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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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TRUMP PRESIDENTE?

Inserito da on 21 Ottobre 2016 – 13:36

Riportiamo di seguito la traduzione in italiano dell’articolo sulle presidenziali americane del compagno Loren Goldner, comparso su Insurgent Notes.

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Potrebbe accadere realmente. Quello che, un anno fa, sembrava una candidatura da operetta, è diventato un vincitore credibile nell’anno politico più violento dal 1968 (e in arrivo c’è ancora la “sorpresa di ottobre”).

Qualunque sia l’esito, il vecchio sistema dei partiti degli Stati Uniti è a pezzi. Donald Trump non è paragonabile a nessun candidato presidenziale finora visto. Se per Bernie Sanders bisogna risalire fino a Eugene Debs per trovare un candidato radicale che gli assomigli, è ancora più difficile trovare un precursore paragonabile a Trump. La pacifica eclissi di Sanders ad agosto ha assicurato che milioni di suoi ex-sostenitori rimangano a casa o votino per i Verdi.

La società ufficiale rispettabile, compresa una buona parte dell’establishment repubblicano e persino dei militari normalmente “apolitici”, è in ritirata o sostiene apertamente la Clinton. Generali, diplomatici, esperti di politica estera e il New York Times, sono tutti d’accordo che una presidenza Trump sarebbe un disastro. Il Financial Times versa lacrime sulla possibilità che scompaia l’ordine mondiale “internazionalista” (leggi: dominato dagli USA) predominante dal 1945. Dichiarazioni di questo genere non cambiano nulla, se mai non fanno che rafforzare e ravvivare le credenziali “anti-establishment” di Trump.

La situazione presenta importanti parallelismi con il voto sulla Brexit di giugno in Gran Bretagna, dove l’intero establishment politico e accademico, di “sinistra” o di “destra”, sì è espresso per il “rimanere” nell’Unione europea, e qualcosa di simile ad un voto di classe (anche se frammisto ad altri elementi meno gradevoli) ha risposto NO mostrando un gran dito medio. È quello che sta fermentando negli Stati Uniti.

Ciò che sta accadendo non è altro che un (molto) contorto referendum sugli ultimi 45 anni della politica e della società americana, e coloro che percepiscono di essere arrivati ormai alla fine del “libero commercio” e della “globalizzazione” pensano di aver finalmente trovato la loro voce, anche se il programma economico di Trump, così com’è, è una chimera.

Proprio come in Francia o in Gran Bretagna, il nuovo populismo di destra non fa incursioni nei centri yuppie metropolitani cablati di Parigi o Londra, quanto piuttosto nelle dimenticate medie e piccole cittadine, incluse le città dove la trasformazione di quartieri popolari in residenziali ha costretto la classe operaia urbana a trasferirsi. Accade lo stesso negli Stati Uniti, dove Trump non ha buoni risultati nell’area della Baia di San Francisco o a New York City, ma nella media, piccola cittadina, e nelle aree rurali di “coloro che si sentono socialmente inutili”.[1]

Si potrebbe anche inquadrare l’ascesa del populismo autoritario stile Trump in un contesto globale inquietante, un contesto che include l’avanzata in atto dell’estrema destra in Europa occidentale (Francia, Scandinavia, Austria ed ora Germania), in Europa orientale, con in testa Ungheria e Polonia, insieme alla Russia di Putin, alla Turchia di Erdogan e, più di recente, a Duterte nelle Filippine.

Occorre forse notare che, la cosiddetta “classe media” americana tratta e coccola la classe operaia bianca come l’arbitro finale di questa elezione. La politica del 2016 è talmente inedita che l’ideologia dominante sente improvvisamente il bisogno di parlare apertamente della classe operaia, che prima aveva fatto scomparire o che dava per scontata. I burocrati sindacali di UAW e lo sbruffone presidente di AFL-CIO, Richard Trumka, si affannano per convincere la base sindacale a non votare per Trump.

Trump, per parte sua, quando riesce a stare “in argomento”, ha fatto discorsi di disarmante lucidità[2] su quanto accaduto ai lavoratori in quella che era la roccaforte dell’industria di massa ora decimata, negli “stati in bilico” chiave del Midwest. Anche la sfortunata classe operaia bianca della ex industria del mobile di massa della Virginia e del Nord Carolina è una facile preda per Trump,[3] per non parlare dei minatori del West Virginia ed ex-minatori esclusi dall’agenda “verde” di Clinton.

E perché dovremmo sorprenderci, quando la sorpresa principale è che per la prima volta un candidato di un partito importante si è preoccupato di raccontare direttamente a questi lavoratori quanto è loro successo negli ultimi decenni, in contrasto con la retorica buonista di Walter Mondale e di Bill Clinton e ora di Hillary Clinton?

