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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Lybia bombardata, campo di battaglia per gli appetiti delle borghesie arabe

Inserito da on 1 Settembre 2014 – 10:14

libya-war

Gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno bombardato le milizie islamiche in Libia, col supporto logistico dell’Egitto. Lo afferma il Pentagono. Gli interessati smentiscono. Per i commentatori specializzati i raid non sono stati altro che un episodio del lungo e meticoloso braccio di ferro che stanno conducendo Qatar da una parte, Emirati e Sauditi dall’altra. Con il tacito appoggio della Turchia l’uno, il fattivo appoggio dell’Egitto gli altri. Il caos libico si presta come campo di esperimento, perché si tratta di una patata bollente di cui nessuno è ansioso di occuparsi.

Gli Usa attraverso tutti i loro portavoce lamentano a) di non essere stati consultati né dagli Emirati né dall’Egitto b) che gli Emirati hanno usato armi americane contrariamente a quanto concordato. C’era una volta il Grande Satana, che manovrava con fili visibili ed invisibili i suoi alleati in tutto il mondo e in specie in Medio Oriente… Per certa sinistra le borghesie arabe coi loro appetiti, la loro forza finanziaria, la loro violenza sui lavoratori propri e altrui non sono mai state né oggetto di denuncia né di ferma condanna politica. L’episodio libico dovrebbe, come altri in precedenza, indurre a una riflessione.

Niente nel pregresso autorizza a pensare che la denuncia del NYT sia una “finta” statunitense (=faccio bombardare la Libia dal mio scagnozzo ma non lo dico). Gli Usa non hanno mai avuto problemi a utilizzare la loro forza direttamente o indirettamente, al massimo condita con un po’ di retorica (noi portiamo la democrazia, dobbiamo difendere I civili inermi ecc.). Ed è inevitabile chiedersi cosa comporta il fatto che stati mediorientali tutti ufficialmente amici e alleati degli Usa non si limitino a finanziare gruppi più o meno islamici, più o meno terroristici, ma direttamente bombardino.
Cosa comporta per i rapporti di forza in Medio Oriente fra paesi arabi, fra paesi arabi e non arabi, fra paesi arabi, europei e gli Usa?

C’erano una volta conflitti medio orientali che nascondevano un braccio di ferro fra Usa e Russia da un lato, ex potenze coloniali europee dall’altro (Suez 1956), conflitti scatenati per indebolire le potenze regionali a vantaggio dello status quo americano (guerra Iraq-Iran) in cui anche russi e europei hanno messo lo zampino e così via, l’elenco sarebbe troppo lungo. Oggi giovani e meno giovani stati capitalistici medio orientali portano la guerra alle soglie dell’Europa, nel Mediterraneo, forse con la complicità di un paese europeo (la Gran Bretagna secondo il Guardian).

Andando per ordine.

Lo scopo dei bombardamenti
Qatar, Sauditi e UAE in Libia intervengono a fianco o contro bande locali. I giornali nostrani usano il solito strumento descrittivo di “islamici contro laici”, quanto mai inadatto a spiegare quello che succede in Libia. Gli stessi Emirati parlano di “lotta agli estremisti islamici”. In realtà il sovrano degli Emirati, Mohammed bin Zayed si è fin dal 2011 mosso nell’intento di sbarrare la strada ai Fratelli Mussulmani, in quanto opzione del rivale Qatar e perché considerati pericolosi. Non ci stupisce quindi che l’Egitto di al Sissi gli offra le basi da cui bombardare la Libia. Senza contare che il nuovo governo egiziano dipende da Sauditi, Emirati e Kuwait , che hanno versato 12 miliardi di $ in aiuti, per la sua sopravvivenza economica. Bin Zayed mirava anche a soffocare al più presto le primavere arabe col loro portato di abbattimenti di tiranni, gente tanto per intenderci come lui, e di rivendicazioni sociali. Per questo ha subito scelto in Libia un suo gruppo di riferimento, affine per legami tribali e storici, la tribù di Zintan e le sue milizie (al-Qaaqaa e al Sawaaq), dal momento che il Qatar appoggiava le brigate islamiche di Misurata. Poi per buona misura e in perfetto accordo con Sauditi e Usa, gli Emirati hanno discretamente appoggiato il generale Khalifa Haftar (vedi articolo precedente). Si riproduce in Libia la situazione della Siria dove Sauditi e Qatar foraggiano bande di ribelli, ufficialmente dalla stessa parte (sono anti-Assad), ma che si combattono fra loro.

