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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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L’ODISSEA DEI PROFUGHI, LA “GENEROSA” GERMANIA E I RETROSCENA MEDIORIENTALI

Inserito da on 14 Settembre 2015 – 19:49

Come preannunciato già dai suoi inizi quando il capo di stato maggiore dell’esercito americano, Ray Odierno parlava di 10-20 anni, la guerra contro l’avanzata del califfato islamico (Daesh) in Medio Oriente, dall’Irak alla Siria, non lascia prevedere una soluzione prossima. Questo perché le potenze globali e regionali che fanno parte della medesima coalizione sono in realtà tra loro in competizione per la supremazia nell’area. E, in caso di completo disfacimento del regime di Assad, per accaparrarsi il controllo di una delle regioni in cui la Siria è oggi divisa. Una competizione feroce che utilizza tutti i mezzi a disposizione, a partire dalla guerra per procura, ai bombardamenti diretti, alle campagne mediatiche, senza preoccuparsi della catastrofe umanitaria innescata dalle operazioni militari e dall’embargo occidentale contro la Siria. Il conflitto ha provocato finora circa 240mila vittime, ha cacciato dalle loro case il 60% dei siriani, 7,6 milioni hanno cercato un rifugio all’interno del paese e 4 milioni al di fuori dei confini siriani, in Turchia, Libano e Giordania; meno del 3% chiede asilo in Europa, pari a 348mila tra aprile 2011 e luglio 2015.[1] Alle tragedie del conflitto armato si aggiunge una situazione economica in cui quasi il 65% dei siriani vive in stato di povertà estrema, anche a seguito del raddoppio del costo dei generi alimentari, e del calo di quasi il 60% del prodotto interno lordo.

In Europa è giunto finora un numero relativamente basso di siriani. Ma nelleultime settimane su di essi e le loro tragedie è stata costruita una campagna politico-mediatica, con la Germania divenuta all’improvviso alfiere dei diritti umanitari dei profughi, al punto che il giornale online Linkiesta scrive «Nessuno potrà più accusare la Germania di essere un Paese insensibile di fronte a chi è in difficoltà … Alle grida nazionaliste e xenofobe della Le Pen e di Salvini, la Germania contrappone politiche che vanno nella direzione di una maggior integrazione continentale. Di fatto, piaccia o meno, legittimando la Merkel come unica e vera leader europea oggi in circolazione.»

Ma le promesse populistiche espresse la prima settimana di settembre dalla Cancelliera – secondo la quale la Germania non ha limiti alla possibilità  di accoglienza dei profughi – sono state smentite in pochi giorni. A fronte del forte flusso di arrivi, la Merkel si è affrettata a chiarire che la concessione di entrare liberamente doveva essere intesa come eccezione. Poi domenica 14 settembre, di fronte alla richiesta di aiuto delle amministrazioni locali per la gestione del forte flusso di arrivi soprattutto in Baviera e nel Nord Reno-Wesfalia, il ministro Interni, De Maizière, ha comunicato la temporanea chiusura del confine con l’Austria. Si tratta in sostanza della sospensione del trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone, la sconfessione di un’icona del progetto di un’Europa unita e senza frontiere, una dichiarazione di impotenza delle coalizione di governo di cristiano democratici/cristiano sociali e socialdemocratici (CDU/CSU-SPD).

Abbiamo spiegato nel precedente articolo[1] quale sia l’interesse economico della borghesia tedesca rispetto ad una forza lavoro immigrata mediamente qualificata come quella siriana. La campagna in corso ha però anche una funzione strategicamente importante per la politica di potenza tedesca nella regione mediorientale.

Un’area nella quale, già dagli inizi del Novecento, si sono confrontate e scontrate Germania da una parte, Gran Bretagna e Francia dall’altra, con il coinvolgimento della Russia.  Nel primo decennio del Novecento la Germania – superata la GB per la produzione industriale e divenuta la maggiore potenza economica europea e la seconda mondiale dopo gli Stati Uniti – cercò di penetrare in nell’Impero Ottomano con il progetto della ferrovia Berlino-Baghdad.[2] Il governo tedesco d’allora aveva ottenuto importanti concessioni petrolifere in Irak e voleva arrivare al porto di Bassora bypassando il Canale di Suez nelle mani inglesi. La ferrovia, che doveva attraversare l’Impero Ottomano, attraversò poi Turchia, Siria e Irak doveva servire alla Germania ad avere un porto sul Golfo Persico.  Il tentativo tedesco venne sconfitto dai rivali britannici e francesi con la prima guerra mondiale.

