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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Una risposta di classe contro la strage di stato di Ankara

Inserito da on 15 Ottobre 2015 – 15:33

Manifestazione 3

Come comunisti esprimiamo il nostro cordoglio per le 128 vittime del barbaro attentato di Ankara, e denunciamo il criminale comportamento del governo turco e dei governi, Italia inclusa, suoi complici di fatto, salutando il moto di protesta che dalla Turchia ha trovato sostegno a fianco delle comunità curde in Europa.
Si tratta del più grave attentato mai avvenuto in Turchia, che fa seguito alle stragi di Diyarbakir, a giugno durante un comizio del partito curdo HDP, e di Suruc, a luglio, contro un gruppo di giovani intenzionati a portare aiuti a Kobane. Anche tra i manifestanti di martedì 13 a Milano, che hanno deposto una corona di fiori davanti alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana il grido più ripetuto è stato “Assassino Erdogan”.

Anche se il governo turco non fosse il mandante, esso ha lasciato mano libero ai gruppi fanatici per poi precipitarsi come un avvoltoio sul luogo della strage. Nei momenti immediatamente successivi alle bombe la polizia ha attaccato i manifestanti che cercavano di allontanarsi e usato i cannoni ad acqua contro il resto del corteo; per ore non ha fornito assistenza ai feriti, e successivamente, quasi a garantirsi l’inquinamento delle prove, ha impedito la circolazione dei video girati dai network locali, ha proibito di deporre fiori e esporre foto dei morti. Nelle settimane precedenti l’attentato centinaia di attivisti curdi, ma anche sindacalisti e militanti di sinistra erano stati arrestati. Le fonti governative hanno osato mettere il PKK e un partito dell’estrema sinistra accanto all’ISIS tra i sospettati.

La “strategia della tensione” in salsa turca mira ad approfondire le divisioni tra popolazione turca e popolazione curda, a sfruttare i moti di protesta dei curdi per alimentare la paura tra i turchi e vincere le elezioni imminenti, anche per instaurare una repubblica presidenziale.
Ma non è detto che questa strategia funzioni: le giornate di sciopero generale il 12 e 13 ottobre indetto dalla Confederazione dei sindacati progressisti (DİSK), dalla confederazione dei dipendenti pubblici (KESK), dall’Associazione degli ingegneri e architetti (TMMOB) e da quella dei medici (TTB), che erano tra gli organizzatori della manifestazione di Ankara hanno unito i lavoratori turchi e curdi contro il governo Erdogan.

Manifestazione

Come comunisti denunciamo l’oppressione della popolazione curda da parte dello Stato turco e sosteniamo il diritto dei curdi al riconoscimento della propria identità, all’autonomia e all’autodeterminazione, ma allo stesso modo denunciamo l’affaristica borghesia curda al potere nel Kurdistan irakeno, legata alle potenze imperialiste, e siamo con i proletari che a migliaia hanno manifestato contro di essa in questi giorni, in parallelo con le manifestazioni in corso nell’Iraq arabo per il miglioramento delle condizioni di vita, contro il governo irakeno corrotto e contro la divisione confessionale tra sciiti e sunniti.

Sconfitta nella Prima Guerra Mondiale imperialista, la Turchia (ex Impero Ottomano) ha ricevuto in dono dalle potenze imperialiste vincitrici (Francia, Gran Bretagna, Italia, USA) una grossa fetta del territorio curdo, con altre parti assegnate a Iraq, Iran, Siria. In questo modo le grandi potenze davano alla nascente borghesia turca un grosso boccone che l’avrebbe tenuta impegnata a lungo per assimilarlo, e nello stesso tempo, negando ai curdi l’unificazione in un unico Stato, tenevano aperta la questione curda, da sfruttare a ogni occasione per rafforzare la loro influenza nell’area contro gli stessi nazionalismi arabi, turco e persiano: quello che stanno facendo le potenze europee e USA nel sostegno al governo del Kurdistan iracheno.

All’interno della Turchia i curdi, cacciati dai loro villaggi dalla violenza o dalla miseria, sono una componente fondamentale del proletariato in Turchia, sfruttato nelle migliaia di fabbriche e fabbrichette che costellano le periferie urbane di Istanbul, Izmir, Ankara ecc. Il governo turco schiaccia i curdi e cerca di dividerli dai lavoratori turchi anche per garantire alla propria borghesia sfruttamento a bassi salari, come avviene in Europa per gli immigrati; ma soprattutto il governo reprime ogni movimento curdo per l’autonomia e l’indipendenza, e vede come una minaccia mortale ai propri confini ogni collegamento tra curdi interni e curdi esterni (Rohava di Kobane), che potrebbe far rinascere un movimento indipendentista di tutti i curdi del Medio Oriente. Per questo interviene in Siria, e contro questa guerra era rivolta la manifestazione di Ankara contro la quale è stato scatenato il terrore.

Proprio mentre il governo turco accentua la repressione sulla popolazione curda, l’Unione Europea sta stringendo un accordo con la Turchia con il quale le pagherebbe un miliardo di euro per aprire 6 nuovi campi profughi nei quali trattenere 2 milioni di profughi siriani e impedire loro di raggiungere l’Europa! Quanta ipocrisia! L’Europa diceva che la Turchia non era pronta per l’ingresso nella Comunità Europea perché non permetteva libertà di pensiero e parola ai curdi, e ora che li massacra l’Europa maestra di democrazia paga la Turchia per imprigionare anche i siriani!

Per questo la nostra denuncia contro il governo turco si estende ai governi europei suoi complici, e al governo italiano in particolare. Oltre mille imprese italiane sono presenti in Turchia, a partire da FIAT e Pirelli ma anche nel tessile-abbigliamento e in molti altri settori, dove sfruttano la manodopera a buon mercato spesso senza garanzie di diritti e minimi salariali con il sistema delle piccole imprese in subappalto.

La strage di Ankara ripropone l’urgenza di un collegamento tra lavoratori e tra comunisti dell’Europa e del Medio Oriente.

La nuova piccola e media borghesia, solida base elettorale al partito di Erdogan, prodotta dalla crescita record dell’economia turca nello scorso decennio, ora di fronte al forte rallentamento in corso (Nota 1), temendo per il proprio status sociale è forse alla ricerca di nuovi rappresentanti politici.

Ma i lavoratori turchi non possono affidarsi a questi nuovi rappresentanti borghesi per difendersi dagli attacchi di un apparato statale che usa la guerra per attestarsi come potenza regionale, la repressione violenta all’interno per contenere i movimenti di protesta, mentre la disoccupazione complessiva è giunta all’11% e tocca 1/3 dei 12 milioni di giovani sotto i 29 anni, un’inflazione all’8%. La risposta dei lavoratori non può essere altro che una decisa e consapevole organizzazione e mobilitazione di classe.

Nota 1: Negli ultimi 5 anni la crescita è scesa da oltre il 10% al 3%, dati Guardian

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