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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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Quanto “storico” è l’accordo di Vienna sul nucleare iraniano?

Inserito da on 24 Luglio 2015 – 20:45

Iran-Usa

L’accordo sul nucleare iraniano firmato a Vienna, dopo mesi di trattative, prima segrete e poi dal febbraio 2013 pubbliche, viene da lontano. Sembra modificare radicalmente la politica estera Usa, quasi quanto la strategia del ping pong nei confronti della Cina all’epoca di Nixon.

Da subito si è aperta la partita delle valutazioni
Scontata la diretta condanna di Israele, la velata ostilità saudita, la soddisfazione europea.

Non manca chi considera l’accordo niente più che una montatura pubblicitaria inventata a sostegno delle fortune politiche dei firmatari: il bisogno di lasciare una traccia “storica” del proprio passaggio per Obama, il bisogno di incassare qualche successo per Rowani. In realtà entrambi i contraenti avevano solide ragioni per tenere duro nelle trattative.

Dietro Obama ad esempio ci sono stati gruppi di pressione molto significativi. Va citata almeno la famiglia Rockfeller che attraverso il Rockefeller Brothers Fund sin dal 2003 ha investito 4,3 milioni di $ per promuovere una campagna che modificasse l’atteggiamento degli americani verso l’Iran; a questo scopo sono state create delle ONG (l’Iran Project, ma anche la United Nations Association of US) e, tramite la George Washington University si sono intessute le fila di un dialogo diretto con personalità iraniane di spicco, fra cui lo stesso Zarif, il ministro iraniano degli Esteri. Diplomatici di rango sono stati reclutati a questi fini, ma anche giornalisti e saggisti, per controbilanciare l’azione mediatica dei gruppi pro-israeliani guidati dall’American Israel Affairs Committee. I Rockfeller hanno anche finanziato a parte una organizzazione pacifista, la Ploughshares Fund, con altri 3,3 milioni di $ dal 2010.

Retorica e realtà dell’accordo
Indubbiamente la retorica della “firma storica” va ridimensionata, in particolare la lettura di questo accordo come foriero di pace duratura in Medio Oriente. Se era assurda la propaganda statunitense precedente che considerava l’Iran l’unico “cattivo” mediorientale (santificando i satrapi del Golfo e i despoti arabi) sarebbe altrettanto assurdo considerare il governo iraniano una candida colomba senza ambizioni regionali. I conflitti mediorientali continueranno e comunque sono principalmente combattuti con armi convenzionali, armi a cui l’Iran avrà d’ora in poi accesso più facile. Per questo l’accordo ha avuto il pieno appoggio della Russia di Putin, apparentemente danneggiata da un rientro in forze del petrolio iraniano sul mercato internazionale (con conseguente rischio di ulteriore calo dei prezzi), ma che intende diventare uno dei principali fornitori all’Iran di armi convenzionali. L’accordo in teoria blocca la vendita di armi per 5 anni e di tecnologia missilistica per otto, ma a detta di Lavrov è facilmente aggirabile, è sufficiente una deroga concessa dall’ONU (dichiarazioni di Lavrov).

Nel contesto mediorientale la questione del nucleare in mano iraniana è una partita meramente propagandistica; osservava il generale Carlo Jean (professore di Studi strategici all’Università Luiss) che l’arma più potente in mano agli iraniani è la possibilità di chiudere lo stretto di Hormuz e il traffico connesso. Disinnescando, o rimandando l’atomica iraniana, non si fa un passo verso la pace, dal momento che gli altri Stati, da Israele, che ha l’atomica, ai sauditi o agli Emirati, che non ce l’hanno, sono tutti armati fino ai denti.

I francesi, che alle trattative hanno giocato il ruolo dei falchi gelosi delle proprie prerogative nucleari, riconoscono che è il miglior compromesso possibile, anche se tutto dipende dall’efficacia dei controlli da parte dell’AEIA; basterà che qualcuno dimostri o affermi che i controlli non funzionano per bloccare tutto.

Senza contare che l’accordo troverà comunque forte opposizione sia all’interno dell’Iran che all’interno degli Usa.

L’opposizione interna all’Iran
Niente sarebbe più fuori luogo del considerare l’opposizione interna iraniana all’accordo come frutto di ideologie. Quelli che si scontrano sono interessi molto concreti, economici e di potere, scontri fra frazioni borghesi. Un saggio della violenza di questo scontro di interessi si è avuto proprio alla elezione di Rouhani (14 giugno 2014), una elezione pilotatissima, segnata da soprusi di ogni tipo.