Dire che “l’America non ha smesso mai di essere grande”, come fanno Hillary Clinton e i Democratici, è già un’ideologia da fuori di testa, ed è una ancor più magra consolazione per gli ex lavoratori dei centri industriali, per ampi strati di popolazione nera nel nord e nel sud, o per i bianchi poveri nella regione degli Appalachi e altrove, attualmente colpiti dai più alti tassi di mortalità del paese a causa di suicidio, droga e alcool.

Quando si rilevano le divisioni esistenti all’interno della classe, non si deve trascurare il ruolo della politica identitaria, così diffusa nei centri metropolitani, nel favorire l’ascesa di Trump. La politica identitaria ha sempre avuto ed ha un esplicito o implicito “sospetto” verso i lavoratori in quanto tali, come pure è stata altamente indifferente allo smantellamento delle vecchie roccaforti industriali, che ha in egual modo devastato le comunità di lavoratori bianchi, neri e latini.

L’ascesa di Trump è in parte la rivalsa per i decenni di condiscendenza e di a malapena celato disprezzo, o nel migliore dei casi di indifferenza, per il destino dei lavoratori comuni diffusa nell’élite accademica, nei grandi gruppi della comunicazione e nel mondo della editoria d’élite del New York Times e delle raffinate riviste delle classi intellettualoidi.

Trump è un razzista, dite? Un misogino? Un fustigatore di Cina e immigrati? Sì, è tutte queste cose, ma queste accuse provenienti dal variegato mondo della sinistra e dei liberali non colpiscono il cuore della sua capacità di attrazione in quanto personaggio “anti-establishment”. Quella che sembra essere la sua base sociale ha anche il più alto reddito pro capite dei principali candidati ed ex-candidati presidenziali (Clinton e Sanders), il che indica che Trump ha forgiato una coalizione di bianchi della classe media e superiore, con alcuni operai bianchi e bianchi poveri, fatto di per sé piuttosto inedito. Tutti questi gruppi sono accomunati dalla sensazione che la vecchia America che conoscevano sta per essere sostituita da un’America con una classe operaia più nera e più latina, e da molteplici gruppi di immigrati dall’Asia orientale e meridionale, e dall’America Latina.

Ultimo, ma non meno importante, Trump ha portato alla ribalta molti elementi dell’estrema destra, la folla dei David Duke[4] e delle sparatorie, autorizzandoli a uscire dall’oscurità della “alt-right”,[5] e «ha liberato le loro lingue» (come ha detto uno di loro) dalla dominante atmosfera «politicamente corretta». Sia che Trump vinca o che perda, tali forze non torneranno tranquillamente alla loro precedente relativa oscurità.

Per concludere, questi progressi dell’estrema destra e del populismo autoritario in tutto il mondo rispecchiano il fallimento della “sinistra” moderata collassata  nella felice famiglia del consenso di centro-destra/centro-sinistra degli ultimi 45 anni, capeggiata dai Tony Blair, François Mitterrand e Gerhard Schröder in Europa e dai Jimmy Carter, Bill Clinton e Barack Obama negli Stati Uniti, ai quali si è ora aggiunta Hillary Clinton. Tali forze non costituiscono una barriera alla destra in ascesa, come molti teorici del “male minore” ci vorrebbero far credere, ma piuttosto la alimentano, facendone non una sinistra seria, del tipo che Insurgent Notes intende contribuire a far nascere, ma la apparente alternativa “anti-establishment” allo status quo.

[1] “Unnecessariat”, in inglese, è così definita dal blog ‘Anne Amnesia’ come una sottosezione sociale emergente negli Stati Uniti, ne farebbero parte coloro che sono stati lasciati indietro nella competizione sociale, e si trovano in modo predominante nella campagna americana, ma non vengono identificati da una posizione geografica, quanto da una comune mancanza di speranze, dall’apatia,  e dal sentimento di essere divenuti “inutili”, “non necessari” per un’economia che non  valorizza e non richiede forza lavoro a bassa qualifica. cfr. http://www.scenariomagazine.com/the-birth-and-death-of-the-unnecessariat/

[2] https://www.youtube.com/watch?v=JK4WNA1aBUQ

[3]http://insurgentnotes.com/2016/04/review-beth-macy-factory-man-how-one-furniture-maker-battled-offshoring-stayed-localand-helped-save-an-american-town2014/

[4] David Duke, ex membro del Ku Klux Klan, ora tra i maggiori sostenitori di Trump, nel 2016 candidato al senato per la Louisiana

[5] La “alt-right” = Alternative Right = Destra Alternativa, fa parte delle ideologie della destra negli USA, contrarie al conservatorismo; essa viene per gran parte diffusa tramite internet, su siti come 4chan e 8chan.

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