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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Scioperi generali e generali senza truppe

Inserito da on 10 Ottobre 2014 – 22:09

Da oltre 20 anni i sindacati di base in Italia provano a riempire l’enorme vuoto lasciato dai sindacati tradizionali CGIL, CISL e UIL, ormai senza ombra di dubbio passati armi e bagagli al servizio della classe dominante. Nonostante i loro sforzi non sono però riusciti a scalzare i sindacati di regime e diventare il riferimento organizzativo per la massa dei milioni di salariati che sgobbano negli uffici, nei cantieri, nelle fabbriche, negozi etc. In parte tale insuccesso è dovuto al sistematico boicottaggio dei mezzi di comunicazione, stampa e televisioni, di fatto tutti di proprietà di potenti gruppi industriali, finanziari e politici legati alla classe dominante. Questi hanno un evidente interesse a salvaguardare il “monopolio” dei sindacati sottomessi agli interessi della borghesia e pertanto le iniziative dei sindacati di base sono sistematicamente passate sotto silenzio mentre sono amplificate, al contrario, tutte le iniziative dei sindacati di regime, accreditati sempre come “sindacati maggiormente rappresentativi” e quindi unici “rappresentanti dei lavoratori” con la conseguenza che una buona parte della popolazione addirittura ignora l’esistenza dei sindacati di base. Senza mai dimenticare ciò va, tuttavia, constatato che l’insuccesso dei sindacati di base deriva anche da una loro incapacità di evidenziarsi come una reale alternativa ai sindacati di regime. Sicuramente il numero così elevato di sindacati di base (tre confederazioni distinte, in perenne concorrenza tra loro, più una quantità difficilmente catalogabile di organizzazioni a volte microscopiche) trasmette ai lavoratori un’immagine di debolezza, di inconcludenza, di rissosità. I lavoratori non sono certo fessi e sono in grado di capire che al di là delle roboanti e minacciose frasi pronunciate da molti dirigenti dei sindacati di base, la ”effettiva forza” e l’effettivo peso contrattuale sono minimi tranne pochissime eccezioni (come nel caso della logistica nella quale, per condizioni del tutto specifiche e per ora non riproducibili negli altri settori, una consistente massa di lavoratori è con il SI-Cobas e l’ADL-Cobas e con essi è disposta a lottare, affrontando pesanti sacrifici, repressione statale e padronale). Fuori da queste particolari situazioni la concorrenza dei sindacati di base con i sindacati di regime, anche in settori in cui i primi hanno presenza consolidata, non riesce quasi mai a scalzare e far sloggiare i secondi, per cui i lavoratori si convincono che tanto vale sopportare i più forti perché almeno, si spera, qualcosa riusciranno a ottenere (al prezzo, ovviamente, di un arretramento sempre più accentuato). Certo, sempre più spesso, capita che in un’azienda i sindacati di base crescano a scapito dei confederali, ormai sempre più sputtanati ma ciò non riesce comunque a diventare tendenza generalizzata e pertanto rimane circoscritta e senza conseguenze politiche generali. Non è nelle nostre corde dire ”i lavoratori hanno sempre ragione”: sappiamo benissimo che i lavoratori si fanno male da soli affidandosi a organizzazioni sindacali che sono al servizio della borghesia così come si fanno male da soli (e molto) se accettano passivamente le angherie dei padroni e dello Stato. Ciononostante, a nostro parere è improduttivo ignorare la realtà, auto convincersi di avere una forza contrattuale che non si possiede e agire come se le masse di lavoratori non aspettassero altro che una parola d’ordine e un richiamo alla lotta di questo o quel sindacato di base. In questi ultimi anni abbiamo assistito allo stanco rituale del “solito sciopero generale autunnale” dei sindacati di base: scioperi generali con piazze semideserte e cantieri, negozi, uffici e fabbriche pieni di lavoratori che sgobbano come tutti gli altri giorni mentre i sindacati di base esultano per la “riuscita” del loro sciopero. Gli organismi proletari genuini non hanno bisogno di raccontarsela, al contrario hanno bisogno di verificare la realtà effettiva per potere agire correttamente su di essa.

Si poteva sperare che questo autocompiacimento potesse essere superato dalla sempre più evidente tracotanza padronale e statale che sta procedendo a ritmi sempre più incalzanti verso la resa dei conti definitiva nei confronti delle conquiste ottenute dai lavoratori in decenni di lunghe e sanguinose battaglie. Invece no persiste.