Il risultato è un presidente di mediazione, un religioso, fedelissimo di Khomeini, comandante nella guerra contro l’Iraq, quindi rispettato dai pasdaran, una lunga attività nei servizi segreti, ma con ottime relazioni sia con Khatami che con Rafsanjani.

Rouhani deve trovare una mediazione fra le frazioni borghesi iraniani che consenta di risolvere la crisi economica e sociale del paese.

Oggi in Iran prevale una forma di capitalismo di Stato che vede due grosse lobby di potere: i religiosi che controllano le Bonyads, le fondazioni che hanno assorbito le proprietà delle 100 famiglie dominanti all’epoca dello Shah, che gestiscono lo welfare state del paese, ma anche banche e imprese. Fra queste fondazioni spicca quella sotto l’esclusivo controllo di Khamenei, la Setad, valore presunto 95 miliardi di $.

Una nuova classe dirigente uscita dall’esercito, i Guardiani della Rivoluzione, si sono via via affermati come potere economico e negli 8 anni di Ahmadinejad hanno preso il controllo delle imprese militar-statali, ottenuto posizioni monopolistiche negli appalti di Stato. Accanto a questi due blocchi esiste anche un capitalismo privato, di cui uno degli esponenti di spicco è Rafsanjani, l’uomo più ricco dell’Iran. Lo compongono agrari, piccoli proprietari terrieri, artigiani e piccoli medi imprenditori, che operano nei servizi ma anche nella manifattura (cemento, meccanica, elettronica). Infine ci sono i bazarji, il potente ceto dei commercianti, pilastri del regime, i primi ad arricchirsi grazie alle sanzioni, perché gestiscono il contrabbando, che affama i poveri ma garantisce sovrapprofitti in pratica su ogni genere di consumo, dai medicinali (venduti a peso d’oro quelli per i diabetici, i cardiopatici), alla attrezzatura per l’elettromeccanica, dal cibo alla benzina verde.

Anche i Guardiani della Rivoluzione, cui fa capo tutta l’industria missilistica e lo sviluppo del nucleare vedono come il fumo negli occhi l’accordo, che ne riduce il ruolo politico, ma soprattutto sottrae loro cospicui fondi statali. Sulla stampa iraniana a loro legata gli attacchi a Rouhani e a Zarif non si contano con l’accusa di svendere all’odiato nemico la sicurezza nazionale.

Ma anche i più strenui difensori dell’inefficiente e corrotto capitalismo di Stato, coloro che hanno prosperato all’ombra dell’onnipresente burocrazia clerical-statal-poliziesca, devono fare i conti con l’insostenibilità del modello economico, l’inefficienza delle imprese e delle banche, oberate da prestiti inesigibili alle imprese di Stato e agli “amici degli amici”. Man mano che le sanzioni riducevano le entrate da petrolio (dal 2005 al 2013 sono calate del 65%) mentre le riserve di valuta straniera per gli scambi commerciali si stanno prosciugando, anche i falchi hanno dovuto arrivare al redde rationem.

L’equilibrio politico d’altronde si è sempre basato su una redistribuzione delle briciole dei profitti, tramite i sussidi di Stato e l’opera caritativa delle Fondazioni, in particolare alla piccola e media borghesia, mentre sempre meno è stata alleviata la miseria del proletariato urbano e rurale, i cui bassi redditi sono taglieggiati dall’inflazione. I sussidi erano uno strumento corrotto per creare clientele: il 70% della popolazione vi aveva accesso; un’inchiesta indipendente ha rivelato che il 30% più ricco della società iraniana intascava il 70% dei sussidi (che riguardavano benzina, cibo, medicinali, luce, gas per cucinare). Il populista Ahmadinejad è stato costretto a iniziare la riduzione dei sussidi nel 2010. Il malcontento popolare è esploso, assieme alle frustrazioni delle classi medie, nel 2009 e nel 2012 (in luglio e ottobre) e anche se ferocemente represso cova nell’ombra.

Circa 15 milioni di persone, il 18,8% della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Rowani ha continuato a ridurre i sussidi, finendo per colpire più i poveri (fra cui aumentano i casi di malnutrizione, i casi di cancro non curato per mancanza di medicine e la sterilità legata alla diffusione di banali infezioni per cui mancano i rimedi.

