Partiti e schieramenti borghesi al voto del 4 marzo

La campagna elettorale ha visto la costituzione di tre poli ai quali viene accreditata la maggioranza dei voti: PD con il centro-sinistra, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia per il centro-destra, e M5S, più un gran numero di formazioni minori. Questi tre poli, ognuno collegato con personaggi dell’industria, del commercio e della finanza, e sostenuto da settori dei media, si candidano a gestire il prossimo governo per conto della borghesia. I voti servono a definire la forma del prossimo “comitato d’affari” della borghesia. Solo la lotta dei lavoratori potrebbe cambiare i rapporti tra le classi, borghesi e proletari, sfruttatori e sfruttati.

Concentriamo qui l’analisi sui programmi di questi tre poli, che nella caccia ai voti in libertà, sempre di più con l’affievolirsi del senso di appartenenza a un partito, e nel tentativo di convincere a votare chi non ne vuole più sapere si sono prodigati in promesse (per pensionati, poveri, disoccupati, precari) che sanno di non poter mantenere perché non indicano le risorse.

Molto più circostanziate e convergenti le promesse di riduzione delle tasse e contributi per le imprese, soprattutto le piccole. Visto il carattere stantio della ripresa, se si riducono le tasse per i padroni, o le si aumentano per i lavoratori, oppure si tagliano le spese: dato che per Forze Armate interne ed esterne vogliono spendere di più, per i tagli vengono in mente la sanità, la scuola i trasporti pubblici… è quanto già avvenuto negli ultimi anni con aumenti delle tariffe, dei ticket, con la privatizzazione strisciante della sanità.

Regali ai padroni, tagli al welfare e intensificazione dello sfruttamento per i lavoratori, questa la ricetta del governo che uscirà dalle elezioni, qualunque esso sia. Contro questa ricetta, la nostra è una sola: l’organizzazione e la lotta di lavoratori e giovani.

Il PD

Al primo punto del suo programma “Un lavoro di qualità, non l’assistenzialismo per tutti”. La qualità del lavoro è subito chiara a cosa si riferisca: mantenere, possibilmente accrescendola, la flessibilità del mercato del lavoro già assicurata dal Jobs Act, diminuire il costo del lavoro, aumentando la produttività e/o riducendo i salari. E i classici cavalli di battaglia della “sinistra”, l’assistenza, il welfare, la riduzione delle diseguaglianze sociali? Solo se compatibili con questi obiettivi. Occorre dunque scaricare maggiormente sui lavoratori i costi previdenziali, sollecitandoli a sottoscrivere una previdenza integrativa. Nello specifico quali le proposte? Dopo aver vantato le misure già attuate nella legislatura trascorsa (cancellazione della componente costo del lavoro sull’IRAP; taglio dell’IRES[1] per le imprese, grandi e piccole; estesi i diritti delle partite IVA), il PD propone di ridurre il peso delle imposte sul reddito imprenditoriale e su quello da lavoro autonomo dal 33% al 22% delle «nostre piccole e grandi imprese … dopo averle già abbassate dal 27,5 al 24%»; eliminare i contributi per i neo assunti, fiscalizzare la riduzione del cuneo fiscale, cioè mettere a carico delle tasse [leggi: pagate dai lavoratori] la riduzione dei contributi e tasse alle imprese per finanziare le pensioni future; rendere strutturali e ampliare gli strumenti di flessibilità in uscita (ape sociale, precoci; ape volontaria opzione donna); aumentare la deducibilità dell’IMU sugli immobili delle imprese e dei professionisti. Dichiara poi che lo stato deve «accompagnare le piccole e medie imprese», che sgomitano per conquistarsi mercati all’estero. Il partito liberista +Europa di Emma Bonino, gamba di sostegno al PD, vuole redistribuire le risorse dal pubblico al privato e dalle rendite all’economia produttiva, con un taglio ancora maggiore di IRES al 20%, e in particolare la riduzione delle aliquote fiscali per “i contribuenti appartenenti al ceto medio” (piccola borghesia, autonomi). Il PD si propone di dare «più valore e più welfare al lavoro autonomo», un modo elegante per dire che vuole far guadagnare di più e far pagare meno sanità e servizi vari proprio a quei padroncini e liberi professionisti che regolarmente strozzano i propri dipendenti. Infine ai giovani, disoccupati o assunti con contratti capestro, alle famiglie che faticano a giungere a fine mese, lancia un amo con una ghiotta esca: una pensione contributiva di garanzia per i giovani (in una bozza del programma si parlava di un assegno non inferiore ai 7-800 euro, ma come gli specchietti per le allodole l’assegno è già scomparso); il salario minimo legale garantito per tutti (quanto minimo? 5 euro l’ora? No, grazie!). Senza dimenticare le partite IVA, vere o false, lavoratori autonomi o salariati, a cui vuole estendere gli 80 euro; un assegno mensile per ciascun figlio fino ai 18 anni (timidissimo tentativo di far risalire la natalità che ha raggiunto i minimi storici). E poi ancora: per i disabili e non autosufficienti, rafforzamento dell’indennità di accompagnamento, aumento della detraibilità delle spese.

