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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Riesplodono le tensioni Arabia Saudita-Iran

Inserito da on 6 Gennaio 2016 – 22:00

Inizio d’anno di lavoro per i boia sauditi

E’ evidente che l’esecuzione, il 2 gennaio 2016, di 47 oppositori da parte dell’Arabia Saudita è stata una voluta provocazione.
La maggior parte era in prigione da 10 anni.

Legittima la domanda “perché ora?”

Fra i giustiziati c’era Nimr al-Nimr capo spirituale degli sciiti d’Arabia Saudita. Questa minoranza, di circa 2 milioni, vive mal tollerata ed emarginata nelle Province orientali, dove è stata confinata nel 1927. Lo stato saudita ha evitato di costruirvi scuole, ospedali, elettricità, infrastrutture. Gli sciiti, esclusi dalla partecipazione politica e sottoposti a un regime poliziesco, comunque sono stati largamente impiegati come operai dalla società petrolifera statunitense Aramco, perché in quell’area si trovano molti pozzi importanti. L’uccisione di Nimr, voluta dal nuovo sovrano Salman, ha il valore di una intimidazione rispetto a un’area ad alta infiammabilità sociale, che il governo teme alimentata dai religiosi sciiti e un messaggio di inflessibilità verso l’Iran (nota 1).
Giustiziarlo ha significato provocare la reazione indignata degli sciiti non solo in Iran, ma anche in Bahrein, Yemen, Iraq, Libano, Pakistan ecc. In particolare significa riaccendere le tensioni con l’Iran e il risultato evidente è far saltare la conferenza di pace per la Siria, prevista per il 25 gennaio, e l’incontro fra le fazioni in guerra dello Yemen, previsto sempre a fine gennaio. Da questo punto di vista ci sono molte somiglianze con l’attacco turco all’aereo russo.

Una politica estera che inanella insuccessi
Il governo saudita che siede sopra forzieri pieni di petrodollari, che è armato fino ai denti (nota 2) e profonde migliaia di dollari finanziando i gruppi wahabiti più radicali per confermare ed estendere la sua influenza regionale, ha dovuto incassare una serie di smacchi in politica estera: a cominciare dalla firma dell’ accordo Usa-Iran sul nucleare, proseguendo con l’intervento russo in Siria che ha compensato l’indebolimento iraniano (nota 3), indebolito i gruppi di ribelli finanziati da Turchia e Arabia Saudita e probabilmente garantirà la sopravvivenza di Assad. L’intervento saudita in Yemen contro i ribelli Houthi sospettati di essere al soldo dell’Iran, nonostante l’alto numero di civili massacrati, non ha prodotto risultati tangibili e anzi ha dimostrato l’inadeguatezza militare dell’Arabia Saudita nonostante gli ingenti acquisti di armi di ultima generazione (nota 4).

Ecco allora che i Sauditi puntano almeno ad ostacolare l’asse Usa-Urss in Siria, ma soprattutto puntano a provocare Teheran, spingendola a reazioni che rendano difficile per Obama mantenere gli accordi presi. E’ improbabile che la fine delle sanzioni a Teheran sia reversibile e quindi l’Iran invaderà il mercato con maggiori quantità di barili di petrolio obbligando l’Arabia Saudita a ridurre la sua produzione se non vuole far crollare ulteriormente il prezzo. Per lo stesso motivo l’Arabia Saudita non ha alcun interesse alla pacificazione della Libia che si presenta come un futuro temibile concorrente.

La guerra settaria arma contro le contraddizioni interne
Per il governo saudita riaccendere la guerra settaria è anche funzionale a tacitare l’opposizione interna. Il taglio del prezzo del petrolio mette a rischio la politica interna del governo saudita che compra la lealtà dei sudditi con sussidi e aiuti economici. La stretta sui proventi petroliferi ha costretto Riyadh a tagliare, a fine anno, i generosi sussidi per acqua, elettricità e gasolio.

La rottura dei rapporti diplomatici
La reazione dell’Iran all’esecuzione di Nimr al-Nimr è stata molto aspra: manifestazioni, assalto all’ambasciata saudita a Teheran, incendio del consolato saudita a Mashad nel Nord dell’Iran, rogo delle bandiere saudite e dei ritratti del principe Sultan (nota 5). Ufficialmente la polizia iraniana ha cercato di limitare i danni, ma l’intervento di Khamenei è stato di condanna netta, con la pubblicazione sul suo sito di una vignetta che crea un parallelo fra le esecuzioni dell’Isis e le decapitazioni eseguite dai sauditi. Anche Rohani ha parlato di violazione dei diritti umani e dei valori islamici.

