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l’operaio e dirigente del consiglio di fabbrica dello zuccherificio di Haft Tapeh …

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Un’estate di sangue e di sbarchi

Inserito da on 31 Agosto 2016 – 15:37

Nella ripresa sonnacchiosa del dopo vacanze, gli italiani hanno prestato un orecchio distratto agli entusiasmi post olimpici, all’emergenza immigrati, diventata normalità, e al pericolo terrorismo. Poi la doccia fredda del terremoto. Come al solito molti morti, non solo per “fatalità” ma anche per le “solite” speculazioni edilizie, una delle tante che hanno lasciato una scia di sangue per tutto il dopoguerra.

Morti per “cause capitalistiche” qui; morti per le guerre capitalistiche in altri paesi.

Un’estate di sangue.
La guerra guerreggiata infuria in Libia e Iraq con la partecipazione più o meno ufficiale del governo italiano e in Siria. Sul fronte interno italiano l’opposizione alla guerra, anche solo pacifista, latita. In parallelo in Italia si ingrossa il flusso di profughi. Dal migration compact proposto in primavera da Renzi all’incontro di Ventotene pochi giorni fa, tutto fa prevedere una riedizione dei famigerati accordi bilaterali sui rifugiati.

E’ necessario porre fine all’indifferenza e all’assenteismo politico della sinistra comunista, unire le forze, riprendere le manifestazioni contro la guerra e contro gli egoismi nazionali dell’Italia e degli altri paesi europei, cercare collegamenti internazionalisti con le organizzazioni proletarie di altri paesi.

Siria
Abbiamo già parlato dell’imminente conflitto intorno a Mosul in Iraq, ma attualmente i fronti più caldi di guerra sono in Siria: Aleppo, Raqqah, Deir az Zor, Jarablus.

Aleppo, in mano alle milizie jihadiste e a quelle ribelli moderate (le prime sostenute dalle monarchie del Golfo, le seconde dagli Usa) è assediata dalle truppe di Assad con l’appoggio dei bombardieri russi, che utilizzano la base di Latakya ma anche quella iraniana di Hamadan e possono contare sulla recente neutralità turca.

Raqqah, ancora in mano all’Isis è assediata da curdi, ribelli siriani moderati, appoggiati dai bombardieri Usa, e dall’esercito di Assad, appoggiato dagli aerei russi (segno di un accordo sotterraneo fra Usa e Russia o di una serrata concorrenza?).

Deir az Zor è sul confine iracheno, vi resiste, del tutto isolato, un presidio fedele ad Assad, e sia Usa che Russia vogliono impedire che i miliziani dell’Isis, qualora si ritirassero da Mosul, si attestino in questo villaggio.

E’ stata invece da pochissimo liberata dall’Isis Manbji, presso il confine turco, dove il grosso dello scontro è stato retto dai curdi della Rojava, ma dove si sono concentrati sia reparti di Assad che dei ribelli moderati per tenere sotto controllo i curdi. Assad, dopo aver bombardato, pare con la benedizione dell’Iran, Hasakah, una città nel Nord-est della Siria sotto il controllo dell’amministrazione autonoma curda siriana  ha firmato un compromesso con l’YPG curdo siriano. Chi invece è intervenuto sul terreno è l’esercito turco che è penetrato in territorio siriano e ha cacciato i curdi della Rojava da Jarablus, per impedire la saldatura fra i due tronconi curdi, quello siriano con quello iracheno. Erdogan, forte del recente accordo con Putin, ha costretto Biden, il vicepresidente Usa, ad avallare la manovra militare turca e a trattenere i curdi dell’YPG a est dell’Eufrate. La Turchia ha anche l’appoggio di Barzani il presidente dello stato autonomo curdo in Iraq, pronto tranquillamente a barattare lucrosi contratti di vendita petrolifera con l’ingabbiamento della Rovaja, un’area curda troppo “democratica” che minaccia il suo potere, centrato sui legami di clan.

Biden Erdogan e Barzani si sono accordati sulla tattica da applicare a Mosul (cfr. L’asse Italia Usa da Sirte a Mosul).

West Kurdistan

Basta questo scarno elenco per far comprendere la complessità e l’ambiguità delle alleanze/ostilità in Siria, dove sia le milizie locali, sia i loro padrini si combattono, ma anche stringono alleanze di convenienza in alcune situazioni. Ognuno vuole conquistare città e parti di territorio in vista di una possibile spartizione e lo fa a qualsiasi prezzo. Nessuna legittimazione regge più, quello che emerge è la nuda legge di rapina del più forte. Aleppo in particolare è uno scontro decisivo per gli imperialismi coinvolti: se gli jihadisti moderati riescono a rompere l’accerchiamento Assad dovrà accettare il proprio ulteriore ridimensionamento, se Assad riprende la città potrà forse riprendere anche Raqqah, liquidare a est l’Isis, non essere più minacciato sul fronte iracheno. La Russia contratterà in un eventuale dopoguerra, da posizioni di forza, con gli Usa e gli altri comprimari.

A farne le spese la popolazione civile, in termini di esilio, fame e sofferenze. e in un prossimo futuro forse le milizie curde quando non fossero più utili come carne da cannone. Secondo fonti inglesi la macabra contabilità delle vittime è arrivata a 292 mila morti. Pesante il tributo dei civili (85 mila in totale), che però pagano un prezzo ancora più alto in termini di perdita delle loro case, esilio, fame e malattie. Le maggiori perdite riguardano l’esercito regolare siriano di Assad (106 mila), cioè la minoranza alawita un tempo al potere. Si calcola che anche se finalmente si firmasse la pace in Siria, ci vorrebbero vent’anni per recuperare i livelli di reddito del 2010.

