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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Quantitative Easing europeo apre le danze della guerra monetaria

Inserito da on 27 Gennaio 2015 – 20:38

Con un ritardo di 5 anni sulla Fed e la Banca d’Inghilterra, anche la BCE ha lanciato il suo programma di “quantitative easing” nel tentativo di tirar fuori Eurolandia dal pantano della stagnazione, ossia riverserà sul mercato 60 miliardi di euro al mese comprando titoli di stato e altri titoli per un totale di 1.140 miliardi fino al settembre 2016, o comunque fino a che l’inflazione non risalga al 2%. Lo fa dopo il sostanziale fallimento di ben 5 tentativi di espansione monetaria e/o arginamento della crisi finanziaria dalle sigle esoteriche: LTRO, CBPP, ABSPP, OMT e SMP, che nonostante gli oltre 4 mila miliardi complessivi messi in campo non sono riusciti ad evitare il rattrappimento dell’economia dell’Eurozona in una sostanziale stagnazione, mentre le due economie anglosassoni ripartivano dopo la crisi del 2009.

Che la formula magica del QE funzioni anche per l’area euro, è tutt’altro che sicuro, perché non è certo che coloro che saranno rimpinzati di euro nuovi di zecca (soprattutto le banche) li vadano a prestare alle imprese, o li spendano in investimenti o consumi.

La decisione non è stata presa senza contrasti e lunghe trattative tra i diversi Stati di Eurolandia. Anche alla fine i rappresentanti di Germania, Olanda ed Estonia nella BCE era contrari, e mentre in Italia e negli altri paesi del Sud Europa ci sono stati solo applausi, in Germania i giornali hanno sparato ad alzo zero: “Draghi distrugge i nostri soldi” (Bild), “Così Draghi distrugge la fiducia” (Frankfurter Allgemeine Zeitung). L’establishment tedesco non vuole essere costretto a comprare i titoli di Stato italiani, che con un debito che ha continuato ad aumentare fino al 130% del PIL, potrebbero non essere restituiti alla scadenza. Per questo il compromesso raggiunto è che le banche centrali nazionali si accollino l’80% dei rispettivi titoli, lasciando alla BCE la copertura del solo 20%, e la quantità di titoli acquistati non sarà in proporzione al debito, ma alla quota di capitale detenuta nella BCE (25,6% per la Germania, 17,5% per l’Italia). I tedeschi si sono rassegnati al compromesso perché, dopo una fase di ripresa ora anche la loro economia è stata contagiata dalla stagnazione europea, e ha bisogno di una forte iniezione – di ricostituente o droga, lo sapremo alla prossima crisi.

Da questo compromesso appare comunque chiaro come anche la BCE sia un organismo spurio, dove i singoli Stati sono disposti a delegare solo una parte del potere monetario a livello “federale”.

Ma intanto la sola previsione del QE un primo effetto l’ha già ottenuto: quello di scatenare una nuova guerra monetaria. Ha cominciato in anticipo la Banca Centrale Svizzera, abbandonando a metà gennaio l’aggancio all’euro (1,20 franchi per euro), che da qualche mese stava scivolando sul dollaro. Con questa mossa gli gnomi di Zurigo volevano evitare che il franco fosse trascinato nell’inevitabile ruzzolone dell’euro dopo il QE, e perdesse così lo status di moneta rifugio per tutti i Paperoni del mondo. Tolto il guinzaglio, il franco balzava in alto di quasi il 30% in una giornata, per poi assestarsi intorno alla parità con l’euro. Ciò non ha fatto piacere agli industriali svizzeri, le cui esportazioni in Eurolandia saranno penalizzate, e le cui azioni hanno anticipato la prospettiva con un tonfo… Non si può accontentare tutti, e per i lavoratori svizzeri suona la campana dell’austerity: se il franco vola, i salari devono scendere per tornare competitivi…

L’annuncio del QE da parte del presidente della BCE Mario Draghi ha fatto scendere ulteriormente l’euro sul dollaro e le altre valute, perché riduce i rendimenti dei titoli europei e quindi allontana i capitali in cerca di più alti rendimenti. Da 1,4 dollari per un euro sfiorati ancora la primavera scorsa, l’euro è sceso a 1,12 sul dollaro. Questo è un risultato voluto dalla BCE, perché rende più a buon mercato i prodotti europei in termini di dollari, sterline, yuan, yen ecc., e quindi favorisce le esportazioni dall’area euro, penalizzate nell’ultimo decennio da un euro gonfiato rispetto al dollaro. Ma se l’euro scende sul dollaro, le altre valute salgono sull’euro, mettendo a rischio le esportazioni dei rispettivi paesi verso l’area euro: è così che le banche centrali di Danimarca, Canada e persino della Cina hanno subito risposto al QE europeo con una riduzione dei rispettivi tassi di riferimento, anche per evitare anche di essere inondate di euro in fuga e di subire ulteriori spinte al rialzo.

Se negli scorsi anni le politiche espansive USA hanno tenuto basso il dollaro favorendo la ripresa americana, ora il rialzo del dollaro potrebbe contribuire a frenarla.

In Europa i banchieri della BCE compreranno all’impazzata titoli pubblici e obbligazioni coperte da attivi sottostanti con 60 miliardi di moneta stampati ogni mese. Dato che i governi non vogliono/non possono, causa i vincoli di bilancio UE, espandere la domanda con spesa pubblica secondo il modello keynesiano classico, la BCE ci prova dando camionate di euro a banche e privati che ora tengono al caldo i titoli. Ciò farà aumentare il valore dei titoli, garantendo plusvalenze a chi li cede, e aumentando gli utili delle banche, mentre si ridurranno di conseguenza i loro rendimenti e quindi i tassi di interesse.

Useranno questo denaro per finanziare nuovi investimenti? Potrebbero anche investirli all’estero, dove i profitti sono più promettenti, e quindi dare una spinta alle economie emergenti degli altri continenti invece che in Europa, o in attività speculative, come stanno già facendo… Business is business.

Dopo i decenni di lotta contro il babau dell’inflazione, alimentata dai deficit pubblici coperti da stampa di moneta, ora il babau si chiama deflazione: i prezzi che scendono e trattengono la gente dall’acquistare nell’attesa che scendano ancora. La domanda di beni di consumo è in realtà depressa dalla stagnazione dei salari, dall’aumento dei disoccupati e dalla crescente incertezza del futuro per milioni di lavoratori. E la ripresa dell’inflazione (al 2%) perseguita dalla BCE ridurrà il potere d’acquisto dei salari.

Ma il QE distribuisce i soldi ai ricchi, non ai proletari. Per i lavoratori Renzi offre il ricatto permanente del Jobs Act: lavoro a termine, licenziabilità in ogni momento pagando una, massimo due mensilità per anno di lavoro, mentre ai padroni sgravio dell’IRAP e niente pagamento dei contributi per tre anni (e chi pagherà le pensioni?). La Merkel ha ringraziato per conto dei padroni tedeschi: ora l’Italia diviene appetibile per investirvi e assumere. Il Jobs Act è l’altra faccia della medaglia del quantitative easing: un paradiso per i ricchi, un inferno per i proletari. Con o senza ripresa.

Per noi un sistema che lascia senza lavoro e senza i mezzi per vivere 7 milioni di persone solo in Italia, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi non va tenuto in vita con iniezioni di QE, ma va abbattuto per ricostituirlo sulla base del soddisfacimento dei bisogni sociali, a partire dall’espropriazione degli espropriatori.

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