Le ragioni dello scontro interno ai paesi del Golfo
Benché tutti membri del Gulf Cooperation Council, benché tutti monarchie reazionarie, i paesi del Golfo covano al loro interno tensioni che risalgono a prima della loro formazione fin dagli inizi dell’800. Scontri per definire le frontiere (ad esempio una disputa decennale ha riguardato Khor al Udeid, contesa fra Qatar e UAE ed oggi attribuita al Qatar, che vi ospita la più importante base militare Usa in Medio Oriente), accuse reciproche di ospitare i nemici di turno dell’emiro vicino o di mettere il naso nelle successioni dinastiche del vicino (Gulfnews 18 aprile 14).
Attualmente soprattutto scontro sulle alleanze internazionali e sullo sbocco da dare all’attuale momento politico. Le monarchie siedono su un enorme malloppo finanziario da cui traggono vantaggio elites sempre più ristrette (mentre un tempo tutti i sauditi attingevano sia pure in varia misura alla mangiatoia dei petrodollari). Sfruttano milioni di lavoratori stranieri, prevalentemente asiatici, trattati come servi della gleba, ma anche indigeni, le minoranze religiose o etniche, investono cifre iperboliche per l’acquisto di armi tecnologicamente avanzatissime. Combinano l’uso spregiudicato di tutti gli artifici della moderna finanza con la conservazione di costumi e rapporti sociali a dir poco feudali (quello che succedeva agli junkers tedeschi di fine ‘800). Un equilibrismo difficilissimo che prima o poi troverà un punto di crisi. Ecco perché i fratelli Mussulmani sono visti come il fumo negli occhi. Non perché rivoluzionari o dalla parte dei poveri, ma perché tentano di cavalcare le tensioni sociali, rappresentano una opzione capitalistica che combina liberismo totale e assistenzialismo sociale, che usano per crearsi una area di influenza da contrapporre a concorrenti e nemici.
Il Qatar, sia con il vecchio che col nuovo emiro, al contrario da anni ha deciso di appoggiare i Fratelli Mussulmani, anche dopo la sconfitta di Morsi, perché scommette sulla finale affermazione dei Fratelli Mussulmani che potrebbero svolgere nei confronti del Qatar finanziatore e protettore il ruolo che ha il clero Wahabita per l’Arabia saudita, una garanzia di influenza e controllo su masse ignoranti e di incanalamento “religioso” delle tensioni. (Guardian 26 agosto). Il padre dell’emiro attuale ha detronizzato il padre per puntare su uno sviluppo di impianti e infrastrutture all’avanguardia, per diventare il primo esportatore mondiale di gas liquefatto naturale (LNG), un modello “rampante” di capitalismo troppo modernista per i Sauditi o gli Emirati

Per protesta contro questa scelta UAE, Bahrein e Arabia Saudita il 5 marzo 2014 hanno richiamato i loro ambasciatori da Doha, come segno di rottura col sovrano del Qatar. Il 20 aprile c’è stato un incontro riparatore; il Qatar ha precisato che la massa di oppositori temuti dagli altri paesi si rifugiano di preferenza in Europa, Turchia, Libano o Iran. Del resto anche gli emirati ospitano Ahmed Shafiq, il candidato sconfitto da Morsi nel 2012 e appoggiano Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah, il nemico giurato di Hamas (Middle East Monitor 21 aprile 14).
I Sauditi evitano una rottura plateale perché il Qatar ha già dimostrato una spregiudicatezza notevole e potrebbe provocatoriamente avvicinarsi alla Turchia o all’Iran se messo alle strette. Con entrambi i paesi il Qatar ha ottimi rapporti economici.

