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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Stallo in Spagna

Inserito da on 29 Giugno 2016 – 10:46

Le nuove elezioni del 26 giugno confermano la situazione politica di stallo creatasi con le prime elezioni politiche del 20 dicembre 2015; nessun partito ha la maggioranza assoluta di 176 seggi alla Camera, non si intravede un’ipotesi di formazione agevole del governo. Clamorosamente smentiti gli exit poll, resta la stessa graduatoria all’interno dei quattro partiti maggioritari, cioè il Partido Popular di Mariano Rajoy, il PSOE di Pedro Sanchez , Unidos Podemos di Pablo Iglesias e Ciudadanos di Albert Rivera.

Le variazioni rispetto a dicembre non sono rilevanti, comunque il PP erode Ciudadanos e il Partito Socialista evita sia pure di poco l’onta del sorpasso da parte di Podemos, che per l’occasione si presentava alleato con Izquerda Unida. Una rimonta del PP, in cui qualcuno ha voluto vedere un effetto Brexit.

Voti Nazionali

Qualsiasi alleanza di governo richiederà grandi compromessi e sarà comunque fragile; nessuna delle coalizioni ipotizzate e potenziali raggiunge nemmeno adesso i numeri per una maggioranza, salvo quella tra i due maggiori partiti tradizionali, Popolare e Socialista.

Fin qui il giudizio dal punto di vista della politica parlamentare e della borghesia spagnola che nel sistema di governo ha il suo comitato d’affari.

Una prima considerazione che va fatta è che il sistema elettorale spagnolo favorisce in modo estremo le grosse coalizioni e i grossi partiti. Questo non solo per garantire la “governabilità”, ma anche per ottenere una sottorappresentazione nazionale dei partiti autonomisti che invece hanno carattere regionale. Tuttavia questo sistema, che dovrebbe garantire un bipartitismo efficiente e lo ha garantito fino al 2015, non ha impedito un risultato multipartitico, segno che nessuno dei due partiti maggiori ha saputo contenere in sé nuove istanze sociali e nuovi interesse emergenti. Quindi nessun sistema elettorale borghese in sé garantisce dalle crisi di squilibrio, con buona pace di chi in Italia crede sempre di debellare l’instabilità con una nuova legge elettorale.

Più complesso analizzare invece gli spostamenti tenendo presenti tutte le componenti politico-sociali e soprattutto i numeri assoluti.

In voti assoluti:
il PP è passato dai 10,8 milioni di voti del 2011 ai 7.215.530 di dicembre 2015 (-3,6 milioni) a 7.906.185 voti di oggi (+ 690.655) cioè ha recuperato un quinto delle perdite di fine anno; una rimonta ma non spettacolare;
il PSOE da 7 milioni del 2011 ai 5.530.693 di dicembre (- 1,47 milioni) ai 5.424.709 di oggi (-105.984), quindi non corregge la tendenza a perdere consensi, pur restando il secondo partito;
Podemos in dicembre aveva raccolto 3.181.952 voti, le sue liste civiche avevano raccolto 2.007.381 voti (totale 5.189.333); oggi si è presentato in coalizione con Izquierda Unida (una coalizione che in dicembre aveva raccolto 923.105). Iglesias quindi contava su più di 6 milioni di voti e relativo premio in seggi; in più sperava di segnalarsi come la vera alternativa di sinistra senza disgustare il centro. Ma il matrimonio con I.U., come spesso avviene, non ha prodotto una somma aritmetica di voti, perché la base di entrambi gli schieramenti non ha approvato in toto l’apparentamento. Insieme Podemos e I.U. hanno totalizzato 3.201.170 voti, cioè in pratica le perdite hanno equivalso a l’intera dote di I.U., e solo un seggio di guadagno; seggio che è stato perso dalle tre liste civiche che oggi hanno totalizzato 1.848.564, cioè -159.175 voti su dicembre.

Podemos sembra aver toccato il limite di crescita nelle aree a forte spinta autonomistica, ma soprattutto il limite di assorbimento delle piccole formazioni politiche affini.

Ciudadanos è passato da 3.500.446 di dicembre a 3.123.769 voti, cioè -376.677, voti quasi certamente trasmigrati al PP, di cui voleva essere la alternativa “moderna”.

