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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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Nuove scommesse italiane sulla Libia

Inserito da on 4 Dicembre 2018 – 12:45

Non c’è alcun dubbio sul permanere degli interessi italiani in Libia, interessi economici e geopolitici. E non c’è alcun dubbio che qualsiasi governo, di qualsiasi orientamento politico, ne debba tener conto.

Vale la pena di fare un aggiornamento dopo il summit di Palermo.

Nei primi mesi il governo pentastellato si è limitato a una monotematica comunicazione mediatica, forzando l’attenzione sul tema degli immigrati che dalla Libia “invadevano” l’Italia nell’indifferenza degli altri paesi europei. Dietro le quinte si cercava di far saltare l’ipotesi di elezioni a dicembre fortemente volute dalla Francia di Macron. Davanti alla crisi scoppiata in Libia il 26 agosto e conclusasi con una tregua siglata il 4 settembre dall’Onu, Salvini si è limitato ha negare qualsiasi intenzione di intervento armato, oscurando la complicità dell’Italia con gli aguzzini libici (nota 1).
Nel frattempo la sordida contesa fra oppressori e parassiti locali, potenze regionali e imperialismi internazionali sulla pelle dei civili libici e e degli immigrati è continuata.

Ormai da tempo la Libia è spaccata in due aree contrapposte: da una parte Sarraj arroccato a Tripoli ostaggio delle milizie di Misurata, sostenuto da Qatar e Turchia; dall’altra la fazione del generale Khalifa Haftar a Tobruk, militarmente meglio organizzato e forte dei legami con Egitto e Emirati Arabi Uniti. Attorno a questi due contendenti “maggiori”, che corrispondono alla storica contrapposizione fra Tripolitania e Cirenaica, in cui di tanto in tanto intervengono le tribù del Fezzan, si muovono circa 300 milizie fuori controllo, che si alleano e/o si scontrano con gli uni e con gli altri contendenti maggiori, cambiando spesso collocazione.

Fin dal suo insediamento Macron ha costantemente tentato di intervenire e di imporre una propria regia in Libia, in particolare puntando al riconoscimento internazionale di Haftar, nell’ottica di dividere la Libia in tre (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Questo creerebbe la possibilità di due enti di gestione del petrolio e Total avrebbe uno spazio per svilupparsi lasciando all’Eni la Tripolitania. Nel vertice tenuto a Parigi il 29 maggio, da cui l’Italia era stata esclusa, ha sponsorizzato elezioni politiche in Libia per il 10 dicembre, promettendo, tramite il ministro degli esteri francese Le Drian, un milione di dollari per pagarne l’organizzazione.

Conte già durante la visita a Washington del 30 luglio, ha ottenuto il placet di Trump per una Conferenza internazionale sulla Libia, che poi è stata fissata per l’12-13 novembre a Palermo, una risposta a Macron sotto l’ambiguo ombrello Usa.

Nel braccio di ferro se Macron ha potuto contare sugli Emirati Arabi per condizionare Tobruk, l’Italia ha puntato a mobilitare il presidente egiziano Al Sisi, forte dei massicci investimenti dell’Eni,che ha, di recente, scoperto e si accinge a valorizzare importanti pozzi offshore in Egitto. Non a caso Di Maio il 29 agosto si è recato al Cairo, dove, più che parlare di Regeni, ha sicuramente chiesto una mediazione nei confronti di Tobruk.

L’affollata platea degli “amici della Libia”
Ma Francia e Italia non sono le uniche protagoniste in campo. Si è già accennato al forte interesse dei paesi medio-orientali.

