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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Turchia e Brasile, diversi contesti, simili contraddizioni sociali

Inserito da on 27 Giugno 2013 – 17:17

barikatizmir

L’ondata di proteste in Brasile come in Turchia ha colto di sorpresa anche gli “esperti” più scafati dei paesi a giovane e rampante capitalismo.
Che cosa hanno in comune i due movimenti?
Da un lato il significativo peso demografico (74 milioni circa la Turchia, circa 200 milioni il Brasile); dall’altro l’alta percentuale di giovani sotto i 25 anni (31,4% in Brasile e 33,3% in Turchia) e le mire egemoniche dei due governi nella propria area. Di certo gli avvenimenti turchi hanno fatto da esempio ai manifestanti brasiliani. In entrambi i casi le manifestazioni hanno preso il via per iniziativa di gruppi senza significativo peso politico (gli ecologisti in Turchia; il Movimento per il Trasporto gratis  in Brasile) e per protestare contro un fatto di relativa importanza (la demolizione del Gazi Park in Turchia e l’aumento di pochi centesimi del prezzo dei bus in Brasile). In entrambi i casi la brutalità della polizia ha fatto da miccia all’esplodere delle proteste, coagulando un disagio e un malcontento sociale che non hanno ancora una chiara rappresentanza politica e che sono anche, ma non solo, effetto della crisi mondiale. In entrambi i paesi il rapido sviluppo dell’ultimo decennio si è basato sull’espansione del mercato interno, incentivando l’indebitamento delle famiglie (il credito al consumo in Turchia nel solo 2012 + 40%; in Brasile dal 2003 al 2012 + 516,14).  Oggi per reagire al rallentamento dell’economia ( in Turchia il PIL fra 2011 e 2012 è passato dall’8,5 al 2,2%, in Brasile dal 2,7 all’o 0,9%), il governo vuole imbarcarsi in grandi costruzioni ( lo stadio megagalattico per la Coppa del Mondo in Brasile, il terzo aeroporto e le casematte dei giannizzeri in Turchia); progetti che arricchirebbero l’entourage del premier (per Erdogan addirittura il genero, per la Roussef la conglomerata Camargo Correa Odebrecht che ha pagato la sua campagna elettorale). In entrambi i paesi, alimentata dal credito facile e dall’indebitamento, l’inflazione ha cominciato a galoppare, soprattutto per quanto riguarda i generi alimentari (in Brasile pomodori e patate hanno subito aumenti del 60/70%, il riso +30%, i piselli +28%; in Turchia i prezzi degli alimentari hanno segnato + 12% nel 2012).
Il vivace sviluppo economico in entrambi i paesi ha migliorato le sorti degli strati più poveri.
Ma la polarizzazione sociale è rimasta enorme: in Brasile il 10% della popolazione più ricca detiene il 50% del reddito del Paese, il 50% più povero riceve appena il 10%; in Turchia il decile più ricco possiede il 31,1% della ricchezza, quello più povero il 2%.
In entrambi i paesi l’urbanizzazione ha determinato una enorme domanda di case e di servizi (dal 1995 al 2010 la popolazione urbana in Brasile è passata dal 75,5 all’87% e in Turchia dal 45,9% al 71% – l’Italia oggi è al 68%)

Il Brasile di Lula, ereditato nel 2010  da  Dilma Roussef, è stato spesso additato, assieme al Venezuela di Chavez, come un riuscito matrimonio fra sviluppo economico capitalistico e giustizia sociale.