Trentamila voti in più premiano Esquerra Republicana De Catalunya che raccoglie 629.294 voti (2, 63%) e 9 seggi; l’altro partito catalano, Convergenza Democratica di Catalogna, perde però 198 mila voti. Perde 15 mila voti il Partito nazionalista Basco, che oggi è all’1,2% con 381 mila voti e 5 seggi e ne perde 32 mila l’altro partito basco Euskal Herria Bildu, 2 seggi e 184 mila voti pari allo 0,77%. Stabile la Coalizione Canaria che conferma il suo seggio.

A livello regionale (nota 1) il PP è il primo partito dappertutto tranne che in Catalogna e nel Paese Basco, dove lo è Podemos. Rispetto al 20 dicembre 2015, i popolari (PP) prevalgono anche in Andalusia, ex feudo socialista ed in Estremadura. In altre quattro regioni Podemos sorpassa i socialisti: comunità di Madrid, comunità autonoma di Navarra, regione di Valencia e isole Baleari.

L’affluenza alle urne è stata del 69,89, di due punti inferiore a quella del dicembre scorso (71,93%), analoga a quella delle politiche del 2011 (68,94). C’è stato quindi uno spostamento di una parte dell’elettorato, probabilmente anche un maggiore astensionismo dei giovani, che tendenzialmente votano di più Podemos e Ciudadanos.

Un sondaggio di Metroscopia sulla propensione al voto degli under 34 parla di un 44% per Podemos, 17% per Ciudadanos, 17% per PP, 13% per PSOE, gli altri si dividono fra autonomismo e animalismo. I giovani sono più istruiti (Il 32 % degli under 30 ha una laurea, contro il 16% degli over 55) e quindi si riconoscono in leader giovani che usano Facebook.

Ma in questi mesi è subentrata la delusione; molti lamentano l’assenza del voto “utile” cioè accordi di coalizione prima del voto (e forse per questo Iglesias è stato indotto all’alleanza cogli stalinisti). Ma soprattutto le leader degli sfrattati elette come sindachesse di Podemos a Barcellona (Ada Cau) e a Madrid (Manuela Carmena) hanno tagliato le spese sociali e praticato una politica di austerity. La disoccupazione ancora sopra il 20% arriva al 46,5% nei giovani sotto i 25 anni. Sei giovani su dieci sono convinti che in futuro non riusciranno a raggiungere il benessere economico dei loro genitori.

Al contrario c’è stata una corsa al voto nelle generazioni più vecchie, quelle influenzate dalla Brexit (la preoccupazione nasce dal fatto che gli inglesi sono presenti massicciamente nel settore del turismo e immobiliare, nelle banche e nel settore energia). Gli ultraquarantenni concentrano il loro voto sul PP e il PSOE; gli ultrasessantenni solo sul PP. Le generazioni più anziane sono sensibili ai richiami del PP al taglio del deficit e della salvaguardia dall’inflazione.

A dicembre 2015 era ancora viva l’eco della entrata in funzione della “ley mordaza”, che ha pesantemente inciso sui diritti degli immigrati, una legge liberticida criticata anche dall’Onu; il PP e soprattutto il ministro degli interni Jorge Fernández Díaz è stato a lungo nel mirino dei giovani e delle associazioni di volontariato per il pugno di ferro contro i giovani manifestanti e gli immigrati, ma anche per la fabbricazione di false accuse contro militanti indipendentisti catalani. Con lo smorzarsi delle proteste gli organi di informazione pubblici e privati, largamente favorevoli al PP, hanno ripreso il sopravvento.

Nel 2016 Rajoy ha potuto gloriarsi di un PIL in crescita (+3,2%) e della creazione di quasi un milione di posti di lavoro, naturalmente atipici, precari, part-time, poco qualificati, con salari piuttosto bassi anche per i già contenuti standard spagnoli, ma comunque posti di lavoro.

Questo ha permesso in parte alla propaganda del PP di penetrare e di contrastare il proprio ridimensionamento di tendenza, pur senza gratificarlo con la maggioranza parlamentare.

Nota 1: voto per regione
Voti per Regione

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