In un quadro internazionale e regionale modificato in modo sostanziale – dopo due guerre modiali, la disgregazione dell’impero sovietico e la riunificazione tedesca, l’ascesa delle potenze asiatiche che stanno erodendo le posizioni economiche e politiche detenute dalle potenze imperialistiche – la Germania maggiore imperialismo europeo cerca nuovamente di attestarsi e rafforzare la propria influenza in Medio Oriente soprattutto a scapito dei concorrenti britannici e francesi.

Di fronte alla riluttanza della maggioranza dell’opinione tedesca a operazioni militari estere sotto qualsiasi forma, Thomas Diez, professore di scienze politiche e relazioni internazionali presso l’università di Tubinga, che si occupa di ricerca sulla pace e i conflitti, suggeriva a fine 2014: «… Per ottenere il consenso popolare per una missione militare occorre presentare argomentazioni forti, conseguenti; dimostrare che non c’è alternativa alla missione, che non si tratta di difendere interessi nazionali, ad esempio tenere aperte rotte commerciali, ma della difesa di cittadini di altri paesi, che la Germania non può né deve escludere per principio. Immagini dei media, rapporti sulla guerra, morte e sofferenza possono cambiare in breve tempo l’opinione pubblica.» Un suggerimento che il governo Merkel sta attuando con la campagna sui profughi siriani per creare un terreno favorevole ad un maggior coinvolgimento della Germania nel conflitto mediorientale. Nel settembre 2014 c’è stato uno scontro interno alla coalizione di governo tedesca tra i sostenitori della partecipazione ai bombardamenti aerei e quelli contrari ad un intervento militare diretto; ha vinto la posizione di questi  ultimi.

Berlino si era in un primo tempo inserita nella guerra civile siriana appoggiando in vari modi l’opposizione, curando i feriti delle sue bande armate negli ospedali in Germania; permettendo il rifornimento di armi di contrabbando lasciate passare dalla marina tedesca dispiegata di fronte alle coste del Libano; favorendo il collegamento tra l’opposizione siriana in esilio e le milizie locali anti-Assad e l’aggregazione e organizzazione delle loro fazioni tramite il progetto “Il giorno dopo” di SWP e USIP.[3]

Per non essere esclusa dalla spartizione dei dividendi che potrebbero derivare dall’intervento in Irak e Siria,  la Germania ha aderito alla coalizione internazionale anti-Isis a guida americana, ma senza partecipare direttamente alle operazioni militari. L’addestramento e le armi forniti dagli istruttori militari tedeschi nel 2014, in pieno accordo con gli Usa, ai guerriglieri siriani, ai soldati iracheni e ai peshmerga curdi del Nord dell’Iraq aveva lo scopo di mantenere relativamente basso il numero di soldati della coalizione da inviare. Secondo l’opposizione, gli istruttori tedeschi hanno assistito indifferenti alla cacciata dei sunniti da Kirkuk da parte dei peshmerga, e hanno lasciato al loro destino gli yazidi, che sono stati e soccorsi solo dal PKK.

Berlino utilizza un approccio “pacifista” per rafforzare la propria influenza, alla guerra guerreggiata preferisce strumenti come i cosiddetti “aiuti allo sviluppo”, di cui cui è tra i maggiori fornitori mondiali e che, grazie ai contatti che per loro tramite vengono intessuti con amministrazioni e funzionari locali, aprono la via agli affari dei gruppi tedeschi produttori di macchinari e impianti. La Germania utilizza le sue organizzazioni umanitarie, private e statali come GIZ, che in Siria, cooperando con i ribelli siriani, hanno gestito progetti di ricostruzione nelle aree da questi ultimi controllate. Non bisogna dimenticare però che la Germania è il terzo esportatore mondiale di armamenti dopo Usa e Russia, e che le sue esportazioni extraeuropee, in particolare verso le aree di crisi dal Medio Oriente, al Nord Africa all’Asia ha contribuito ad una enorme crescita dell’industria militare tedesca.

È significativo che l’attuale campagna umanitaria tedesca sui rifugiati avvenga pressoché in contemporanea con un maggior attivismo militare di Parigi e Londra che hanno deciso di lanciare raid aerei in territorio siriano, e della Russia che starebbe intervenendo direttamente nella guerra civile siriana, con soldati sul terreno e con navi e aerei atterrati nella regione di Latakia. Un’escalation in risposta alle manovre della Turchia entrata militarmente nel conflitto, con il benestare americano, per colpire soprattutto le organizzazione curde sul proprio territorio e in Siria e impedire la creazione di una regione autonoma sui suoi confini. Il ministro Esteri russo, Lavrov, ha chiesto alla coalizione di abbandonare l’opposizione al regime siriano, e di integrare nelle operazioni contro IS l’esercito di Assad, che è la maggiore forza presente sul terreno.  Bulgaria, e Iran hanno consentito il sorvolo sul proprio territorio agli aerei militari russi. La Grecia avrebbe concesso lo spazio aereo fino al 24 settembre, con la condizione che si tratti di voli per aiuti umanitari!![4] Anche l’Australia ha iniziato in Siria a partecipare con due caccia agli attacchi aerei contro IS; in Irak sono in azione sei caccia e 200 soldati australiani.