Secondo la Banca mondiale i brasiliani che vivono sotto la linea di povertà, sono scesi sul totale della popolazione dal 26,7% del 2002 al 15,3 del 2009; attraverso programmi di sostegno alle famiglie disagiate, come la “Bolsa Famiglia” e  “Brazil Carinhoso”, fra i 30 e 40 milioni di poveri sarebbero stati sottratti alla povertà. Il PIL pro-capite -a parità di potere d’acquisto- è passato dai 6.150 $ del 1999 agli 11.900 del 2011.
Contemporaneamente il governo brasiliano si è fatto campione delle esigenze di imprenditori, proprietari terrieri ecc. piazzando vittoriosamente i propri prodotti a basso costo sui mercati mondiali (e diventando il  partner della Cina). Promuovendo multinazionali di successo e incoraggiando in ogni modo (sconti fiscali, credito agevolato ecc.) gli investimenti stranieri.
Nel 2011 il Brasile si colloca al 6° posto nella graduatoria dei paesi per PIL nominale, stilata dal FMI, superando Gran Bretagna Italia Russia e India.
Il “volto umano” del capitalismo brasiliano era anche il frutto di uno sviluppo che puntava sull’aumento dei consumi sul mercato interno, grazie anche all’innalzamento del minimo salariale, una occupazione diffusa, sia pure a bassa retribuzione (esempio classico il commesso che nei negozi imbusta la spesa al cliente). Per la prima volta nella storia del paese ampi strati hanno avuto accesso a consumi cui non avevano mai potuto aspirare. La disoccupazione è ai minimi storici, anche per i giovani.
Ma la medaglia ha un’altra faccia: il lavoro minorile riguarda ancora 3,7 milioni di minorenni (The Rio Times 19 giugno); (dati Index Mundi). Il 40% dei lavoratori brasiliani è sottoccupato. Le città sono spesso megapoli come S. Paulo che supera i 20 milioni di abitanti. La criminalità e l’inquinamento urbani, così come la inadeguatezza dei servizi (trasporti, ma anche luce e  gas, assistenza sanitaria e scuole) , sono aumentati in proporzione e si concentrano nei quartieri poveri e nelle “favelas”, dove la polizia spadroneggia come in un paese occupato. Nelle campagne solo il 17% ha l’acqua potabile, il 45% non ha la luce elettrica, per non parlare di ospedali e scuole. Il latifondo riguarda il 53% delle terre coltivabili (dedicate per buona parte a culture commerciali, con abuso di OGM e concimi chimici, e all’etanolo); il lavoratore agricolo delle “fazendas” dispone in media di sole 1.500 calorie al giorno, e il consumo di proteine è di circa 40 gr.

Era dal 1992 che il Brasile non scendeva in piazza. Il governo Lula ha agito in parte come anestetico sociale, scoraggiando l’opposizione sia sindacale che politica in nome del “presidente operaio”. Ma dal 2011 una serie di scioperi hanno segnalato il disagio: scioperi contro chiusure di fabbriche (ad es. della General Motors nel gennaio 2013), scioperi dei dipendenti pubblici malpagati nell’agosto 2012 (e dipinti come criminali dal governo)

Il movimento per ora non ha una chiara direzione, i manifestanti sembrano apartitici, assenti i sindacati più rappresentativi, e i portavoce parlano di direzione collegiale basata sul consenso (AP 18 giugno). Vi partecipano studenti operai, giovani e meno giovani (Telegraph 17 giugno). Secondo WSJ prevale la “classe media” minacciata dalla crisi economica. The Rio Times comunica i dati di Dataflha secondo cui il 77% dei manifestanti a San Paulo hanno il diploma, l’84% non ha tessere di partito e il 71% scende in piazza per la prima volta.
Ma in realtà i redditi più minacciati sono quelli dei lavoratori, a causa dell’inflazione, dei debiti e per il rischio di perdere a breve il lavoro. Come osserva Dorian Griscom su WSWS 19giugno, il Brasile resta un paese dove “ si è aperto un baratro fra la descrizione in funzione autocelebrativa del paese che fa la classe dirigente e la cruda realtà della vita di tutti i giorni che i lavoratori sperimentano”.
La crisi Brasiliana è legata al crollo degli investimenti sia interni che degli stranieri, in particolare per il fatto che la manodopera brasiliana, appetibile anche in tempo di crisi per il suo basso costo, ha una bassa produttività legata principalmente alla mancanza di istruzione professionale ; inoltre comincia a pesare l’arretratezza delle infrastrutture (solo il 5% delle strade è asfaltato; in Cina il 50%).
Su 144 paesi il Brasile è al 107° posto per qualità di porti e aeroporti). Anche  l’alto prezzo dell’energia elettrica, oltre che la pratica delle bustarelle scoraggiano gli investimenti. Ha inciso anche il calo dell’export con la Cina, il più importante partner commerciale del Brasile ( si è tornati ai valori del 1999), e con l’Europa.
Il governo si prodiga in misure per sostenere industria (prestiti a basso costo, abbassamento delle tasse sulle transazioni finanziarie e commerciali; ridotti i contributi sociali sui salari) e quindi deve stringere i cordoni della borsa per le spese sociali. In previsione di questo sta per essere approvata una legge che limita il diritto di sciopero. Le briciole dei profitti che erano state ridistribuite ai più poveri negli anni delle vacche grasse ora vengono ritirate. Per molti significa ripiombare nella miseria da cui erano appena usciti.