Il contesto internazionale di cui si situa l’episodio libico
L’intervento americano del 1991 a favore dell’indipendenza del Kuwait invaso dall’Iran è stato la pietra miliare della consolidata alleanza fra stati del Golfo e gli Usa, ma la caduta di Mubarak ha dimostrato che l’intervento Usa non sarebbe stato in futuro automatico e che quindi le rivolte interne sono un problema dei monarchi. Per quanto felici della eliminazione di Saddam Hussein e Gheddafi, inoltre, hanno visto la dissoluzione di due stati sovrani e, nel caso dell’Iraq, l’ampliarsi della “mezzaluna sciita” sponsorizzata dall’Iran. L’avvicinamento di Obama all’Iran ha aumentato le fibrillazioni dei monarchi del Golfo, salvo che per il disinvolto Qatar. Ed essi potrebbero sostituirsi agli Usa con azioni unilaterali sempre più frequenti. Per ora le cancellerie occidentali non vedono questi paesi come attori militari attivi, nonostante siano grandi acquirenti di armi (l’Arabia Saudita è il quarto paese al mondo dopo Usa, Cina Russia per spesa militare, BBC 26 agosto). Ma Emirati e Qatar secondo il Guardian potrebbero con la loro forza finanziaria reclutare e armare soldati di altri paesi demograficamente più forti e non in grado di garantire livelli di vita decenti; il Guardian fa esplicitamente riferimento a l’Egitto, Giordania e Pakistan.
Gli Usa a loro volta potrebbero essere costretti ad altri interventi limitati per non lasciare loro l’iniziativa, riaffermare il proprio ruolo, ma rinunciando a concentrare il loro impegno in Asia, centro focale dei loro interessi strategici, mentre Golfo e medio Oriente sono sempre meno importanti.

La partita energetica e quella delle armi
Corre un certo nervosismo fra i paesi del Golfo rispetto alla recente scoperta Usa del petrolio da scisti. A lunga scadenza potrebbe ridurre la domanda del petrolio del Golfo. Per cui ben venga il calo di produzione della Libia e dell’Iraq infognati in una guerra civile. In giugno la produzione giornaliera libica è stata di 155 mila barili al giorno contro l’,7 milioni di un anno fa.
Ancora più articolate le motivazioni del Qatar, il paese che attraverso Al Jazeera ha fatto campagna sugli inesistenti massacri di massa di Gheddafi, quelli per cui si è deciso l’intervento umanitario, “alias salvare i civili di Bengazi ammazzando quelli di Tripoli” (cfr Karim Mezran Limes n.3/2011 ). Doha, in Qatar, ospita il Gas Exporting Countries Forum , una sorta di Opec del gas creato nel 2001 e riunisce Russia, Iran Qatar, ma anche Venezuela, Indonesia, Algeria, Bolivia, Egitto, Guinea, Nigeria, Libia e Trinidad &Tobago, cioè i più importanti produttori di gas (il Qatar è il terzo con il 14% delle riserve di gas). Il 57% del LNG esportato dal Qatar è acquistato da Cina India e Giappone, il 33% da paesi europei. Grazie ad esso il Qatar si è sganciato dalla tutela saudita e inglese. Fin dall’inizio il Qatar è intervenuto nella guerra In Libia rifornendo i ribelli di acqua, viveri, armi leggere (gli AK47), fondi (400 milioni di $); ha fatto da mediatore per vendere i barili di petrolio di cui i ribelli si sono impadroniti, ha addestrato le milizie. Il Qatar voleva assolutamente avere un ruolo nel dopo Gheddafi probabilmente anche grazie al fatto che la Libia ha le riserve di gas che sono al secondo posto nel mondo per importanza. Riserve assai maggiori di quelle del Qatar, il quale potrebbe fornire una consulenza per l’eventuale sfruttamento e commercializzazione, ma anche avere il ruolo di controllore di un potenziale concorrente.

Gli Europei si sono dichiarati “sconvolti” per l’intervento degli Emirati, accusandoli di impedire il ritorno della Libia alla normalità. Quasi non sapessero che il caos è il frutto del loro intervento del 2011, con la Francia come capofila; la stessa Francia che preme per un immediato intervento per fare da levatrici alla democrazia libica.
Però le proteste europee sono state unanimemente blande perché gli Emirati spendono cifre pazzesche in armi ogni anno e le comprano dagli Usa, ma soprattutto da Francia, GB, Germania e Italia. Tanto che per far piacere all’emiro UAE la GB ha scatenato la caccia al Fratello Mussulmano in GB nella primavera del 2014. Nessuno dei paesi europei vorrebbe comunque disgustare un partner commerciale e un eventuale investitore di tanto riguardo. Compresa l’Italia, dal momento che gli Emirati stanno investendo nell’italiana Piaggio per la produzione di droni.