Insomma, quel che è chiaro: meno contributi e meno tasse, quindi più profitti, per le imprese. Chi paga al posto loro? Non possono che essere i soliti lavoratori dipendenti! Ma questo non si dice, lo si scopre dopo…

C’è poi la questione UE e delle sue regole. Sì, la UE è necessaria all’imperialismo italiano: «vogliamo un’Europa protagonista in tutti i teatri di crisi internazionali, ma in modo particolare nel rapporto con l’Africa». Tradotto, significa che l’Italia vuole estendere (con l’appoggio UE) la propria presenza in Africa, commerciale, finanziaria e militare, comprese le guerre per accaparrarsi mercati, materie prime, forza lavoro a basso costo, e influenza politica.

Così – al netto delle proteste contro l’austerità che Bruxelles avrebbe imposto al governo della borghesia italiana – il PD si impegna a riportare entro dieci anni il debito pubblico al 100% del PIL. Come? Da dove mai prenderebbe i soldi necessari a pagare gli interessi dell’abnorme debito italiano? La risposta è evidente, non certo alle imprese che devono poter essere competitive!

Il riserbo elettorale del PD sulle ricette europee è più che bilanciato dalle proposte ultra-europeiste e liberiste di +Europa, il quale dichiara che se l’Italia vuole sedersi al tavolo con Germania e Francia deve presentare programmi che garantiscano la riduzione del debito pubblico in rapporto al PIL. E senza troppe inibizioni +Europa affronta anche il tema della violenza militare a servizio dell’imperialismo europeo. Mentre si dice contrario alle armi nucleari, quelle francesi (conservando la loro consistenza e schieramento attuali) potrebbero, ad interim (!!), estendere la deterrenza al resto dell’Unione europea, supplendo al ruolo svolto attualmente da quelle americane. Non si dicevano pacifisti, i Radicali?

Centro destra

Anche il programma concordato dal Centrodestra (CD) di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia pone al primo punto la necessità di abbassare la pressione fiscale sulle imprese, proponendo la Flat Tax, un’unica aliquota che mette alla pari il “padron dalle belle braghe bianche” e i suoi dipendenti, affiancata dalla ricetta per il suo finanziamento: «attraverso il taglio degli sconti fiscali». Quali, a chi? Questioni secondarie a fronte di un “fisco democratico”! Questa “eguaglianza” fiscale viene completata dal NO all’imposta sulle donazioni, dal NO all’imposta di successione. Aziende e capitali possono passare senza traumi da padre in figlio. Il Centro destra vuole azzerare la riforma Fornero, ma la nuova riforma previdenziale dovrà essere “economicamente e socialmente sostenibile”. Cosa vuol dire? Che in un modo o nell’altro faranno pagare ancora i lavoratori. C’è da segnalare a riguardo una “polemica” interna tra chi (Forza Italia) punta l’accento sul “cambiamento” della legge Fornero e chi invece (Lega e Fratelli d’Italia) si attiene al programma. E’ la classica divisione dei ruoli per accaparrare voti sia ai “moderati” che ai “radicali” del CD; ma una legge “cardine” del Bilancio, vincolata alla “Troika”, ben difficilmente potrà essere oggetto di cassazione. Soprattutto ad opera di chi in fondo l’ha votata…

