Editoriali »

18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

Leggi l'articolo completo »
Comunicati
Internazionale
Comunismo
Documenti
Lotte
Home » Lotte

UNA CLASSE SENZA NAZIONE SFRUTTATA NELLE CAMPAGNE DELL’IMPERIALISMO ITALIANO

Inserito da on 25 Agosto 2015 – 12:12

In occasione del Primo Maggio abbiamo già denunciato gli affari legali e illegali che prosperano dietro le ideologie del grande spettacolo Expo 2015 “Nutrire il Pianeta”, dall’immobiliare all’agricoltura ….

Riprendiamo il discorso per approfondire la condizione dei lavoratori delle campagne in un paese imperialistico come l’Italia, in cui si immagina che lo sviluppo di scienza e tecnica consenta anche nell’agricoltura industriale un lavoro meno pesante, più pulito e dignitoso, e anche rispettoso dell’ambiente naturale.

Così non è. C’è chi riceve 20 euro al giorno in nero, per 12 ore di lavoro nei campi dall’alba al tramonto, corrispondenti a 1,60 euro l’ora, un quinto del minimo sindacale. I lavoratori in nero dei campi di tanta parte del territorio italiano sono i nuovi schiavi; altamente ricattabili soprattutto se sono immigrati irregolari, vivono spesso in alloggi fatiscenti dei numerosi ghetti lontani dai centri urbani, in molti casi senza servizi igienici ed acqua potabile, di cui devono pagare l’affitto.

Gli occupati del settore agricolo nel 2014 erano in Italia 812mila,[1] pari al 3,6% del totale; la metà di questi (406mila) erano lavoratori dipendenti, circa il 2,42% del totale dei dipendenti italiani.[2] In realtà a questi si deve aggiungere la quota del lavoro sommerso calcolata dal 32%-al 43%,[3] una cifra in aumento negli ultimi anni, e quantificata in circa 400mila, di cui un quarto in una situazione di supersfruttamento, di tipo schiavistico. L’aumento del lavoro nero trova terreno favorevole nella crisi economica, quando “Pezzi consistenti dell’economia stanno reagendo alla crisi e alle difficoltà “immergendosi” e alimentando quel sommerso strutturale che è una caratteristica del nostro Paese”.[4] Sul lavoro nero prospera non solo il “normale” sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale, ma anche il parassitismo delle cosiddette agromafie per un giro d’affari calcolato in circa €14miliardi l’anno.[5] In crescita, dato che è in crescita il fenomeno del caporalato che garantisce loro la forza lavoro da spremere. Secondo un’indagine delle forze dell’ordine esistono almeno 80 centri di sfruttamento da parte dei caporali in 18 regioni e 99 province. Da un’indagine sul bracciantato agricolo nelle Puglie[6] risulta che le nuove schiave dei campi sono italiane, più ricattabili e più facili da piegare alla volontà dei caporali, più “mansuete” delle lavoratrici straniere, protagoniste in passato di proteste e denunce.

I 7 miliardi di € erogati ogni anno dalla UE all’Italia per il settore agricolo rappresentano un ulteriore incentivo per le organizzazioni criminali che cercano di accedervi.

Sul fenomeno “scandaloso” del caporalato è in corso una campagna di denuncia da parte delle istituzioni amplificata dai mass media. Ci siamo chiesti quale sia il reale motivo di tanto interesse per i soliti sfruttati.

Forse si tratta di un tentativo di assicurare le autorità della UE che il governo italiano sta combattendo il fenomeno che, essendo presente in misura maggiore rispetto ad altri paesi europei, rappresenta una “concorrenza sleale”. La posta in gioco potrebbe essere i suddetti 7 miliardi di contributi.  

E forse si vuole far mostra di recuperare quei €600 milioni di mancato gettito fiscale derivante dal lavoro nero agricolo.

Da non sottovalutare le recenti morti di tre braccianti per sovraffaticamento nel giro di un mese in Puglia. Le inchieste e la campagna contro il fenomeno del bracciantato supersfruttato dai caporali servirebbero alla borghesia e ai suoi rappresentanti democratici a pararsi da nuovi episodi di ribellione, con il rischio che “l’infezione” della lotta di classe nelle campagne si propaghi e si generalizzi.

In ogni caso la preoccupazione non riguarda le condizioni umane dei lavoratori. I quali per difendersi non possono far conto sulle varie indagini, proposte e dichiarazioni di intenti di istituzioni o su leggi come quella strappata dalla coraggiosa lotta dei braccianti africani di Nardò nell’estate del 2011. Legge che, sulla carta, rende il caporalato un reato penale, mentre esso è di fatto prosperato.  Ma i braccianti non possono neppure contare su organizzazioni sindacali come Flai-CGIL, che si guarda bene dal chiamare alla lotta coloro che ha intervistato.

E’ invece da un lavoro metodico e continuo, come quello condotto da Campagneinlotta, che può essere stimolata tra questi compagni di classe l’auto-organizzazione e l’auto-difesa, e con essa una coscienza politica.

Pubblichiamo perciò di seguito un articolo di Campagneinlotta del 15 agosto 2015.

*************************

Intervento in Capitanata 2015: prime riflessioni

Da circa un mese è iniziato l’annuale intervento su Foggia e su tutta la Capitanata, che come Rete Campagne in Lotta portiamo avanti oramai da quattro anni. L’intervento si concentra sullo sfruttamento lavorativo nelle campagne, costruendo insieme ai lavoratori strumenti di auto-organizzazione sulle questioni fondamentali, dai problemi con i padroni e i caporali a quelli con questura e comune su permessi di soggiorno e residenze.

