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Processo allo sciopero: condannato per “manifestazione non autorizzata”

Inserito da on 31 Ottobre 2014 – 18:41

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Si è concluso mercoledì 29 ottobre a Piacenza il processo contro il compagno Roberto Luzzi, attivista nel SI Cobas, per uno sciopero del settembre 2013 presso il magazzino Traconf di Piacenza (logistica dei prodotti di lusso “Burberry”). E’ stato condannato a 5 giorni di arresto, tramutati in una multa di 1358 euro per “manifestazione non autorizzata”. Si tratta della prima sentenza di questo genere nell’Italia post-fascista, di condanna per l’organizzazione di uno sciopero con picchetto, un pericoloso precedente che si inserisce nel clima di reazione antioperaia incarnata dal governo Renzi.

Lo sciopero in questione era stato indetto, con proclamazione dello “stato di agitazione”, per una vertenza interna al magazzino e soprattutto perché la cooperativa teneva a casa senza retribuzione da più settimane tre lavoratori iscritti al SI Cobas, di cui due delegati, mentre i capi all’interno chiedevano agli iscritti si Cobas di dare la disdetta dal sindacato, se volevano lavorare.

Lo sciopero, cui partecipò una parte dei lavoratori, con picchetto ai cancelli, si concluse dopo tre ore circa con l’arrivo del responsabile del consorzio Lord, di cui la cooperativa faceva parte, che si impegnò a far ritornare immediatamente al lavoro i tre lavoratori.

La polizia accorsa con Digos e “scientifica” non contestò alcuna infrazione ai partecipanti, ma la Questura costruì il caso, non denunciando la cooperativa per attività antisindacale, ma denunciando il Luzzi alla magistratura per “manifestazione non autorizzata”, sulla base immaginiamo della presenza di alcuni lavoratori iscritti al SI cobas di altri magazzini del polo logistico, solidali con lo sciopero. Viene richiamato l’art. 18 del Regio Decreto 773/1931 (legge sulla pubblica sicurezza) che prevede la comunicazione di una manifestazione al Questore con un anticipo di almeno tre giorni. La sanzione è l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda da € 103 a 413.

Il teorema è questo: la presenza ai cancelli di n persone durante uno sciopero corrisponde a una “manifestazione”. Se tale “manifestazione” non è stata preventivamente comunicata è una “manifestazione non autorizzata”. Ergo gli organizzatori dello sciopero vanno condannati.

Con questa innovazione giuridica, che a quanto ci consta è una novità assoluta in Italia, la Questura di Piacenza si è voluta distinguere nella lotta contro gli scioperi, e ha trovato un giudice compiacente, che ha emesso sentenza di condanna nonostante lo stesso PM avesse chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, essendosi trattato di uno sciopero e non di una manifestazione, tesi confermata da tutti i testimoni (a parte l’agente Digos), incluso l’ex responsabile di magazzino della cooperativa.

La sentenza si inserisce nel blocco anti-operaio delle istituzioni locali piacentine creatosi in occasione della lotta contro i licenziamenti Ikea. Proprio ieri, il giorno dopo la sentenza, il sindaco PD di Piacenza Dosi ha fatto visita al magazzino Traconf , dove lo scorso 16 ottobre si è tenuto un secondo sciopero, continuato per tutta la notte e la mattinata successiva, in occasione dello sciopero nazionale della logistica, ma motivato anche dalle pesanti condizioni interne.

Questa sentenza rappresenta un inaudito attacco alla libertà di sciopero, con l’utilizzo di una legge che risale al fascismo, e va respinta. Ogni sciopero che si rispetti vede da sempre il formarsi di capannelli e picchetti per informare convincere la massa dei lavoratori ad aderire. Fino all’altro ieri nessuno aveva messo in discussione la libertà di organizzare scioperi, sancita tra l’altro dalla Costituzione italiana, anche se gli accordi interconfederali sulle rappresentanze vanno nella stessa direzione.

Da oggi in poi questa libertà è sotto minaccia. Il ricorso in appello seguirà il suo corso, ma questa sentenza va respinta innanzitutto sul terreno, non indietreggiando nell’organizzazione di scioperi, principale strumento di organizzazione e di lotta della classe operaia.

Comunisti per l’Organizzazione di Classe

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