Ma allargandosi all’Europa non va dimenticata la significativa presenza militare inglese e l’importante, anche se poco pubblicizzato, intervento economico della Germania, che è secondo il Libya Herald “il principale paese donatore”: 233 milioni di € negli ultimi sette anni, di cui un milione per le elezioni (nota 2).
Da tempo si sono attivati per rientrare in gioco in Libia i Russi, cacciati all’epoca dell’attacco francese del 2011, anche loro grazie ai recenti legami economico militari instaurati con l’Egitto. E non si possono tralasciare gli Usa. In Africa l’Italia è spesso stata messa alle corde da una alleanza di fatto franco-statunitense che risaliva ai tempi di Sarkozy ed è proseguita con Hollande. Ma in mezzo c’è stata la Brexit e la necessità per gli Usa di trovare nell’Italia, se non un “cavallo di Troia” alternativo alla GB, almeno un elemento di disturbo del già sgarruppato fronte europeo. E la Libia si presta benissimo a intessere nuove alleanze.

Una spia di questa strategia Usa è stato il fatto che il 1 agosto il think tank americano Stratfor pubblica un articolo (Libia fra conflitto e migranti: ripensare il ruolo delle milizie – 19 luglio 2018) pubblicato dall’Ispi di Paolo. L’Istituto, che fa capo alle più importanti banche, assicurazioni e gruppi industriali italiani, indica la strategia per Conferenza di autunno. La tesi è che nessun accordo o tregua potrà funzionare se non si coinvolge la maggior parte delle milizie nei negoziati (nota 3).

E’ la riproposizione della pratica applicata con successo dall’Eni e che richiede contatti con le comunità locali, pratica in cui i servizi segreti italiani sono in diretta concorrenza con la Germania. L’Eni d’altronde è a oggi l’unica società internazionale in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia, grazie soprattutto ad accordi con milizie locali.
Macron con il suo attivismo sta cercando di rilanciare l’attività di Total in Libia, paese dove in marzo ha acquistato il 16,3% della concessione Waha dagli americani di Marathon Oil. Ma l’Eni continua a pesare più di tutte le altre multinazionali, come scrive il WSJ, denunciando appunto che l’ENI firma accordi sottobanco con molte milizie . Fonti Eni ribattono che il piano francese è di dividere la Libia in tre (Tripolitania, Cirenaica Fezzan) e di avere almeno due enti petroliferi libici con cui trattare, mentre sia Trump che Conte hanno ribadito la volontà di conservare l’unità del paese e dell’azienda petrolifera libica NOC, che attualmente ha sede a Tripoli.
Nell’estate Eni ha aperto in collaborazione con la Nioc (nella società Mellitah Oil & Gas) due nuovi pozzi offshore e altri sette saranno aperti a ottobre a Bahr Essalam, circa 120 chilometri a nord-ovest di Tripoli. Se nel 2011 l’Eni gestiva un quinto della produzione di petroli e gas della Libia, oggi ne controlla un terzo. Nel 2017 la produzione in quota Eni è stata di 384 mila b/giorno, il livello più elevato registrato storicamente da Eni in Libia, dove i contratti di esplorazione e produzione “hanno durata fino al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas” (dal sito ufficiale Eni). In ottobre Eni acquista il 42,5% dei giacimenti dell’inglese BP (NOC ne acquista il 15%). Total, che era interessata, è stata esclusa.

PALERMO
La Conferenza di Palermo si apre con la presenza di 30 paesi (nota 4) e 10 capi di governo (ad es. di Algeria, Tunisia, Ciad, Niger, Egitto, Grecia e Malta e ovviamente della Libia), ma sono assenti Angela Merkel, Macron, Trump e Putin, anche se la Russia è rappresentata dal premier Medvedev. Fra le otto delegazioni, quelle di Banca mondiale, Lega araba, Unione africana, Ue (Mogherini e Tusk), Onu (Gassam Salamè).

Nel Summit Conte porta a casa la garanzia di Haftar che non cercherà di scalzare Sarraj prima delle elezioni, previste per la primavera . Per il resto c’è la proposta di elezioni come panacea per tutti i mali e l’adozione del piano Onu (unico esercito, unica Banca Centrale, Unica NOC). Ma è dubbio quanto l’assenso di Haftar a tutto questo sia qualcosa in più di si di cortesia.

