratuito, organizzando pieces teatrali, concerti e corsi di ginnastica.
L’idea diffusa è di creare solidarietà e appartenenza al di là della religione, al di là dell’appartenenza clanica; si sono invasi i quartieri più ricchi ed esclusivi per affermare che quella concezione della società deve finire, che deve finire un sistema politico che divide i cittadini secondo linee settarie e secondo la ricchezza, che i cittadini hanno dei diritti che spettano a prescindere, e non per gentile concessione dei potenti (LI Haqqi “per i miei diritti” è uno dei gruppi organizzati più attivi).

Ma chi dirige il movimento? Quali le prospettive?
Hezbollah non ha dubbi: il movimento è guidato dagli Usa e da Israele per tagliare le gambe all’influenza iraniana e riportare in sella il solo clan Hariri, notoriamente longa manus dell’Arabia Saudita (nota 3).
In realtà abbiamo cercato di dimostrare che non c’è bisogno di nessun regista occulto per spingere le masse libanesi a ribellarsi, basta la situazione reale.
I manifestanti al grido di (“kelon ya’neh kelon” (tutti vuol dire tutti, cioè i politici sono tutti corrotti e tutti se ne devono andare) hanno già provocato le dimissioni del premier Saad Hariri, ma chiedono la fine del sistema settario e clientelare, perché ancor più della povertà e della incertezza pesano l’ingiustizia sociale e l’autoritarismo politico. Si vuole la fine di una situazione in cui un manipolo di signori della guerra e di capi clanici si è arricchito a spese di tutti gli altri.
Fin qui tutto chiaro.
Ma il movimento è evidentemente un magma complesso. La descrizione di una organizzazione orizzontale con leaders informali è fascinosa, ma irrealistica. E’ evidente che ci saranno forze organizzate che tenteranno di guidare il movimento. Sappiamo che per ora, fra i vari tentativi di autoorganizzazione, ci sono le alt-union (le associazioni di studenti e insegnanti universitari) e le associazioni professionali (medici, avvocati, ingegneri, giornalisti, economisti) che si sono mobilitati per sostenere le proteste e dare loro uno sbocco attraverso un elenco di richieste ben precise. Ad esempio un governo indipendente dalle sette, un governo di esperti, “tecnocratico”, che ristabilisca la giustizia sociale e fiscale e costringa gli ex ministri a restituire i fondi pubblici depredati.
La mancanza di chiarezza e di una prospettiva rischia di lasciare i dimostranti in balia di qualsiasi forza organizzata borghese. Per non parlare del fatto che chi è al potere non se lo lascerà sfuggire tanto facilmente. C’è già chi chiede che l’esercito riprenda il controllo delle piazze e ristabilisca l’ordine (ad es. la destra patriottica cristiana).
I profeti di sventura sollevano le spettro del vuoto di potere in cui potrebbero reinserirsi le potenze regionali e imperialiste per trasformare il Libano in una nuova Siria. Un modo per scoraggiare i ribelli che hanno retto coraggiosamente alle repressioni poliziesche e agli attacchi fascisti di Hezbollah.
Ma indubbiamente nella sua storia di paese indipendente, è sempre stato il vaso di coccio schiacciato dagli appetiti dei più potenti vicini e degli imperialismi vicini e lontani. Se non è stato cancellato è perché, come per la Svizzera, tutti i potenti della Terra sono interessati alla sopravvivenza dei caveaux delle sue banche. Ma oggi gli appetiti sono aumentati dalla scoperta al confine fra Israele e Libano di un enorme giacimento di idrocarburi off-shore.

