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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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L’inverno arabo non ferma i lavoratori egiziani

Inserito da on 21 Dicembre 2014 – 00:09

egitto_tahrir

Questo è il secondo di tre articoli sulle lotte di classe in nordafrica; il primo è stato pubblicato il 17/12/2014.

In tutti i paesi arabi coinvolti nelle “primavere arabe” la situazione sociale non è sostanzialmente migliorata, ma negli ultimi due anni l’Egitto ha visto un numero maggiore di scioperi del decennio che ha preceduto la rivoluzione del gennaio-febbraio 2011. Dopo il ritorno al potere delle Forze armate nell’estate 2013, sono continuate le mobilitazioni, mobilitazioni che nel febbraio 2014 hanno fatto cadere il governo di Hazem Beblaui.

Aggiorniamo le informazioni riportate su questo sito sulle lotte dei salariati egiziani.

Il movimento operaio egiziano è prigioniero di tre mali: una base divisa e poco informata; la mancanza di una rappresentanza sindacale degna di questo nome in grado di mobilitare a livello nazionale; infine dirigenti diffidenti nei confronti dei movimenti dei lavoratori, e che fanno il possibile per rendere difficile se non impossibile qualsiasi contestazione organizzata.

Secondo il ricercatore Gennaro Gervasio, dell’Università britannica del Cairo, la portata molto locale degli scioperi li rende difficili da bloccare, ma per definizione, questi scioperi faticano ad assumere una ampiezza nazionale. … Inoltre molti lavoratori sono scarsamente informati, nel 2012, al di fuori dell’area del Cairo, non erano neppure a conoscenza che fossero nati sindacati indipendenti. … il solo collegamento dal 2007 sono i movimenti di protesta, mai cessati. Nel 2009, dopo anni di lotta, il governo autorizzò la creazione di un sindacato indipendente, quello degli esattori delle imposte sulle transazioni immobiliari. Poi, il 2 marzo 2011, il movimento guidato da Kamal Abou Aita, si trasformò in Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti, poco dopo la caduta di Hosni Mubarak. Sua principale parola d’ordine l’introduzione di un salario minimo mensile per tutti di 1200 lire egiziane (circa €120). La legge sul salario minimo venne approvata nel settembre 2013, ma riguarda solo i funzionari statali, ne sono esclusi anche i dipendenti di agenzie statali, come la Posta.

Da tre settimane è in corso una mobilitazione degli operai di Schweppes: protestano contro la possibilità di licenziamento di 850 dipendenti, nel quadro della fusione con Coca-Cola.

Da due mesi circa 2000 salariati della società tessile Abboud Spinning and Weaving Co. non ricevono il salario, senza contare i premi dovuti ma mai versati. Il padronato ha il gioco facile, può sbarazzarsi dei suoi salariati ribelli. Se e quando un licenziamento viene giudicato illecito, l’ammenda ammonta a 100-500 lire egiziane (pari a 10-50 €).

Il 25 agosto 2014 una parte degli operai aveva cominciato un sit-in nei locali della fabbrica. Racconta uno degli scioperanti, Mohamed Kamel: “Eravamo in sit-in da tre settimane. Nel culmine della mobilitazione eravamo 700-800 dipendenti a protestare. Chiedevamo, senza risultato, di essere ricevuti dal direttore della fabbrica, dal governatore di Alessandria, o anche dal primo ministro. Siamo riusciti ad ottenere un incontro con il primo ministro … ma non è venuto. E allora noi operai abbiamo perso la pazienza, e siamo usciti dalla fabbrica per manifestare. Ci hanno mandato la polizia. Ne è seguito un alterco. Un poliziotto innervosito ha usato la sua arma. Il colpo ha ferito gravemente la gamba destra di Kamel, finito in ospedale.