L’Italia registra anche la rottura con la Turchia, la cui delegazione, esclusa dal “summit dentro il summit” (nota 5) per esplicita richiesta di Haftar, se ne va la mattina del 13. Sono rimasti invece i Fratelli Mussulmani, vicini a Erdogan ma finanziati soprattutto dal Qatar, gruppo che ha due posti chiave nel governo Serraj (nota 5 bis). Accontentare Haftar, che è venuto in Sicilia solo per le pressioni di Al Sisi e della Russia ha voluto dire disgustare la Turchia e il Qatar, partner economici di tutto rilievo (Salvini infatti è andato in Qatar per garantire che non ci fossero conseguenze per l’accordo Qatar-Leonardo Finmeccanica per la fornitura da 3 miliardi di $ di 26 elicotteri). Egitto e Turchia si scontrano in Libia come in Siria ecc. per la leadership della comunità sunnita. Inoltre ben 750 mila egiziani lavorano a tutt’oggi in Libia (molti meno dei due milioni del 2011), lavoratori che versano sotto forma di rimesse in Egitto quasi venti miliardi di dollari, linfa vitale per le casse dello stato, lavoratori che il mercato del lavoro egiziano non potrebbe mai riassorbile e la cui lontananza è un fattore di stabilità per Al Sisi. E infine i gruppi economici egiziani e turchi non disdegnerebbero di entrare nella partita petrolio in Libia, esattamente come il Qatar aspira al controllo del gas. Oggi, la Libia è il terzo partner commerciale della Turchia in Africa. La Turchia è tra i maggiori investitori in Libia. Sono stati firmati accordi per realizzare progetti in Libia, in particolare nel settore delle infrastrutture, che superano i venti miliardi di dollari. I turchi hanno aperto a pioggia ristoranti e negozi, mentre diciannove miliardi di dollari sono stati investiti nel campo delle costruzioni attraverso la Turkey Contractors’ Association. La penetrazione avviene anche via “cielo”. La Turkish Airline ha riattivato, lo scorso mese, i voli per Misurata (centro principale della comunità di origine turca in Libia e città-chiave nella determinazione dei nuovi equilibri di potere nel Paese).

La presenza russa, e non americana, nel “summit dentro il summit” rispecchia la decisione di Trump di ridurre a breve del 10% le truppe in Africa, ma anche l’interesse russo di rientrare nel gioco in Nord-Africa. La Russia sta intensificando i rapporti econnomici e politici con Egitto, Algeria, Tunisia, Marocco e Libia, seguita dall’occhio benevolo delle monarchie autoritarie del Golfo. La Russia è un importante esportatore di cereali in tutto il Nordafrica. I suoi cittadini riempiono i carnet delle agenzie turistiche. Mosca propone la costruzione di centrali nucleari e la vendita di armi. Ma l’asso nella manica è la fornitura di know how in campo petrolifero. Gazprom è di casa in Algeria e si sta proponendo come partner in Egitto e Marocco. L’intenzione è di tornare in Libia, da cui èstata cacciata nel 2011.

Di pace in Libia ovviamente non si parla: il 20 novembre la Settima Brigata ha di nuovo attaccato l’aeroporto di Tripoli. Il fatto che a Palermo ci fossero rappresentanze libiche più numerose che ha Parigi, di per sé, non garantiva il successo (nota 6). L’unico risultato pratico è la foto a tre che tutti i giornalisti hanno scattato.

I grandi assenti da Palermo sono i civili libici e gli immigrati centro africani.

Aver escluso a priori il tema dei diritti umani, sia pure nei limiti formali e ipocriti con cui questo tema viene affrontato nei consessi internazionali, dà la giusta misura per valutare il summit di Palermo.

Conte ha dichiarato con noncuranza che “sembrerà strano ma non si è parlato di flussi migratori, ma solo di come aiutare a stabilizzare il Paese” aggiungendo la più clamorosa e ributtante menzogna secondo cui la Libia è stata “un valido partner per combattere le reti di trafficanti di esseri umani”.

Per questo mentre gli imperialisti, le giovani potenze medioorientali e le élites libiche giocano a scacchi col destino dei civili e dei migranti, siamo noi che dobbiamo continuare a denunciare le politiche di Salvini, come ieri denunciavamo quelle di Minniti, per difendere una linea di solidarietà fra gli sfruttati contro gli sfruttatori, di casa nostra e di tutto il mondo.