Le mani del capitalismo internazionale sul Libano: in caso italiano
Anche tralasciando le crociate, l’Italia ha sempre avuto interesse per il Libano.
Nel 1982 durante l’operazione “Pace in Galilea” con cui Israele puntava a snidare i militanti di Arafat dai campi profughi palestinesi, l’intero parlamento italiano votò l’invio di 600 uomini, che, assieme a francesi e statunitensi avrebbero dovuto consentire la partenza di Arafat e i suoi uomini per Tunisi.
Cosa che fecero, rimasero consegnati sulle navi dall’11 al 26 settembre, mentre i falangisti, compivano il massacro di Sabra e Chatila, salvo poi tornare in forze (fino all’84). L’impresa non ebbe esiti umanitari degni di nota, ma fu utile all’Italia per il lancio pubblicitario delle proprie portaerei. Noi ce ne ricordiamo perché ancor oggi 10 dei centesimi che paghiamo di tasse sulla benzina sono per pagare la spedizione del ’82.
Il governo Prodi vara la seconda spedizione italiana in Libano, sempre sotto “l’egida dell’Onu”, nell’agosto 2006, dopo la fine della invasione israeliana (nota 4). Il comando va alla Francia di Mitterrand, ma nel marzo 2007 passa all’Italia. E’ l’inizio di un condominio franco-italiano che dura tutt’oggi; sotto traccia una rivalità senza esclusione di colpi, perché entrambi i paesi vogliono fare da locomotiva. L’Italia si carica dei rischi e dei costi del 40% della spedizione e non mollerà più l’osso (ancor oggi impegna più di mille uomini). All’epoca Prodi presenta Hezbollah come “l’alfiere dell’indipendenza nazionale libanese”, il difensore dei palestinesi contro il Moloch israeliano. Oggi l’Italia è il secondo partner economico del Libano, dopo gli Usa, grazie a un “lavoro di squadra “ fra militari, addetti commerciali, ambasciata. Una posizione importante non per il paese in sé, ma perché è la cassaforte e la porta del Medio Oriente, come Honk Kong lo è della Cina. Lì si firmano i contratti più interessanti con tutti i paesi mediorientali.
A rendere più strategico l’intervento, la scoperta del petrolio. Nel dicembre 2017 Hariri ha concesso a Eni, Total e alla russa Novatek i diritti di esplorazione per due dei cinque blocchi offshore di sicura competenza libanese dei giacimenti posti a metà fra Libano e Israele (chiamati Tamar e Leviathan).
Si stima che il primo possegga riserve pari a 238 miliardi di metri cubi di gas mentre il secondo ne contenga circa 535 miliardi. Ovviamente infuriano le contese per definire gli esatti confini territoriali fra Libano e Israele e la ricerca di appoggi internazionali per sostenere l’una o l’altra capitale.
Da agosto 2019 è iniziata una escalation di tensioni.

Conclusioni
Per tutte queste ragioni ci auguriamo che i giovani e i lavoratori libanesi che sono scesi in piazza maturino velocemente una loro capacità di organizzarsi e di darsi degli obiettivi propri.
A poche centinaia di chilometri, in Irak altri giovani e lavoratori combattono una battaglia simile, anche se per ora apparentemente del tutto slegata da quanto avviene in Libano.
Ma nello stesso Libano la lotta dei giovani libanesi è la stessa dei giovani siriani profughi o dei palestinesi. Per ora non ci sono segnali evidenti di costruzione di solidarietà o di fronti comuni.
Viceversa la borghesia libanese, ammesso che accetti, anche ai fini di uno sviluppo capitalistico ormai ostacolato dai vecchi modelli sociali, di superare gli steccati settari, giocherà le sue carte di “recupero” alla ribellione, da un lato la repressione, dall’altro la divisione del fronte, proporrà la carta nazionalistica (contro Israele e la Siria) oppure la carta xenofoba che vede nell’immigrato e nel rifugiato il nemico da battere, la causa di tutti i mali.
Occorre lavorare per creare collegamenti tra le correnti rivoluzionarie internazionaliste nelle metropoli, dell’Europa e dell’Italia in particolare, e i movimenti popolari del Medio Oriente, per la formazione di un fronte comune euro-mediterraneo contro gli interventi imperialisti, perché i proletari si diano organizzazioni indipendenti, e le proteste si pongano l’obiettivo di rovesciare il potere delle cricche capitalistiche locali in combutta con le potenze imperialiste e regionali, perché si passi dalla protesta alla rivoluzione.


NOTE:

Nota 1: il Libano è un paese che vive sopra le proprie possibilità, vive a debito, come gli Usa.
Tradizionalmente il debito viene ripianato dai sovraprofitti dell’abnorme sistema bancario libanese, terzo al mondo dopo Hong Kong e Lussemburgo. I depositi valgono il 300% del PIL. Una parte dei capitali depositati viene impegnata nell’acquisto sia di titoli del debito pubblico Usa, sia di T-bill cioè buoni del Tesoro libanesi. Il Libano ha 142 banche; il profitto delle 4 più grandi equivale al 4,5% del PIL nazionale (l’equivalente in GB arriva all’1% del PIL, in Germania allo 0,2%).
Il debito nazionale sfiora gli 86 miliardi di $, pari al 150 % del PIL. Di recente il governo ha chiesto un prestito di 11 miliardi di $ alla CEDRE, cioè alla Conferenza economica per lo sviluppo che si tiene a Parigi annualmente, ma in cambio i prestatori potenziali chiedono un taglio drastico del debito pubblico, ma banche e l’élite politico economica si oppongono a qualsiasi tassazione sui propri profitti.
La Banca Centrale infatti dà meno garanzie che in passato perché le riserve in dollari sono calate significativamente (da 38 a 22 miliardi di $) e anche i depositi, tradizionalmente provenienti dalla diaspora libanese e dai paesi del Golfo sono in calo. Nell’ultima vendita di titoli di stato si è dovuto offrire il 20% di interesse!.