Il tutto ha dato ai sauditi il pretesto di interrompere i rapporti diplomatici con Teheran, Riyadh ha ritirato tutto il personale diplomatico.

Se ce ne fosse bisogno, gli ultimi avvenimenti rendono evidente che la guerra in Siria non è solo il prodotto dell’interferenza dei vari imperialismi, ma anche una guerra per la leadership ingaggiata dalle potenze regionali, segnatamente Iran, Turchia, Arabia Saudita, Emirati.

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I riflessi sugli affari e le alleanze internazionali
Se il nemico dichiarato è l’Iran e la ragione del contendere è l’influenza sul Medio Oriente delle due potenze rivali, un altro destinatario privilegiato della provocazione sono gli Usa, alleato ora considerato infido, cui si rimprovera di aver consegnato il governo dell’Iraq alla maggioranza sciita e di aver evitato lo scontro diretto con Assad, grande alleato degli iraniani, in Siria.

In evidente contrasto con gli Usa l’Arabia Saudita ha smaccatamente acquistato nuove fregate dalla Francia e finanziato l’acquisto di aerei (24 Rafale per 5,2 miliardi di €) e fregate francesi (per 1 miliardo di €) da parte dell’Egitto. L’Egitto è uno dei pochi capitoli in attivo della politica estera saudita, un solido alleato acquisito, però, a suon di dollari. La Francia diventa il fornitore privilegiato di armi (nota 6) e forse in vista di questo traguardo Hollande è stato il più duro contro Assad e in più intransigente nei confronti dell’Iran durante negoziati sul nucleare.

Ma possono i sauditi svincolarsi dall’assistenza americana?

Pena di morte armi e affari
L’esecuzione di massa del 2 gennaio ha ridato forza alle polemiche sulla pena di morte. Alla vignetta di Khamenei, i sauditi ribattono che il numero delle esecuzioni in Iran è molto maggiore. “Nessuno tocchi Caino” pubblica i dati del 2014 che vede al top la Cina con 2400 esecuzioni, l’Iran con 800 e l’Arabia Saudita con 88; ma il dato pro capite vede 1 esecuzione ogni 600 mila abitanti in Cina, 1 ogni 100 mila in Iran e 1 ogni 340 mila in Arabia Saudita. Comunque Riyadh nel 2015 ha ordinato 151 esecuzione e appunto 47 nei soli primi due giorni dell’anno nuovo.

Dev’essere per questo che alla fine del 2015 l’Onu ha affidato proprio all’Arabia Saudita la presidenza della propria Commissione per i diritti umani (sic), evidentemente per premiare le lapidazioni, le frustate per i diritti di opinione, i tagli della mano ecc.!

Fra gli altri governi, quello italiano non si è distinto per particolare sdegno di fronte alle decapitazioni di regime. Molto più alte le preoccupazioni su come conciliare gli intensi rapporti d’affari con le due potenze oggi in disaccordo.

Per il governo italiano un problema diplomatico delicato: l’Italia è in corsa per piazzarsi fra le prime nel mercato iraniano appena riaperto dalla abolizione delle sanzioni, ma ha rapporti economici consolidati con l’Arabia Saudita di cui è un solerte fornitore militare.

Già in agosto una delegazione di 380 aziende italiane, cappeggiata da Finmeccanica, Eni, Fincantieri, Anas, Danieli, Iveco ma anche da Unicredit e Mediobanca è sbarcata a Teheran (nota 7) . L’ambizione è di tornare ad essere il primo partner commerciale, battendo l’agguerrita competizione di tedeschi e francesi, ma anche di sostenere l’urbanizzazione accelerata in corso costruendo “reti elettriche, reti telefoniche, reti ferroviarie, autostrade, porti e aeroporti”.

In novembre Renzi si è recato a Riyadh per ottenere un incremento dell’interscambio (9 miliardi nel 2014) e per festeggiare la costruzione da parte di Salini, Impregilo e Ansaldo della metropolitana. Renzi doveva anche scusarsi perché il salone del libro di Torino aveva escluso l’Arabia Saudita per la condanna a morte per crocifissione di Ali al Nimr, minorenne, nipote di Nimr al Nimr. Per tutto il 2015, secondo la denuncia di Amnesty, l’Italia ha continuato a fornire bombe per la guerra in Yemen.

