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Quei “terroristi” della Statale di Milano cui non piace l’EXPO…

Inserito da on 21 Gennaio 2015 – 17:23

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La Statale di Milano è stata chiusa per tre giorni, dal 16 gennaio, per impedire a studenti, “antagonisti” e centri sociali di tenere una assemblea NO-Expo. Un episodio della lunga guerra delle istituzioni (anche quelle “di sinistra”) per cancellare il più piccolo dissenso rispetto alla Esposizione Universale che si terrà a Milano tra maggio e ottobre 2015.
Centinaia di articoli sono già stati scritti sulla speculazione edilizia, le mazzette e gli inciuci che l’affare Expo ha prodotto dal 2007 ad oggi, una specie di “prova generale” di quanto accadrà con l’approvazione dello Sblocca Italia. Ed è fin troppo facile, purtroppo ironizzare sul tema (alimentazione e nutrizione) dentro un sistema capitalistico in cui si distrugge cibo per tenere alti i prezzi e si affama mezzo mondo anche se lo sviluppo scientifico e tecnologico permetterebbe di nutrire tutti decentemente.

Non è un caso che siano i giovani e i giovanissimi a muoversi contro l’Expo.
Che è anche una prova generale di cosa riserva il Jobs Act alle nuove generazioni.

Già nell’estate 2013 i rappresentanti lombardi di Cgil, Cisl e Uil e la società che gestisce l’Expo hanno siglato un accordo di secondo livello, benedetto da Enrico Letta. Questo accordo già allora è stato presentato come “un modello per la nazione” e una “opportunità per il rilancio dell’occupazione” “in particolare per i giovani”.
Il topolino partorito dalla montagna di 10 miliardi di € (tanti sono i soldi pubblici investiti) sono 800 posti per i giovani: 340 apprendisti, 300 con contratto a termine, 195 stagisti a cui “sarà garantito un congruo rimborso spese”, cioè… 516 € al mese. Accanto a questi “fortunati” 18.500 fra volontari (che lavoreranno gratuitamente, non per aiutare, come dovrebbe fare il volontariato, settori sociali disagiati, ma a maggior gloria del capitale) e giovani del servizio civile.

La Manpower Group, incaricata di vagliare i curricula, ne ha ricevuto 140 mila, segno terribile della fame di lavoro in Lombardia e dintorni.
Giustamente qualcuno ha sintetizzato l’Expo dalla parte dei giovani come “lavoro precario, lavoro nero, caporalato, zero diritti, poca sicurezza”.

Oltre che un vero o presunto “grande affare” per la borghesia italiana, l’Expo può diventare quindi un primo banco di presa di coscienza per una generazione di giovani e l’inizio di una protesta organizzata.

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