Il quadro delle agitazioni in Turchia è più articolato. Anche qui c’è una composizione eterogenea nei manifestanti, ma i sindacati sono scesi in appoggio proclamando scioperi, amche se solo il 7 per cento della forza lavoro è sindacalizzata. Fra di essi molti giovani (la disoccupazione per loro tocca il 23% e spesso ottengono solo contratti precari o in un subappalto) che ritengono di non avere un futuro.

Nel passato decennio l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) di Erdogan è stato protagonista dell’ascesa della borghesia turca, nel periodo di governo del AKP di Erdogan (2002-12) il PIL è aumentato del 4,9% all’anno, portando nel 2012 la Turchia al 16° posto nella graduatoria mondiale sulla base del PIL. Ma il 16.9% della popolazione vive ancora sotto il livello di povertà e a fronte di un PIL pro capite di 15 mila dollari, il 40% dei turchi vive con meno di 432 $ al mese  e un 6,4% che vive addirittura con meno di 240 $. Tuttavia se si considera il ruolo di Twitter dell’ampliarsi del movimento è probabile che a muoversi siano ampi strati piccolo borghesi  e l’aristocrazia operaia dell’industria (gli stessi che hanno votato Erdogan).  La crescita economica era prevalentemente alimentata dall’afflusso di capitali stranieri (ma solo il 20% per investimenti diretti): oggi la Turchia è oppressa da un consistente interesse sul debito (93 miliardi di $ secondo la Banca Centrale turca) e assediata dalla minaccia di una bolla speculativa immobiliare. La politica di largo credito ai consumi ha portato a un aumento dell’import nel 2012 dell’8% (il doppio dell’import), aggravando il deficit della bilancia commerciale. L’export turco è trainato da prodotti a basso valore aggiunto (tessili, abbigliamento, elettrodomestici, mobili, auto) e segna il passo.  Il ristagno economico ha prodotto famiglie strozzate dai debiti, un calo dei consumi, licenziamenti diffusi.
Il governo Erdogan ha garantito il successo dei cosiddetti “leoni dell’Anatolia”, che hanno affiancato la “storica” borghesia stambuliota. Ma il boom economico e le persecuzioni hanno prodotto un massiccio esodo di popolazione da Est e sud est verso le città dell’ Ovest (dal 2005 al 2012 il 44% degli abitanti dell’est e sudest si è spostato, pari a 9,3 milioni di persone). Per  buona parte si è trattato di curdi, che oggi sono il 26% della popolazione di Istambul, il 20% a Izmir ecc. e che sono andati ad alimentare il lavoro nero o precario o in subappalto nelle miriadi di piccole e piccolissime aziende che hanno prodotto il “miracolo turco”. Certamente molti curdi sono nelle piazze oggi in Turchia.

L’aspetto specifico del movimento di protesta turco  sta nel fatto che esso ha trovato parziale sponda in una opposizione interna all’Akp. Una opposizione che annovera potenti gruppi editoriali come il gruppo Dogan, che ha condotto inchieste sugli illeciti finanziari di Erdogan e dei suoi protetti anatomici, ma anche il diffuso quotidiano Zaman che fa capo al movimento moderato mussulmano Gulen, sostenuto dagli Usa. La fronda è rappresentata dal ministro filo europeo Egemen Bacis , ma anche il presidente della repubblica Abdullah Gul (che Erdogan vuole sostituire alla fine del proprio mandato), protetto dai sauditi, e il ministro Arinc, entrambi preoccupati per le iniziative “avventuriste” di Erdogan in Siria e Iraq, che hanno isolato il governo turco dalla Russia , ma anche dai paesi del Golfo (principali prestatori di capitali della Turchia) e dal tradizionale alleato Usa.
L’altro elemento specifico della crisi turca è la presenza accanto a richieste economiche (più lavoro) e politici (libertà di espressione, liberazione del migliaio fra studenti e sindacalisti prigionieri per reati di opinione, meno clientelismo) di una vivace polemica che riguarda la politica estera di Erdogan, definita neo-ottomana.
Dopo il violento sgombero di piazza Taksim, Erdogan ha convocato i fedelissimi per dimostrare di avere il controllo della situazione, ma è il rischio contagio dalla Siria e la questione curda che, accanto alla crisi economica, possono esplodergli fra le mani.
Il governo turco era  un anno fa assai propenso a un intervento diretto, ha messo in piedi e addestrato nei propri santuari il Free Syrian Army, nel quadro di una politica di accrescimento regionale della propria leadership in Medio Oriente. Ma oggi è minacciato da un “contagio siriano” dentro i propri confini, sotto forma di attentati, di scontri fra Alevi turchi e profughi sunniti siriani nella provincia di Hatay. Buona parte degli esportatori lo accusano di aver infilato il paese in una strada senza uscita, danneggiando l’export turco nei paesi del Golfo, in Siria in Iran e nello stesso Iraq, senza contare l’evidente  raffreddamento dei rapporti sia con la Russia che con gli Usa.
I rapporti con l’Iraq sono diventati freddissimi dopo che in maggio la Turkiye Petrolleri AO, assieme alla Exxon Mobil ha firmato un contratto col governo autonomo del Kurdistan iracheno per la fornitura di petrolio. Corollario dell’accordo è un tacito riconoscimento della semiautonomia del Kurdistan iracheno e un progetto di semi protezione da parte turca sui curdi iracheni. Progetto analogo la Turchia ha accarezzano nei confronti dei curdi siriani, che invece si sono alleati con Assad e sono intervenuti sul confine turco per azioni di disturbo. Ma l’accordo con i curdi iracheni prevede anche una pacificazione coi curdi turchi e col PKK di Ocalan (benche siano tuttora 8 mila i curdi incarcerati con accusa di terrorismo).