Di fronte a questa escalation militare il ministro Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha reagito prendendo le distanze dai concorrenti europei e dalla Russia e ammonendo contro le conseguenze di un inasprimento del conflitto. La maschera umanitaria con cui la Germania si sta presentando sulla questione profughi siriani, dovrebbe facilitare il compito di mediazione che si candida a svolgere. Con una serie di proposte e iniziative ha invitato a cogliere le opportunità offerte dall’accordo sul nucleare iraniano per cercare una soluzione politico-diplomatica. Una occasione di confronto potrebbe essere l’incontro di sabato 12 settembre a Berlino dei ministri Esteri russo, francese, ucraino e tedesco sulla questione ucraina. A margine dell’Assemblea generale ONU di fine mese, Berlino intende organizzare una riunione dei paesi del G7 e dei paesi arabi confinanti con la Siria. Steinmeier ha inoltre dichiarato che la Germania appoggerà – politicamente con negoziati nella regione, ma anche finanziariamente e con propri esperti – i piani dell’inviato speciale ONU de Mistura di discussione della questione in quattro gruppi di lavoro, accompagnati da un gruppo di contatto costituito dai maggiori attori regionali e internazionali.

Il ministero degli Esteri tedesco si è detto favorevole ad un maggior impegno militare russo contro IS, distinguendo la necessità di una campagna militare contro lo Stato Islamico dalla questione della guerra civile siriana che, invece, non potrebbe essere risolta militarmente.

La mediazione tedesca può forse puntare su un comune interesse europeo alla pacificazione della Siria unita alla salvaguardia delle relazioni con Russia e Iran, promettente partner commerciale di recente sdoganato con l’accordo sul nucleare, al punto che il ministro dell’Economia e il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel sono stati i primi funzionari occidentali ad atterrare a Teheran.

Nel contempo, sul fronte della presunta caccia ai trafficanti di uomini nel Mediterraneo con mezzi militari, Steinmeier chiede che anche la Germania sia della partita, e si attende il benestare del parlamento. A dimostrazione che la Germania non rifugge dall’uso della forza per principio ma solo quando ad essa non conveniente. Da giugno due navi da guerra della Bundeswehr partecipano alla missione UE EUNAVFOR MED, “salvando” 7200 profughi, informa il giornale der Spiegel (8.9.’15).

Il teatro mediorientale riproduce a livello geopolitico la contrapposizioni di interessi tra gli stati nazionali della UE che sul terreno economico e finanziario sono emerse e si sono aggravate a seguito della crisi dell’euro e delle misure di austerità imposte dall’applicazione delle regole del Trattato di Maastricht. Scopo primario di questo accordo era la creazione di un blocco imperialistico unitario europeo in grado di competere con le altre potenze globali ed emergenti, un blocco che scricchiola ancor prima di nascere. La guerra in corso porterà probabilmente ad un temporaneo rafforzamento dell’influenza di alcune borghesie, e all’indebolimento di altre, non ma non metterà in pericolo la sopravvivenza della borghesia mondiale come classe dominante. E di conseguenza consentirà che in Medio Oriente e altrove si riproduca la barbarie di questo sistema, con guerre, fame, migrazioni di massa.

Solo la lotta di classe dei lavoratori contro le rispettive borghesie e l’unità internazionale dei lavoratori di ogni paese contro le guerre del capitale sono in grado di inceppare questo meccanismo. La solidarietà verso i compagni di classe, siriani e non, costretti a fuggire dai conflitti armati o dalla miseria è il primo passo in questa direzione.

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[1] Cfr.: http://www.combat-coc.org/Profughi, guerre e profitti, 4 sett. 2015

[2] La Baghdadbahn, venne iniziata nel 1903 e terminata nel 1940. Una curiosità: Kobane la città tragicamente disputata e distrutta nelle battaglie tra i curdi siriani e IS, era una stazione ferroviaria della ferrovia Berlino-Baghdad e prese il suo nome dalla società tedesca ‘Koban’ che nel 1914 costruì la stazione.

[3] SWP, Stiftung Wissenschaft und Politik – Fondazione Scienza e Politica; USIP, US Institute for Peace, Istituto americano per la Pace.

[4] Secondo un esperto della tedesca Società la Politica Estera (DGAP) la Russia non sarebbe in grado di sostenere da sola operazioni militari sul territorio siriano.

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