Un capitolo corposo è dedicato al tema sicurezza-immigrazione-terrorismo, sempre collegati tra loro. CD vuole la ripresa del controllo dei confini; il blocco degli sbarchi con respingimenti assistiti e la stipula di trattati e accordi con i Paesi di origine dei migranti economici; il rimpatrio di tutti i clandestini. Propaganda elettorale liberticida e omicida, che se venisse attuata si tradurrebbe in più morti nel Mediterraneo e nel deserto, più disperati e più schiavi (ma nessun governo, di destra o centro-sinistra, è mai riuscito a fermare un afflusso che origina da guerre e miseria di un continente con più di un miliardo di persone).

Dopodiché bisogna pensare a come meglio sfruttarli “a casa loro”, questi lavoratori, ed ecco che viene rilanciato un “Piano Marshall per l’Africa”, da tempo sponsorizzato dalla UE. Si tratta di un sistema per investire con lauti profitti i capitali che nella vecchia Europa e Italia non rendono quanto si vorrebbe, camuffato con la parola d’ordine “aiutarli a casa loro”.

A potenziamento delle recenti leggi Minniti del governo Renzi-Gentiloni contro gli immigrati e per la “sicurezza urbana”, CD chiede carabinieri e poliziotti di quartiere ed estensione dell’esperimento “strade sicure” con impiego delle Forze Armate per la sicurezza delle città. Città blindate, contro qualsiasi turbativa dell’ordine borghese, soprattutto contro l’espressione di movimenti sociali di protesta politica, ma anche contro rivendicazioni di tipo economico, come sperimentano spesso i picchetti degli scioperanti sulle proprie spalle. E i tutori dell’ordine devono essere premiati «con stipendi dignitosi», assicurando loro «l’inasprimento delle pene per violenza contro un pubblico ufficiale».

Non sorprende che il forte accento posto sul tema sicurezza dal Centrodestra, con Salvini e Meloni porta-bandiera, abbia nelle ultime settimane sponsorizzato in diverse città italiane azioni di caccia all’immigrato di stampo nazifascista. Anche se la maggior parte dei partiti in lizza per le “democratiche elezioni” del 4 marzo, espressione degli interessi di buona parte della borghesia italiana, rilevano (bontà loro!) l’importanza per l’economia e la società italiane della forza lavoro immigrata, questi fenomeni neofascisti non vanno sottovalutati. Perché «queste bande ben organizzate e tutelate nei quartieri popolari» «fomentano la guerra tra i poveri additando la presenza di immigrati come causa del degrado sociale, della povertà e mancanza di servizi, della disoccupazione». Istituzioni e democrazia «tutelano ed allevano questi personaggi, che giocano sullo stesso loro terreno per mantenere i meccanismi di sfruttamento, le diseguaglianze sociali, la repressione e il controllo dei proletari, degli immigrati stranieri in primo luogo, usati come battistrada per far passare e poi allargare a tutti le misure più odiose contro diritti umani e sociali conquistati.»[2]

Il contorno servito dal programma del Centrodestra al piatto forte è niente di meno che l’«azzeramento della povertà assoluta», «pensioni alle mamme … aumento delle pensioni minime», raddoppio delle pensioni di invalidità: altri specchietti per le allodole, nel tentativo di portare a votare gli strati più poveri che non ne vogliono più saperne del voto.

Il M5Stelle

Al grido di «Meno tasse più qualità della vita» – dopo aver rivendicato per il “popolo” una generica riduzione delle aliquote Irpef e niente tasse per i redditi fino 10mila euro – il “Movimento” va in soccorso dei padroni delle piccole e medie imprese, come pure dei liberi professionisti. Chiede una «manovra choc», la riduzione del cuneo fiscale e la riduzione drastica dell’IRAP per le PMI, e per gli autonomi e liberi professionisti l’abolizione dello Spesometro e di Equitalia.