Il livello medio di prestazioni sanitarie e dell’istruzione sta abbassandosi; se in passato l’Iran ha avuto uno dei più alti tassi di istruzione femminile tra i paesi islamici, oggi mancano lavoratori adeguatamente qualificati e emerge un 15% di analfabeti nella popolazione fra i 15 e i 55 anni, concentrati fra le minoranze etniche e la popolazione rurale.

Rowani ha potuto portare avanti le trattative con gli Usa solo perché dichiaratamente appoggiato da Khamenei, che ha valutato lo sviluppo del nucleare militare non prioritario in questa fase, mentre gli effetti del calo del prezzo del greggio e della crisi economica mondiale mordono duro nelle condizioni di vita.

Dopo il ritiro Usa dall’Iraq, l’Iran ha sì visto aumentare la sua influenza in Iraq, Siria, Libano, ma si è trovato ad affrontare costi crescenti in spese militari. E soprattutto deve sempre più fare i conti con la mancanza di tecnologia occidentale e di investimenti indispensabili al riammodernamento dell’industria petrolifera. I funzionari di Stato iraniani valutano in 230 miliardi di $ gli investimenti necessari per rilanciare l’estrazione di gas e petrolio e potenziare le infrastrutture.

Il primo immediato vantaggio dell’accordo per Teheran è il recupero dei 120-150 miliardi di $ congelati nelle banche di tutto il mondo, mentre gli effetti dell’ammorbidimento delle sanzioni saranno a più lunga scadenza; anche per gli investimenti esteri bisognerà attendere. Gli economisti più rigorosi, inoltre, sostengono che solo il 20% del calo di produzione in Iran è legato alle conseguenze delle sanzioni, il resto è dovuto al malfunzionamento del sistema, alla forte presenza di economia sommersa, bustarelle, protezionismo ecc. La fine delle sanzioni ridurrà il peso del mercato nero e quindi anche l’inflazione, ma la disoccupazione (oggi al 25%, 40% fra i giovani), impiegherà anni per ridursi. Inoltre occorre eliminare dalla legislazione iraniana i veti politici verso gli investitori (Al Jazeera del 16 luglio fa l’esempio di Turkcell che è stata esclusa da un appalto per intervento delle Guardie della Rivoluzione perché considerata ostile al governo iraniano).

L’opposizione interna agli Usa
La firma da parte Usa dell’accordo è coerente con la politica di “bilancia di potenza” in Medio Oriente, che porta a tener viva la contraddizione sunniti/sciiti, faccia ideologica del braccio di ferro geopolitico fra sauditi e Iran, che attualmente si traduce in una serie di guerre e guerriglie per procura in Iraq, Siria, Yemen, Libano e Gaza. (Per un approfondimento vedi su PM n. 38 “Medio Oriente: i conflitti aumentano e si incancreniscono). La novità è che un Iran sdoganato può svolgere più efficacemente un ruolo di media potenza contrastando gli altri concorrenti alla leadership (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, oltre che Israele).

Di fronte all’avanzare dell’Isis, Obama si trova spesso oggettivamente dalla stessa parte dell’Iran e delle milizie sciite. La stessa apparente solidità della compagine governativa iraniana sembra più affidabile in una trattativa diplomatica di molti Stati arabi oggi in dissoluzione (anche grazie all’intervento militare occidentale) o comunque minacciati da forti contraddizioni interne.

A queste ragioni di politica estera si sono accompagnate pressioni da parte del mondo economico Usa per riattivare l’interscambio e gli investimenti in un mercato di 80 milioni di abitanti. Obama, con un occhio alle elezioni del 2016 se ne è fatto interprete, i repubblicani quasi unanimemente hanno deciso di agitare invece il vessillo dell'”Asse del male”.

I repubblicani possono fare opposizione al Congresso, dove detengono il 60% dei seggi, ma non in modo decisivo dal momento che Obama ha già chiarito che utilizzerà il suo potere di veto, per neutralizzare il quale servirebbe il 75% dei voti, cioè una forte opposizione anche in campo democratico, magari alimentata dalla lobby filo ebraica o da quella filo-saudita. Per ora solo una dozzina di democratici e il candidato Jim Webb (4% di gradimento) hanno contestato Obama. Tuttavia sull’accordo pesa la minaccia che se alle prossime presidenziali vincesse uno dei tre candidati repubblicani ora in lizza, esso diventerebbe carta straccia. L’opposizione compatta dei repubblicani all’accordo di Vienna è anche mirata a convogliare le ricche donazioni dell’AIPAC sul proprio candidato e in una fase di fundraising per la prossima campagna presidenziale (Nota 1).