Nota 1) La crisi di fine agosto 2018
La causa scatenante dell’ultima crisi è stato l’attacco sferrato da una milizia, la Settima Brigata, proveniente dalla città di Tarhuna, 60 Km a sud di Tripoli, contro i quartieri sul della capitale. La Settima Brigata fa capo alla famiglia al-Kani, legata attualmente ad Haftar, l’uomo forte di Tobruk, appoggiato dalla Francia.
Come è noto l’ordine a Tripoli, sede del governo di Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu, è garantito da tempo da quattro milizie, finanziate dall’Onu stessa, milizie che appoggiano ma anche ricattano Sarraj. Si tratta delle Brigate al-Tajouri, la Rada Force di Abdel Raouf Kara, la Brigata Abu Selim, la Brigata Nawassi. Questo status quo durava da mesi. La Settima Brigata le accusa di taglieggiare i civili e ingrassarsi con i fondi governativi e in effetti le milizie sono totalmente infiltrate nella burocrazia di Tripoli, creando malcontento nelle concorrenti milizie di Misurata, che fanno capo a una delle tribù più importante, i Warfalla. Davanti all’attacco della Settima Brigata queste milizie non hanno retto il colpo e Sarraj ha dovuto invocare di Misurata; le milizie di Misurata si sono spaccate sull’intervento, perché i rapporti con Sarraj erano tesi dopo che in primavera il loro esponente Al-Swehli era stato sostituito alla presidenza del Parlamento di Tripoli da Al Mishri, vicino ai Fratelli Mussulmani e gradito alla Turchia. Solo alcune, quindi, sono intervenute con blindati e truppe da est. A questo intervento hanno fatto da contrappeso le milizie di Zintan che si sono schierate da ovest con la Settima Brigata. Ci sono stati una cinquantina di morti e 100 feriti circa, fino alla firma della tregua. L’aiuto di Misurata è stato compensato da Al Sarraj con la nomina di un nuovo ministro degli interni, di Misurata appunto, Fatih Bishaga, che peraltro è anche un esponente dei Fratelli Mussulmani.


Nota 2) L’intervento tedesco
Secondo questo giornale gli altri fondi sono stati così suddivisi: 2 milioni di euro per progetti legati all’educazione, alla cultura, ai media e alla società civile; 3 milioni di euro per bonificare la zona di Sirte dalle mine; 5,7 milioni di euro per sostenere le mediazioni tra i governi di Tripoli e Tobruk; 10,5 milioni di euro per rafforzare le capacità governative; 11 milioni di euro per il progetto Stabilization Facility for Libya, che serve ad assistere le comunità libiche sparse in tutto il Paese; circa 200 milioni di euro per aiutare le autorità locali a gestire il fenomeno migratorio.


Nota 3) La tesi dell’ISPI
Espresse dalle varie tribù, ma finanziate da paesi esteri, spesso in conflitto fra loro per accaparrarsi il controllo dei pozzi, ma anche di servizi e infrastrutture, le milizie prosperano perché gestiscono affari lucrosi come la droga, la prostituzione, il traffico di esseri umani. A farne le spese, oltre ai migranti, sono i civili. Benché la Libia resti comunque uno dei paesi più ricchi dell’Africa, i civili vedono il loro livello di vita peggiorare ogni giorno a causa dell’inflazione, della crisi di liquidità e della svalutazione della moneta locale. Non è più loro garantito né l’accesso al cibo, né le forniture di acqua, elettricità e gas, né l’assistenza sanitaria. Le milizie offrono a giovani senza prospettive un’occupazione ben retribuita e questo spiega l’aumento geometrico dei combattenti.
Frutto certamente del tribalismo e del localismo, nella loro crescita esponenziale hanno giocato un ruolo “distruttivo” soprattutto gli attori internazionali. Le milizie hanno portato a efficienza capitalistica la pratica dei traffici illeciti, rendendo molto difficile ricostruire a breve un ruolo delle istituzioni. Preoccuparsi quindi solo di ridurre gli arrivi dei migranti in Italia è una “prospettiva a breve termine”, per risolvere alla radice il problema si devono trovare degli incentivi per convincere le milizie al disarmo, favorendo il reinserimento sociale degli individui nelle loro comunità. Secondo gli autori escludere tutte le milizie dai negoziati è irrealistico, bisogna avvicinare e cooptare quelle che non sono radicalmente anti-stato, coinvolgerle nella spartizione dei proventi petroliferi. Del resto se la Libia tornasse a produrre petrolio e gas come prima del 2011, l’attuale traffico di esseri umani peserebbe il 2% degli introiti da petrolio e perderebbe di interesse.