Nota 2: Attualmente il presidente cristiano è Michel Aoun, il premier sunnita è (o meglio era) Saad Hariri e lo speaker del Parlamento è Nabih Berri.
Le recenti vicende delle istituzioni libanesi ne mostra tutta la fragilità.
Dopo il ritiro israeliano del 2006, Michel Aoun, ex generale, cristiano maronita firmò un’alleanza politica con Hezbollah per diventare presidente, ma per dieci anni fu ostacolato dagli altri leader cristiani come Geagea e Frangje. Aoun era stato un nemico giurato della presenza dell’esercito siriano in Libano. Ha aperto così la porta all’aumento dell’influenza iraniana. Nel disegno dei falchi di Tehran la conquista di Beirut è da sempre la prima linea, la conquista dell’approdo dell’ “impero persiano” ora khomeinista sulle coste del Mediterraneo. Hezbollah ne è lo strumento. Per 29 mesi dal 2014 al 2016 la carica resta vacante, poi Hariri e Soun si alleano e finalmente Aoun ottiene la presidenza. Dopo le elezioni del maggio 2016 Aoun, come da accordi incarica Hariri di formare il nuovo governo, che nasce nel dicembre 2016. Si tratta di un esecutivo nazionale in cui Aoun ed Hezbollah controllano ministeri chiave, fra cui gli Interni. Nell’estate 2017 il principe saudita bin Salman fa fallire il gruppo delle costruzioni Saudi Oger, di cui è proprietario Hariri come segno di irritazione per le aperture all’Iran tramite Hezbollah. Il 4 novembre 2017 Hariri si reca in Arabia, ma il principe Salman lo trattiene e lo obbliga alle dimissioni, accusandolo di essere troppo debole nei confronti degli sciiti. Nuovo stallo nel governo perché Aoun non nomina un successore. Interviene a questo punto Macron, che porta Hariri a Parigi, da dove rientra a Beirut e ritira le sue dimissioni. Oltre a una base militare, la Francia schiera in Libano 900 uomini con il suo contingente secondo solo a quello italiano. E in cambio della sua mediazione Macron ottiene contratti miliardari per la vendita di armi ai Sauditi, impelagati nella guerra in Yemen, ma anche la mediazione finanziaria saudita per la vendita all’Egitto dei Rafales. Le elezioni politiche del maggio 2018 vedono però la coalizione di governo perdere parecchi voti. Ma Aoun incarica ancora Hariri perché il premier deve essere sunnita. Le trattative per il nuovo governo si trascinano fino al febbraio 2019. Il nuovo governo tratta un accordo con con la Banca Mondiale, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e l’Arabia Saudita. Hariri presenta un piano di tagli e nuove tasse anche sulle banche, ma davanti all’opposizione delle varie consorterie non lo mette in votazione, ripiegando sul vecchio sistema delle imposte sui beni di consumo di consumo.

Nota 3: Mentre i profughi siriani sono arrivati dopo la guerra scoppiata in Siria nel 2011, i palestinesi registrati in Libano (422 mila) sono arrivati nel 1948 da Israele e mai integrati. Hanno un lasciapassare quinquennale rinnovabile e sono apolidi. Godono di qualche servizio scolastico e sanitario forniti dall’ONU, ma nel corso degli anni sono diventati sempre più poveri ed emarginati. Non possono accedere alle professioni o entrare in polizia, né frequentare scuole e università libanesi. La maggior parte lavora in nero in piccole imprese messe in piedi da imprenditori palestinesi, che occupano connazionali ma anche siriani.
La proposta di naturalizzare i palestinesi è stata respinta da molte organizzazioni politiche libanesi, sia sciite che sunnite, che ebraiche o druse. I palestinesi dal canto loro hanno chiesto di essere esentati da questo provvedimento, ma non hanno chiesto la stessa cosa per i siriani, che hanno scarse possibilità di avere un permesso di soggiorno.

Nota 4: L’attacco israeliano, giustificato con la necessità di rispondere agli attacchi di Hezbollah, è durato dal 12 luglio al 14 agosto 2006, ha prodotto più di 1130 libanesi morti (un terzo bambini), 3300 feriti gravi, un milione di sfollati, 10 mila case distrutte e altre 16 mila lesionate.
Hezbollah ha tratto vantaggio dal conflitto presentandosi come l’unica forza nazionale in grado di difendere il territorio nazionale libanese, togliendo a Israele la fama di invincibilità, e si è posizionata stabilmente nel sud del Libano. Israele ha distrutto il Libano sud, in particolare le infrastrutture civili in cui gli investitori sauditi, kuwaitiani e degli emirati possedevano cospicue partecipazioni azionarie.
Tuttavia questo ha permesso al clan Hariri, longa manus dei Sauditi, di arricchirsi nella ricostruzione. E alle ricche aristocrazie del Golfo come a molti investitori occidentali di mettere le mani su quote di banche, immobili, manifatture e impianti turistici.

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