Aggiunge che con la Flex Security (una combinazione di estrema facilità di assunzione e licenziamento per il datore di lavoro e consistenti ammortizzatori sociali per i lavoratori dipendenti) le imprese sono più competitive. Con ciò è più che evidente a quali classe sociale il M5Stelle offra i propri servigi.

Per propiziarsi l’elettorato anziano, meno disposto a dare il proprio consenso, i 5 Stelle promettono una pensione minima di 780 euro netti, che diventa di 1 170 per una coppia di pensionati.

Per le famiglie stanziano 17 miliardi, rimborsi per asili nido, pannolini e babysitter; introduzione di IVA agevolata per prodotti neonatali, per l’infanzia e per la terza età; innalzamento dell’importo detraibile per assunzione di colf e badanti.

Gli stanziamenti per le famiglie, presenti nei programmi di diversi partiti, sono attualmente solo pubblicità elettorale, perché non viene indicato da chi prendere le risorse per finanziarli. Se realizzati risponderebbero sostanzialmente all’esigenza del capitalismo italiano di incoraggiare da una parte la partecipazione delle donne al mercato del lavoro (incrementando l’offerta di asili nido e le risorse versate alle famiglie con più figli), perché questo aumenta la produttività (di plusvalore) del sistema e il PIL.[3] Dall’altra servirebbero a incentivare la natalità e a contrastare il calo demografico che ha già ridotto la diponibilità di forza lavoro giovane.[4] Sarebbe una politica analoga a quella di altri paesi europei come la Francia, mentre la borghesia italiana attualmente preferisce l’utilizzo di forza lavoro immigrata, più ricattabile, o il trasferimento di capitali e produzione nei paesi di provenienza di questa forza lavoro. Vedi il sopramenzionato Piano Marshall per l’Africa.

Anche i Pentastellati pongono un accento particolare sulla questione sicurezza, legalità-immigrazione. Chiedono «diecimila nuove assunzioni nelle Forze dell’ordine e due nuove carceri per dare ai cittadini più sicurezza e legalità». «Rimpatri immediati per gli irregolari», per fermare il business dell’immigrazione, naturalmente! E poi un contentino di affari “legali” con «10mila nuove assunzioni nelle commissioni territoriali per valutare i richiedenti asilo».

Sventolano la bandiera dell’anti-politica e dell’anti-establishment rivendicando lo «stop alle pensioni d’oro, vitalizi, privilegi, costi della politica…». Poi, prima di andare a casa, hanno votato anche loro quatti quatti l’ulteriore scandaloso aumento degli stipendi per i parlamentari: Chi predica bene…

Altro punto caratterizzante è quello del “reddito di cittadinanza”. A parte la constatazione evidente che il M5S in questi anni nulla ha fatto in merito se non qualche pagliacciata alle Camere, la vera questione è se tale obbiettivo può effettivamente rispondere alle esigenze dei disoccupati. Cifre alla mano, sarebbero all’incirca 600-700 euro netti da elargire a strati sociali che non sono tutti eguali, e questo sposterebbe all’ingiù il valore medio dei salari in Italia rispetto alla già bassa media attuale. Questa cifra diventerebbe il punto di riferimento verso il quale portare il sistema dei salari. Non a caso “la riduzione del costo del lavoro” è nei programmi del M5S, affidati a “ministri ombra” definiti “keynesiani eretici”.

Al di là dei particolari “accenti” di questo o quello schieramento, al di là dei settori borghesi a cui essi si rivolgono (categorie economiche, dimensioni d’impresa, aree geografiche, export, import, ecc.), dai loro programmi possiamo facilmente dedurre che in fondo nessuno di loro difende, se non con accenni demagogici, gli interessi dei lavoratori. Chi ha votato il Jobs Act dice che va cambiato; lo stesso per la legge Fornero; idem per le pensioni: prima le massacrano poi ci piangono sopra “che così non si può andare avanti”…A Napoli si direbbe: “Chiagne e fotte”…

Ad ogni modo, è ben visibile una trasversale “linea comune” che coinvolge un po’ tutti i partiti e le coalizioni in competizione. Stiamo ovviamente parlando delle opzioni politiche “spendibili” per la borghesia, e non di quelle “di rincalzo” o di “bandiera”.