Nota 4) Paesi partecipanti al summit di Palermo
Oltre ovviamente all’Italia,sono Algeria, Austria, Canada, Ciad, Cina, Congo, Repubblica Ceca, Egitto, Etiopia, Francia, Germania, Grecia, Giordania, Malta, Marocco, Paesi Bassi, Niger, Polonia, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Spagna, Sudan, Svezia, Svizzera, Tunisia, Turchia, Emirati Arabi, Regno Unito, Usa


Nota 5) Partecipanti al “summit dentro il summit”
Alla riunione informale hanno partecipato Giuseppe Conte, i leader libici Fayez Sarraj e Khalifa Haftar, il premier russo Dmitri Medvedev, il presidente egiziano Al Sisi, l’inviato dell’Onu Ghassam Salame’, il ministro degli Esteri della Francia Le Drian, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e i leader di Algeria e Tunisia.

Nota 5 bis)
Oltre al nuovo ministro degli interni Fathi Bishaga, proveniente da Misurata dove la Fratellanza è molto influente, va ricordato Khalid al-Mishri, nuovo Presidente del Parlamento di Tripoli, e in precedenza capo del Partito della giustizia e dello Sviluppo, costola dei Fratelli Musulmani. In precedenza l’Alto Consiglio di Stato (con questo nome si indica il Parlamento di Tripoli, composto da deputati eletti nel 2012 e decaduti nel 2014, ma avallato dagli accordi di Skhirat; il Parlamento di Tobruk, invece,è uscito dalle elezioni del 2014, ma non riconosciuto dall’Onu ) era presieduto da Abdulrahman Al-Swehli, influente uomo politico di Misurata, eletto nel 2016, leader dell’Unione per la Patria.


Nota 6) I libici a Palermo
Liste ufficiali di partecipanti libici non sono state diramate
Quello che si conosce esattamente è solo l’elenco di chi è stato escluso e pensava di essere invitato, perché gli esclusi hanno protestato con una lettera ai giornali: si tratta di: National Forces Alliance (NFA), National Front, Centrist Youth Stream, Al-Watan, Taghyeer, Yes Libya Movement, Democratic Civil bloc, Movement of the Future, Libyan Federal Assembly e National Federal Bloc. Peraltro, la NFA è il gruppo di Mahmoud Jibril, già a capo del Consiglio Nazionale di Transizione libico a Tripoli, dopo la rivoluzione del 17 febbraio. L’esclusione del suo gruppo appare strana, in quanto il politico da sempre gode di ottime relazioni con i partner stranieri, che lo considerano un interlocutore serio.
A Palermo c’erano come rappresentanti ufficiali di Misurata, 400 mila abitanti, una delle città più industrializzate, ma divisa in diverse fazioni armate, Fathi Bishaga che però adesso è ministro degli interni di Tripoli e Ahmed Maitig, più moderato, e attualmente vice di Serraj. Ma delle numerose sigle politiche di Misurata neppure l’ombra. Le milizie di Misurata, assieme a quelle di Zintan, Garyan, Sabratha, Zliten, tutte collocate a ovest della Libia, si erano opposte al vertice di Parigi del 28 maggio 2018, ma è dubbio che dopo Palermo abbiano una migliore opinione dell’Italia.

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