Quale che sia la decisione del Congresso Usa, essa non impedirà a Unione Europea e Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di proseguire nell’onorare l’accordo ma impensierisce i responsabili delle società Usa, che temono di essere battuti sul tempo dai partner-concorrenti nell’aggiudicarsi investimenti e affari. Infatti imprese italiane, cinesi, tedesche e russe sono già attive nell’azione di lobby, non hanno atteso la fine delle trattative. Le major Usa mantengono il riserbo, ma si conoscono già studi di intervento della Boeing, della General Electric, della Apple, seguite da Halliburton e ExxonMobil. Sono già stati firmati in modo discreto accordi, ad es. nel luglio 2014 dalla World Eco Energy (investimento di 1,2 miliardi di $ in joint venture).

Parte la corsa al mercato iraniano
Anzi è già partita. Non è un segreto che Cina, India e paesi europei hanno vissuto male le sanzioni imposte dagli Usa, le hanno subite per non perdere i contratti americani, ma appena possibile aggirate. Un esempio denunciato dal WSJ è il comportamento di Italia e Germania, che nel 2011 hanno dato il proprio appoggio alle nuove sanzioni UE contro l’Iran, ma nel contempo aumentato del 30% l’interscambio con l’Iran. Non solo. La Merkel ha rifiutato di chiudere la banca commerciale europea-iraniana EIH, che assiste gli investitori europei, tedeschi in primis, ma offre anche facilitazioni finanziarie a cinesi e indiani per l’acquisto del greggio iraniano. Anche durante la presidenza Ahmadinejad la Germania ha continuato a investire soprattutto nel settore automobilistico (Audi, Volkswagen) ed industriale; la Francia ha chiuso gli impianti Renault, ma ha proseguito gli investimenti di Total Fina-Elf e tenuto aperte le filiali del Crédit Lyonnais.

Già nel 2013 la Banca Mondiale ha definito il mercato iraniano “upper middle-income”, dato che a parità di potere d’acquisto il reddito pro-capite era valutato sui 15.600 $; comunque sarebbe un mercato ansioso di assorbire prodotti di consumo occidentali oltre che bisognoso di grandi investimenti in tecnologia e infrastrutture.

Nelle trattative l’Europa schierava Francia e Gran Bretagna in quanto membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Germania come invitata permanente. l’Italia vi è stata ammessa indirettamente tramite la presenza di Federica Mogherini, Lady Pesc, “padrona di casa” ospitante i colloqui.

Mentre è semplice ricostruire la corsa al mercato iraniano per cui abbondano informazioni, è molto difficile quantificare l’interscambio per aree o per paesi, perché le fonti sono spesso incomplete e in molti casi gli idrocarburi sono espunti dai dati (non-oil trade). In più la stampa dei singoli paesi tende a sopravvalutare il danno arrecato dalle sanzioni ai propri affari con l’Iran. In molti casi il dato risulta sottostimato perché parte degli scambi, passando per Doha o Abu Dhabi, non vengono computati al paese che davvero commercia.

Dove va l’Iran?
Tutti i corrispondenti concordano nel descrivere le attese degli iraniani nei confronti dell’accordo come prudenti e pragmatiche; nessuna illusione di cambiamenti radicali, di liberalizzazione dei costumi, solo la speranza che l’allentamento delle sanzioni migliori un po’ la vita quotidiana, consenta una maggiore disponibilità di beni. Per quanto intense siano le contraddizioni interne al gruppo dirigente esso si è dimostrato compatto nel reprimere ogni tentativo di sovvertimento sociale. L’apertura ai capitali stranieri non implica una democratizzazione nemmeno formale. Se attese ci sono riguardano un eventuale cambio della guardia “demografico”: Khamenei è malato, alla sua morte si aprirà una guerra di secessione senza precedenti; nella complessa architettura dello Stato iraniano spetta alla Assemblea degli esperti scegliere il successore. Nel marzo di quest’anno a capo di quest’organismo è stato eletto l’ayatollah Mohammad Yazdi, un “conservatore moderato”, per quel che vale la definizione, che ha sconfitto Rafsanjani, capofila dell’ala liberista in economia.

Ma a fine anno l’Assemblea sarà rieletta a suffragio universale, inutile quindi fare pronostici in base alla sua composizione. E non è detto che il successore di Khamenei ne conservi il potere quasi assoluto, cristallizzatosi in 35 anni di carriera ai vertici dello Stato (prima come presidente dall’81 all’89, poi come “guida suprema”).