Cosa sta succedendo in Libia
I bombardamenti in Libia hanno mancato l’obiettivo, cioè bloccare le milizie di Misurata (Libia Dawn)che stavano cercando di conquistare l’aeroporto di Tripoli e ci sono riuscite, strappandolo alle milizie di Zintan, che lo controllavano dal 2011. Zintan e Misurata sono due centri della Tripolitania. Ma la situazione è estremamente fluida.
Quindi secondo la vulgata banalizzante cui abbiamo accennato abbiamo sia uno schieramento “laico” (Zintan + Haftar) appoggiato dagli UAE, dagli Usa e dalla Francia che e uno “islamico” finanziato dal tandem Qatar-Turchia. Haftar chiama la sua operazione di conquista, fallita, di Bengazi “Dignità Operation” (in arabo Karama), mantre le milizie di Misurata si chiamano “Fajr Libya” (in inglese libya Dawn – Alba).
Zintan ha dalla sua il controllo dei terminal petroliferi di Ras Lanuf e Es Sider (che insieme hanno una capacità di 550 mila barili al giorno) e il 17 maggio 2014 si impadroniscono dell’aeroporto di Tripoli, sciolgono il General National Congress (GNC) di Tripoli, che ha appena approvato il bilancio 2014 e indice elezioni entro tre mesi. (Al Jazeera 20 maggio 14). Nelle elezioni del del 25 giugno, su 200 seggi 30 vanno a forze islamiche, 50 alla coalizione liberale, 120 a candidati indipendenti difficili da valutare. Votano in 630 mila contro 1,7 milioni nel 2012; gli aventi diritto teorici (poi devono iscriversi) sarebbero 3,5 milioni, quindi i votanti sono il 18%. Inoltre gli Islamici parlano di brogli elettorali. Il nuovo parlamento che viene insediato il 20 luglio a Tobruk dichiara fuori legge Faijr LiBya, Ansar al-Sharia and the Shura Council of Benghazi.
A questo punto il presidente del GNC ordina in difesa del vecchio Parlamento la mobilitazione delle milizie di Misurata , che adesso controllano l’aeroporto e, secondo la BBC, tutta la città di Tripoli (26 agosto). Imprese e uffici sono chiusi L’aeroporto è in rovina (quello di Benghazi era stato messo fuori uso lo scorso anno). Centinaia i morti nell’ultimo scontro.
Al Arabyia cita alcune decine di milizie autonome che hanno trasformato la Libya in una nuova Somalia. Un paese che ha due parlamenti, nessun governo e intere aree isolate dal mare e impossibilitate a rifornirsi di cibo. Nei tre anni dalla caduta di Gheddafi molti personaggi di spicco che avevano servito Gheddafi e poi erano passati all’opposizione sono stati giustiziati da bande di nostalgici. Le tribù locali si scontrano per il controllo dei checkpoint e delle strade, oltre che degli oleodotti. L’uso di prigioni private e torture è molto esteso. Gli immigrati rimasti sul territorio sono spesso uccisi senza motivo. Frequenti i rapimenti per vendetta privata o estorsione.

Ruolo dell’Italia
Secondo il Fatto Quotidiano l’Italia ha ormai ridotto la sua dipendenza energetica dalla Libia e quindi sarebbe solo marginalmente toccata dall’aggravarsi del caos, mentre pesanti sarebbero gli effetti sulle imprese italiane creditrici nei confronti delle imprese di stato libiche per quasi un miliardo di euro. Cento imprese italiane sono ancora operanti in Libia “in svariati settori, dalle infrastrutture alle costruzioni, dalla tecnologia alle telecomunicazioni, dal food a quella ittica”. La stampa nazionale minimizza quando non occulta i fatti libici in una sorta di autoanestesia locale. Come se questo bastasse a porci al riparo del caos che avanza nel nostro cortile di casa.

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