Questa linea trasversale può essere così delineata:

  1. il “securitarismo”. Tutti, più o meno, ci tengono ad assumere il ruolo dei “difensori dell’ordine” collegandolo alla questione dei migranti. Chi spingendo per “l’espulsione dei clandestini”, chi per la loro “gestione”. Ma entrambi rafforzando all’uopo le leggi ed i corpi di polizia, accordandosi coi tagliagole capi di governo africani e mediorientali, intervenendo militarmente in questi paesi. Usando cioè il problema delle migrazioni per condurre una politica imperialista che rafforzi la “nostra” borghesia a livello internazionale. Mentre si tratta di unire gli sfruttati contro i loro sfruttatori, oltre e contro ogni frontiera.
  2. Le prebende fiscali e/o gli incentivi alle imprese. Vuoi per nuove assunzioni, per nuovi investimenti, per la formazione … in ogni modo palate di soldi ai padroni.
  3. La “ricontrattazione” del ruolo dell’Italia nella U.E. Le pulsioni “Euro-exit” e anti-U.E. sono ridotte ai minimi termini. Di Maio ha fatto il salto della quaglia: ora non è più antieuropeista. Salvini e la Meloni … quasi non ne parlano più!!! Il Centro Sinistra, da parte sua, si fa bello di essere il vero e “affidabile” punto di riferimento per Bruxelles. Casomai ora, dopo aver massacrato socialmente i lavoratori, vanno a chiedere più “considerazione”…
  4. La presa d’atto che il problema della denatalità è un problema “strutturale” per il capitalismo italiano. Ma su questo noi crediamo si debba porre con forza la visuale di classe e non seguire la politica degli “incentivi” alla famiglia in senso interclassista. Difesa della condizione della donna-lavoratrice, orari di lavoro, salario, servizi sociali. La politica del proletariato parte da questa base.

Come si può ben vedere, ogni aspetto della politica degli schieramenti borghesi, sul quale si dà l’illusione di “scegliere col voto”, è in realtà ANTITETICO agli interessi dei proletari. Dal punto di vista pratico, che si formi o no un governo dopo il 4 marzo, ci preme ribadire la nostra ottica di classe:

  • SOLO LA LOTTA PAGA!
  • L’UNICO PASSO IN AVANTI CONSISTE NELLO SVILUPPO DELL’ORGANIZZAZIONE INDIPENDENTE DELLA CLASSE PROLETARIA!

[1] IRAP = imposta regionale sulle attività produttive; IRES =imposta sul reddito delle società

[2] Assemblea per il Diritto alla Casa, Pavia, volantino di convocazione il 7 febbraio 2018 di una Manifestazione contro il razzismo, l’intolleranza, la repressione e la violenza istituzionale.

[3] Il rapporto tra occupate femmine e occupati maschi è in Italia del 63%, contro l’88% in Germania e Spagna, 86% in Francia, 95% in Gran Bretagna (e 101% in Svezia); tra i paesi OCSE nel 2016 in Italia la partecipazione delle donne al mercato del lavoro era al terzultimo posto prima di Turchia e Messico.

[3] Il rapporto tra occupate femmine e occupati maschi è in Italia del 63%, contro l’88% in Germania e Spagna, 86% in Francia, 95% in Gran Bretagna (e 101% in Svezia); tra i paesi OCSE nel 2016 in Italia la partecipazione delle donne al mercato del lavoro era al terzultimo posto prima di Turchia e Messico.

[4] a fine anni ’70 c’erano 3 milioni di giovani (15-24) occupati; nel 2015 ce n’erano solo 928 mila: meno di un terzo, mentre Germania, Francia e UK li hanno aumentati.