Concludendo occorrerà qualche mese per una valutazione più ponderata delle prospettive e delle conseguenze innescate da questo accordo, sia sotto il profilo economico che sotto il profilo della politica interna degli Stati coinvolti, ma anche per analizzare le risposte delle altre medie potenze in Medio Oriente.

Importatori ed esportazioni in Iran
E’ possibile confrontare i principali importatori ed esportatori in anni recenti con le percentuali, ma non esiste una serie storica omogenea. Ad es. nel 2010 l’export iraniano non oil (pari a 78.69 miliardi di $ è andato alla Cina per il 16,58%, al Giappone per l’11,9%, all’ India per il 10,54, alla Corea del Sud per il 7,54 e alla Turchia per il 4,36. L’Iran ha importato per un totale 58,97 miliardi da Emirati (15,14 %), dalla Cina (13,48 %), dalla Germania (9,66 %), dalla Corea del Sud (7,16 %), dall’Italia (5,27 %), dalla Russia (4,81 %), dall’ India (4,12 %). Negli anni successivi le variazioni non sono state significative, ma i dati sia pure di poco non coincidono a seconda delle fonti e dei criteri.

Italia: Secondo la Camera di commercio Italia-Iran, prima delle sanzioni del 2008 l’Italia era il primo partner commerciale europeo dell’Iran con 6,2 miliardi di $. Nel 2014, escludendo gli idrocarburi, l’Italia era il nono importatore (con 618 milioni di $) e il sesto esportatore (con 1,050 miliardi). L’Eni vi gestisce quattro grandi pozzi petroliferi (South Pars, Darquain, Dorood and Balal) e comunque continua ad importare greggio come recupero crediti di precedenti investimenti. Tuttavia la Saipem che aveva costruito raffinerie e oleodotti ha lasciato il paese, mentre la Fiat ha una joint venture per produrre auto, la Danieli costruisce piccole acciaierie. Più del 60% delle esportazioni italiane sono di impianti e macchinari industriali, non di beni di consumo e intermedi. La fine delle sanzioni nel gennaio 2014 e la possibilità di usare Dubai e la Turchia come intermediari finanziari ha già fatto riprendere in modo ufficiale i colloqui d’affari (quelli ufficiosi non si sono mai interrotti): in febbraio 2015 Rosario Alessandro, Capo della Camera di Commercio Italiana, è stato 4 giorni a Teheran per stilare un piano di investimenti. Nei sette anni scorsi l’attività diplomatica e gli incontri economici sono proseguiti attivamente e Descalzi, attuale AD dell’Eni ha già negoziato in maggio una fornitura da 800 milioni in barili, sbloccando crediti precedenti.

Germania: In maggio il ministro iraniano dell’energia Bijan Zanganeh è stato invitato a Berlino al terzo summit per la Sicurezza energetica, dove ha discusso di investimenti tedeschi nel settore; a breve il ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel si recherà a Teheran a capo di una delegazione di 60 uomini d’affari e funzionari. Anche la Germania aveva visto calare l’interscambio totale con l’Iran dagli 8 miliardi di € nel 2001 ai 2,4 del 2009, ma Eric Schweitzer, capo della camera di Commercio e dell’industria tedesca ritiene di quadruplicare l’importo dell’ultimo anno nell’arco di due anni.

Cina: Nemmeno la Cina ha perso tempo: nel 2008 l’interscambio UE-Iran era di 35 miliardi di $ quello Cina-Iran di 29, ma quello cinese era sottostimato, perché la Cina, per non suscitare le ire americane, commerciava anche attraverso le piazze di Doha e Abu Dhabi per altri 7-8 miliardi. I dati attuali non sono ancora stati pubblicati, ma è certo che la Cina avrà un ruolo dominante.

Russia: Quanto alla Russia, anche se una ripresa dell’Iran sembra controproducente per i suoi interessi di esportatore di energia, in realtà Gazprom e Nioc stanno già impostando una armonizzazione delle loro quote di mercato, per coordinare le forniture sulla base della vicinanza.

Nota 1: L’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, nel 2014 ha finanziato con 11,9 milioni di $ la campagna elettorale di molti candidati al Congresso (rispettivamente con 6,8 milioni ai democratici e 5,1 ai repubblicani). Nel 2014 l’Iran ha assorbito il 20% dell’export cinese, comprando binari, locomotive per metro, tubature per oleodotti, tecnologia elettronica, macchinari, auto.

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