La “pacifica Italia” non si smentisce.

Renzi ha incontrato re Arabia Saudita poi ripartito per Roma

Nota 1: Nimr al Nimr era esperto della legge islamica e dal 1979 al 1994 si era formato nelle università religiose iraniane; al suo rientro si è distinto nella difesa intransigente dei diritti dei due milioni di sciiti che vivono nelle regioni orientali dell’Arabia Saudita, per questo è stato arrestato nel 2004, 2006, 2009. Carismatico, ascetico, abile oratore, nel 2001 aveva guidato la primavera araba nella Provincia orientale, chiedendo la secessione della provincia e la sua fusione al Bahrein, anch’esso in rivolta contro la dinastia Al Khalifa. Il movimento è stato schiacciato nel sangue e sono seguiti centinaia di arresti. Fra questi nel 2012 fu arrestato Nimr per «resistenza alle forze di sicurezza», ma, affermano gli iraniani “non ha mai esaltato la lotta armata, né ha complottato”. Si è limitato a criticare pubblicamente il regime saudita. E’ stato condannato a morte nell’ottobre 2014 durante un processo privo di qualsiasi garanzia legale.

Nota 2: Nel 2014 coi suoi 81 miliardi di $ l’Arabia Saudita era il 4° paese al mondo per spesa militare, dopo Usa, Cina e Russia, ma ha speso il 10,4% del suo PIL contro il 4,5% della Russia, il 3,5% degli Usa e il 2,1% della Cina.

Nota 3: L’Iran ha gli stessi problemi economici dell’Arabia Saudita, anzi maggiori, legati ai minori introiti petroliferi; non è più in grado di affrontare i costi dell’intervento diretto in Iraq, quindi sta iniziando il ritiro delle Guardie Rivoluzionarie, cui probabilmente seguirà il ritiro di Hezbollah. Sia gli iraniani che i libanesi risentono anche delle pesanti perdite sul campo, dal momento che hanno retto per mesi l’impatto dell’Isis. Allo stesso modo diventa più difficile garantire armi e risorse ad Assad in Siria.

Nota 4: In particolare la marina saudita non è stata in grado di attuare il blocco navale dello Yemen e ha dovuto chiedere l’intervento di una squadra navale inviata dall’Egitto e di navi fornite dal Pakistan. Pakistan ed Egitto forniscono anche piloti, aerei e tecnici per la manutenzione perché senza di loro anche l’aeronautica saudita non riesce a funzionare. Il Pakistan è legato all’Arabia Saudita dal fatto che è Riyadh a pagare lo sviluppo del nucleare pakistano. Sempre grazie a generosi “donativi” ai governi l’Arabia Saudita ha ottenuto per l’intervento di terra 6 mila soldati senegalesi e 2 mila sudanesi, mentre gli egiziani si sono sottratti alla guerra terrestre. Per la ripresa delle operazioni terrestri nel 2016 il governo saudita conta di reclutare mercenari da altri paesi (fonte Analisi Difesa).

Nota 5: L’opinione pubblica persiana aveva a malapena digerito i morti di settembre provocati dalla cattiva sorveglianza nel corso del tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, per cui sono morti 2400 pellegrini in maggior parte sciiti, di cui almeno 450 iraniani.

Nota 6: La Francia ha iniziato a pesare nell’export di armi all’Arabia Saudita a partire dal 1980 quando, delusi dalle forniture e dall’addestramento Usa, i sauditi comprarono dalla Francia 4 fregate e la Francia formò sul proprio suolo equipaggi e ufficiali sauditi. Altre 3 fregate vengono commissionate alla Francia nel 1994, collocate sia nel Mar Rosso che nel Golfo Persico. Ma i Sauditi non hanno mai acquistato sottomarini e la considerano una grave deficienza rispetto all’Iran che ne possiede una flotta. Un altro problema è che il personale altamente qualificato, i tecnici e i verificatori continuano ad essere stranieri.

Nota 6: La Sace ha stanziato 5 miliardi per sostenere lo sforzo delle ditte italiane e l’Abi si adopererà per consentire a tre banche iraniane, Pasargad, Bank Parsian e Saman Bank, di aprire uffici in Italia.

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