Anche questo sciopero è considerato illegale, non avendo espletato tutte le procedure prescritte, allo scopo di limitare fortemente il diritto di sciopero, dalla legislazione sul lavoro del 2003. In base ad essa occorre presentare domanda scritta preventiva e avere il consenso della maggioranza di due terzi del consiglio di amministrazione di GFTU, la governativa Federazione Generale dei Sindacati dei Lavoratori di Egitto (nota 1). È accaduto una volta sola che un sindacato di questa federazione abbia dato il proprio consenso, in occasione dello sciopero della fabbrica Tanta Flax and Oil Co., nel maggio 2009.Anche il diritto di manifestare è di fatto soffocato con disposizioni simili prescritte da una legge del novembre 2013. Occorre informare le autorità tre giorni prima della manifestazione su coordinate, luogo e tragitto del corteo, rivendicazioni e parole d’ordine scandite. Il ministero degli Interni ha piena libertà di vietarla con una motivazione tanto generica quanto quella di “minaccia alla sicurezza”. Arresti e casi di tortura sono numerosi, e verificati.

Gli 11 000 salariati della nazionalizzata Egyptian Iron and Steel Company di Helwan (nota 2) sono scesi in sciopero occupando la fabbrica sabato 22 novembre. Le principali richieste sono il pagamento dei loro bonus (partecipazione ai benefici), il licenziamento del direttore e la riassunzione dei lavoratori licenziati in occasione dello sciopero del dicembre 2013. Infine denunciano l’inettitudine della direzione nazionale del gruppo. Si tratta di uno sciopero importante. Per cominciare il numero dei suoi addetti, poi per la potenza simbolica di questa grande fabbrica metallurgica, e infine per la sua posizione nei sobborghi popolari del Cairo, che ospitano oltre 600mila abitanti.

Dal punto di vista sociale e politico la sua portata va ben oltre i confini della fabbrica.
Questo sciopero è iniziato perché in occasione della “Assemblea Generale” (che riunisce direzione, sindacati e salariati per il bilancio annuale), la direzione ha comunicato solo forti perdite senza dichiarare i profitti intascati. La legge prescrive alle direzioni dei gruppi statali di riconoscere dei “bonus” ai salariati, in correlazione con i profitti. Bonus che per gli operai rappresentano somme consistenti, pari a uno-due mesi di salario, e a volte di più.
Ecco perché i lavoratori sono arrabbiati, e non si fidano delle dichiarazioni della direzione. Non solo si trovano derubati di buona parte del loro reddito, ma le pretese perdite sono inoltre utilizzate come pretesto per esigere maggiore impegno lavorativo e licenziare un certo numero di dipendenti. A ciò si aggiunge che il Centro per i servizi per i sindacati e i lavoratori (CTUWS) le ha denunciate come false, una falsificazione che ha come unico scopo quello di preparare una privatizzazione a basso costo.
I lavoratori hanno tutte le ragioni per non fidarsi, perché già lo scorso anno, come accade da un decennio, la società dichiarò solo perdite. E già nel dicembre 2013 ci fu uno sciopero per le stesse rivendicazioni di oggi, a cui seguì una serie di promesse, non mantenute.Ma ciò che fa dello sciopero dell’acciaieria una questione di ordine nazionale è il fatto che i problemi che solleva sono gli stessi di quelli sollevati dalla maggior parte delle altre imprese industriali statali, anch’esse ufficialmente in perdita. Uno stratagemma per non erogare i bonus, cioè per abbassare i salari, dimezzare la produzione, ristrutturare, chiudere le fabbriche meno redditizie, aumentare la produttività, licenziare. E in tal modo preparare probabilmente la loro privatizzazione. La politica del governo in carica, come quella dei precedenti governi dopo il 2004, va nel senso della preparazione di un’ondata di privatizzazioni.