In queste prime settimane abbiamo organizzato diversi momenti assembleari nei vari insediamenti del territorio. Durante le assemblee si è discusso di come affrontare i problemi principali dei lavoratori: l’abuso generalizzato da parte di datori di lavoro e caporali, in assenza di qualsivoglia tutela, le difficoltà burocratiche relative all’ottenimento o al rinnovo del permesso di soggiorno e della residenza, e quindi l’accesso alla sanità e ad altri servizi.

Per quanto riguarda il lavoro, come già ampiamente documentato anche negli anni precedenti, il sistema di ingaggio della manodopera agricola è basato sulla totale flessibilità richiesta dalla produzione agroindustriale stagionale. La scrittura di un contratto, utilizzata dai titolari delle aziende unicamente per giustificare la presenza dei lavoratori in caso di controlli, non prevede alcun tipo di tutela previdenziale.

Il lavoro, contrattato a giornata, è pagato a cottimo e richiede un impegno fisico enorme a chi raccoglie a mano. Per loro, le paghe attuali in Capitanata si aggirano intorno ai 2,5-3,5 euro a cassone di pomodoro (dal peso di 300 chili ognuno), per giornate di lavoro che possono arrivare alle 10 ore. La raccolta a macchina impiega meno lavoratori, soprattutto comunitari, ed è sempre più diffusa per quanto impossibile dopo le piogge.

L’ingaggio vede spesso l’intermediazione dei caporali che si occupano del trasporto, del pagamento, e della contrattazione diretta ed esclusiva con i titolari delle aziende agricole, garantendosi una percentuale su ogni lavoratore.

Ogni caporale tratta con diversi agricoltori, a loro volta spesso alla corda a causa dei prezzi imposti dalla trasformazione e dalla GDO attraverso i loro intermediari. I padroni continuano a fatturare enormi somme di denaro grazie al sistema di sfruttamento messo in piedi sulla filiera: basti pensare che uno dei più grossi conservifici del mondo, la multinazionale Princes con sede a Foggia, produce circa sette milioni di barattoli di pomodoro al giorno, esportati in tutto il mondo.

Sul piano istituzionale tutto concorre nel favorire la totale precarietà, smantellando tutele giuridiche, criminalizzando, creando gerarchie, ricattando. Per quanto riguarda chi ha bisogno del permesso di soggiorno, il sistema di abusi delle questure, del tutto normalizzato a livello nazionale, passa attraverso pratiche quali la richiesta costante (e non necessaria) della residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno. Residenza che è preclusa ai lavoratori stagionali come a chiunque non abbia fissa dimora e non possa permettersi una casa o una stanza in affitto, o a chiunque vive in un’occupazione.

Non manca chi lucra sull’esclusione, dagli avvocati alle cooperative che gestiscono centri d’accoglienza e altri ‘servizi’, a chi vende contratti d’affitto o altri documenti, che gli stranieri sono costretti a pagare per non cadere nell’irregolarità.

Il terzo settore e i sindacati, che dovrebbero occuparsi di ‘assistenza e supporto ai migranti’ in questo contesto, nel migliore dei casi promuovono pratiche assistenzialiste, burocratiche e rivolte a pochi singoli. Più spesso sono assenti esasperando la distanza con i lavoratori, stanchi di promesse e strumentalizzazioni.

Il perdurare della crisi e gli arrivi massicci di richiedenti asilo negli ultimi mesi, completamente abbandonati dallo Stato e dall’UE, hanno incrementato la presenza di persone in cerca di lavoro in ghetti, campi e insediamenti più o meno formali, peggiorando una situazione già pesantissima. Nonostante i proclami, la macchina di governo che vede ‘terzo settore’ e sindacati alleati con istituzioni locali e nazionali non ha prodotto nessun cambiamento nell’organizzazione del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, in Capitanata come ovunque. Sono emblematiche le recenti dichiarazioni del presidente della regione Michele Emiliano riguardo alla volontà di sgomberare il Gran Ghetto, un luogo ancora una volta usato come specchietto per le allodole nel tentativo di distogliere l’attenzione dallo sfruttamento sistematico del lavoro nelle campagne che lo circondano.

La spettacolarizzazione del Ghetto come luogo di degrado e di criminalità si allinea con gli attacchi mediatici contro i profughi e gli immigrati sollevati ad hoc per creare il clima di guerra tra poveri, su cui perpetuare le politiche di macelleria sociale imposte dall’attuale governo, che rendono quanto mai necessario organizzarsi per resistere. Quello che come Rete promuoviamo è la condivisione di strumenti per una rivendicazione collettiva che scardini dal basso queste dinamiche, perché siamo convinti che attraverso l’unica arma che hanno da sempre i lavoratori, quella dello sciopero, si possa arrivare ad un miglioramento generale delle condizioni non solo degli immigrati ma di tutti i lavoratori.



[1] dati Istat

[2] Secondo il censimento Istat dell’agricoltura del 2010, Censimento Istat dell’agricoltura del 2010, in 10 anni la forza lavoro nel settore agricolo è diminuita del 50,9%, a favore della manodopera salariata, passata dal 14,3% al 24,2%.

[3] 32% secondo Eurispes per il primo semestre 2014, 43% secondo elaborazioni Istat, DNA, Flai CGIL

[4] Eurispes: “Sottoterra – Indagine sul lavoro sommerso in agricoltura”, 2014

[5] Eurispes, ibidem

[6] Repubblica, 25.05.2015

 

Tags: , , , , , , ,