Le attuali manifestazioni nei due paesi quindi dimostrano per l’ennesima volta che non ci sono “miracoli” che pongano fine una volta per tutti all’ingiustizia sociale e all’incertezza capitalistica. I miglioramenti ottenuti in certi periodi storici si possono perdere più velocemente di quanto si sono ottenuti. Una lezione che anche i lavoratori italiani stanno provando sulla loro pelle.
Il movimento, per ora, non assumne caratteri di insurrezione operaia.
Ma come per le primavere arabe, questo non deve essere motivo di una qualsivoglia forma di sottovalutazione, o peggio ancora, snobismo:  perché nella prima esperienza di lotta di tanti giovani proletari, ma anche nell’insorgenza di strati di piccola borghesia declassata, “in corso d’opera”, potrebbero emergere nuove forze politiche, con ben altri connotati.
Questa è comunque scuola di guerra per i comunisti; è un terreno -accidentato- di formazione politica, di sviluppo di organizzazione e quadri.
Consapevoli che: 1)il movimento può rifluire, anzi quasi sicuramente rifluirà; 2) ogni occasione di lotta di questo genere è “buona”; anche se non dobbiamo pascerci nell’illusione che sia dietro l’angolo “il movimento buono”, cioè quello “definitivo”; 3) la rivoluzione è una guerra di classe di lungo corso; non è corretto concepirla nell’attesa del “colpo di grazia” per il capitalismo…
bisogna allora far maturare dentro questi movimenti l’elemento egemonico di classe, in grado cioè di svolgere un ruolo indipendente sul posto, e di costituire in questo modo una “calamitainternazionale e internazonalista. Che produca collegamenti fattivi nel proletariato mondiale.

Queste “dinamiche d’area” (Nord Africa-Medio Oriente), nella misura in cui coinvolgono paesi emergenti ad alto tasso di proletarizzazione e di concentrazione produttiva, creano i presupposti per una irradiazione a catena della lotta di classe, e delle concezioni rivoluzionarie ad essa collegate (grezze quanto si vuole, ma carne viva della nostra classe).
Dunque, anche se il compito sembra immane, anche se la rivoluzione non è “dietro l’angolo”, anche se non ci illudiamo che “i mille fuochi della prateria produrranno di per sé stessi la vittoria finale”, dobbiamo lavorare politicamente per arrivare preparati a questi appuntamenti.

I paesi ex coloniali, o semicoloniali, che nella strategia leninista dovevano “fare da supporto” alla rivoluzione proletaria nell’ Occidente “sviluppato”, diventano oggi le fucine dei nuovi sommovimenti e rivolgimenti socio-politici del XXI° secolo.

Il marxismo rivoluzionario, che vi può entrare potenziato come strumento di analisi e di direzione politica del proletariato, dovrà misurarsi con essi per fonderli in un comune attacco al capitalismo mondiale.

21/06/2013

Comunisti per l’Organizzazione di Classe

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