Il settore delle industrie nazionalizzate – al centro delle quali stanno le grandi fabbriche della metallurgia e del tessile – occupa 250 000 salariati, salariati per i quali verranno organizzare molte altre Assemblee Generali come quella di cui abbiamo parlato.
Dopo il rallentamento delle lotte della primavera, in occasione della nomina alla presidenza di al-Sisi, già in agosto e poi a settembre, dopo il ramadan, si è ripresentata la seconda ondata di scioperi, con la richiesta a Sisi di mantenere le promesse fatte nella sua campagna elettorale. In primis il già menzionato vittorioso sciopero nella fabbriche di mattoni.
Ma si trattava per lo più di scioperi che riguardavano i settori più poveri e meno organizzati della classe operaia egiziana. Con lo sciopero dell’acciaieria di Helwan si è aperta una nuova fase delle lotte, è la classe operaia organizzata che torna ad occupare la scena sociale.

Il governo ha usato contro questo sciopero bastone e carota, come sempre, passando dalle promesse di rifornimenti energetici alla fabbrica e di investimenti, a minacce di arresti a 15 dirigenti dello sciopero. Il ministro per gli Investimenti ha dichiarato: «Siamo in stato di guerra, e agiremo con lavoratori e imprese come l’esercito agisce verso il terrorismo». Le posizioni politiche espresse dai lavoratori di Helwan sia verso i Fratelli Musulmani che il governo in carica dimostrano lo sforzo di rimanere indipendenti da qualsiasi frazione borghese che si offra sul mercato politico e potrebbero costituire un esempio anche per il movimento degli studenti. I lavoratori delle acciaierie di Helwan hanno esplicitamente rifiutato il loro sostegno agli islamisti, sospendendo lo sciopero per due giorni (27 e 28 novembre) per prendere le distanze dalle manifestazioni dei Fratelli Musulmani organizzate in quegli stessi giorni.
Hanno però comunicato che lo sciopero sarebbe ripreso il 29, e se il governo non avesse risposto positivamente lo avrebbero continuato il lunedì 1° dicembre.

Prosegue anche la mobilitazione studentesca
Con la ripresa delle lezioni universitarie, a novembre ha preso il via un forte movimento degli studenti che contestava la politica di sicurezza del governo sui campus, affidata ad una società privata. La protesta studentesca ha poi riguardato il divieto di qualsiasi organizzazione e attività politica nelle università. La repressione, con centinaia di arresti e condanne, feriti e diverse vittime, ha contribuito ad estendere alla maggior parte delle università le manifestazioni contro la politica fortemente repressiva delle autorità militari egiziane.Il movimento si è spento pian piano, sia per la repressione, che per l’attività dei Fratelli Musulmani.
I quali, ben radicati tra gli studenti, hanno cercato di sfruttare il movimento deviandolo verso le proprie rivendicazioni, che mentre denunciavano la violenza del regime riconoscevano la legittimità del regime di Morsi, perché democraticamente eletto.
Il regime di Sisi ha utilizzato la divisione e la mancanza di chiarezza politica all’interno del movimento degli studenti, accusandolo di essere al servizio della Fratellanza o di esserne manipolato. In un clima di guerra guerreggiata al terrorismo islamista nel Sinai, il potere utilizza l’anti-terrorismo per legittimare qualsiasi forma di repressione. Gli studenti dal canto loro non hanno saputo prendere le distanze dai Fratelli Musulmani, e molti hanno perciò preferito rinunciare alla lotta per non essere confusi con i Fratelli Musulmani, che pure gli studenti avevano contribuito a far cadere nel giugno 2013.

Nota: molte delle informazioni provengono da un articolo di Communisme Ouvrier, pubblicato il 4 dicembre 2014.

Nota 1: GFTU è un barcone di quasi 4 milioni di iscritti, 21mila quadri, 17 federazioni regionali. Dispone di una banca, di una fondazione culturale, università operaie, alberghi, villaggi vacanza, biblioteche. L’acronimo in francese è FGSTE, Fédération générale des syndicats de travailleurs d’Égypte.
Nota 2: Hadidwalsolb in arabo.

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