La cronaca recente ne è una dimostrazione. Il 16 settembre si riuniscono i generali dei sindacati conflittuali, contro le ulteriori ennesime bastonate governative ai danni dei lavoratori si decide di fare uno sciopero generale il 14 novembre. Era del tutto legittima l’aspettativa che dopo i fallimentari scioperi generali degli anni scorsi stavolta si facessero le cose sul serio: sfruttare i due mesi di tempo per lavorare unitariamente a preparare la riuscita dello sciopero con assemblee capillari nei posti di lavoro e nei territori, con iniziative intermedie e con la mobilitazione dell’insieme dei militanti e dei delegati. Intendiamoci anche in questo caso si sarebbe trattato di uno sciopero generale, “dimostrativo” vale a dire un episodio di lotta che mette il campo un potenziale di forza della classe lavoratrice e non certo un momento tale da permettere il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi sociali nella società. Cionondimeno se uno sciopero dimostrativo non può certo raggiungere obiettivi che vanno al di là della sua portata, quantomeno deve essere una dimostrazione di forza della classe lavoratrice che dimostra con esso che è in suo potere bloccare un paese. Se invece è semplicemente uno sciopero virtuale che non trova l’adesione che di una minoranza infima dei lavoratori allora meglio non farlo e fare altro (comizi, cortei, occupazioni di piazze). Non si deve inoltre mai dare per scontata l’adesione dei lavoratori ma si deve agire con pazienza e tenacia per conquistarla, consapevoli del fatto che il lavoratore perde una giornata del suo salario se si convince che è per una giusta causa e non certo per la gloria dei capi di un sindacato. Ebbene invece, contrariamente a quanto il buon senso avrebbe dettato, i capi dei sindacati di base hanno preferito praticare una dannosa e inutile competizione per mettersi in mostra oscurando gli altri. Ecco allora che l’USB, battendo tutti sul tempo ha proclamato uno sciopero generale per il 24 ottobre, dichiarando di non volersi “ritirare” dallo sciopero generale del 14 novembre ma nei fatti lo ha sabotato, rischiando di mandarlo in malora.

Tale scelta è ancor più assurda se si pensa che già da due mesi è stato indetto per il 16 ottobre lo sciopero generale della logistica da parte di SI-Cobas, ADL Cobas e Cobas del lavoro privato in risposta all’accordo tra Fedit, Confetra e Cgil-Cisl Uil con cui questi ultimi cercano di cancellare tutte le conquiste strappate con la lotta dal movimento dei facchini negli ultimi anni, e che su tale data convergeranno numerosi comitati di lotta e realtà di movimento (No-Tav, movimenti per la casa, disoccupati, precari, studenti, ecc.) al di fuori del recinto sindacale tradizionale. Dunque, se davvero l’USB aveva tanta fretta di scioperare contro il Jobs Act, non si spiega il motivo per cui abbia scelto una data diversa e a ridosso dell’unico sciopero di categoria che allo stato attuale è in grado di impensierire davvero i padroni e di colpirne i profitti. I lavoratori non fanno certamente la fila per buttare dalla finestra i soldi del loro salario per scioperi che non li faranno avanzare di un millimetro!

Sia ben chiaro, noi riteniamo assolutamente indispensabile che i lavoratori si diano degli strumenti di difesa e appoggiamo tali organismi, si trattino di comitati di lotta o di sindacati di base, militiamo nelle loro fila e lottiamo con essi reputando deleterio l’atteggiamento di chi si limita a fare proclami rivoluzionari che poi cadono regolarmente nel vuoto dato che sono sganciati da un contatto quotidiano con la classe lavoratrice. Riteniamo, però, che a questo punto bisogni voltare pagina e che debbano essere per primi i lavoratori militanti nei sindacati di base (che spesso sono i lavoratori più attivi e combattivi) a determinare una svolta. Venga bandito ogni meschino spirito di bottega, ogni velleitarismo ridicolo alla luce dei rapporti di forza realmente esistenti. Si lavori sul serio per l’unificazione dal basso delle organizzazioni di difesa dei lavoratori, si cerchi come strada prioritaria per conquistare il consenso dei lavoratori quella di ascoltarli, cogliendone i dubbi e le incertezze le esitazioni, le contraddizioni, le paure. Al contrario bisogna dare a tali dubbi e incertezze risposte plausibili ed efficaci per essere convincenti sul fatto che i lavoratori stessi divisi sono niente, uniti sono e possono tutto. Solo con questa azione tenace e capillare si potranno trasformare i bisogni di chi quotidianamente sgobba per guadagnarsi da vivere, in piattaforme rivendicative in grado di mobilitare le masse. Se non iniziano a percorrere questa strada i sindacati di base difficilmente riusciranno ad evitare un irreversibile declino.

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