Ad Aleppo come a Sirte e a Mosul, e in generale dove si combatte, ci sono centinaia di migliaia di civili inermi, intrappolati come topi in cantine e rifugi di fortuna, senza acqua né cibo né elettricità, per non parlare dei medicinali. Questo se non si viene feriti dalle schegge di una bomba, spesso lasciati a morire senza possibilità di ricevere cure, o se si è attaccati con armi chimiche (ad Aleppo sono cadute anche bombe al cloro). Naturalmente la stampa filo-Usa denuncia solo le bombe russe, la stampa filo-russa quelle americane. Nessuna inchiesta Onu, da due anni a questa parte, ha accertato chi siano i responsabili di massacri di civili.

Il conflitto in Siria e quello in Iraq hanno smentito chi pensava che col conflitto juguslavo si fosse toccato il fondo della barbarie. Quello che è cambiato però è l’anestesia che ha colpito le coscienze, per cui si accetta come normale amministrazione anche i bombardamenti dei presidi medici di Emergency o di Save the Children.

Libia
Mentre non trova soluzione il contrasto fra il governo di Tripoli e il suo premier Sarraj, da un lato, e il Parlamento di Tobruk, ostaggio del generale Haftar dall’altro, proseguono i bombardamenti Usa, iniziati il 1° agosto, ufficialmente in appoggio al tentativo di riconquista di Sirte, roccaforte Isis, da parte dell’esercito tripolino. Riconquista che è resa difficile dalla resistenza accanita dei miliziani dell’Isis, dalle numerose perdite subite da Tripoli e Misurata, alleate, in particolare a causa di mine e trappole, ma anche perché scarseggiano munizioni e armi pesanti. Sirte è solo un aspetto del conflitto in corso in Libia. Dietro Haftar gonfia i muscoli l’Egitto di Al Sissi, sostenuto dalle armi russe e francesi pagate dai sauditi, che invia di tanto in tanto i suoi aerei ultimo modello, pilotati da francesi, a bombardare la Libia. Tripoli è ufficialmente riconosciuta dalla “comunità internazionale”, ma ogni imperialismo sgomita per conto suo sul terreno per pesare sul dopo pace e conduce una guerra clandestina, parallela alla diplomazia ufficiale.

Libia

La pace in Libia non è imminente, più probabile un inasprimento, per i troppi interessi in campo. In tempi di basso prezzo di petrolio e gas, sauditi, Emirati, Qatar sono interessati a tenere endemico il conflitto in Libia per impedire il rientro sul mercato di un forte concorrente. Anche qui le alleanze e le contrapposizioni del 2011 sono cambiate.

Di recente Erdogan, un tempo sponsor delle milizie islamiche di Tripoli e del governo Morsi, ha caldeggiato un incontro al vertice con l’egiziano Al Sissi per coordinare l’intervento in Libia (effetto anche questo del riavvicinamento Turchia-Russia).

Allo stesso scopo in giugno Gentiloni è stato invitato dal re Salman in Arabia Saudita.

Molti paesi europei sono militarmente presenti a vario titolo. I corpi speciali americani e inglesi operano a sostegno delle milizie di Misurata per fornire intelligence e consigli tattici e altre unità operano a Sirte, come ha rivelato la BBC. Unità speciali francesi operano nel deserto libico; la Francia vuole impedire sconfinamenti dell’Isis verso il Ciad e in Algeria, ma anche garantirsi il controllo di oleodotti e acquedotti che partono dal Sud della Libia (Kufra, Fezzan), ma arma e addestra apertamente le forze di Tobruk e del generale Haftar in Cirenaica (si parla di circa 200 militari francesi); l’intervento è diventato di pubblico dominio in luglio per un incidente mortale che ha riguardato tre sottufficiali.

A Misurata, e sicuramente a Tripoli e Bengasi, ci sono “truppe speciali italiane”. impegnate in operazioni di sminamento e di addestramento truppe. Lo ha rivelato a metà agosto uno scoop di Panorama. Equiparate al personale dei servizi segreti, queste forze speciali rispondono solo a Renzi e non al Ministero della Difesa e nemmeno al Parlamento e quindi “possono, ad esempio, opporre il segreto di Stato davanti alla richiesta di un giudice oppure compiere alcuni reati”.

La compagnia di bandiera libica NIOC ha quantificato in 69 miliardi di $ le perdite in mancata vendita di idrocarburi dal 2013 ad oggi. Questo si è tradotto in un crollo del reddito pro-capite della popolazione, mentre piccoli e grandi signori della guerra si arricchiscono. Nessuno dei due governi libici sta garantendo un livello appena decente di rifornimenti alimentari, medicinali, servizi primari. Le milizie che sostengono entrambi lucrano sul commercio di droga e armi, di petrolio e gas, ma soprattutto sullo sfruttamento dei disperati che cercano di raggiungere l’Europa dalle coste libiche.

Il fronte interno italiano
Se è ampia a casa nostra l’indifferenza per questi conflitti, molto più alta è l’attenzione verso chi sbarca in Italia dalla Libia. Ben 95 mila persone, secondo l‘agenzia europea Frontex, solo nei primi sette mesi di quest’anno; 25 mila solo in luglio, provenienti in maggioranza dalla Nigeria, dall’Eritrea e dai Paesi del Sahel e Africa Occidentale.

Nel Mediterraneo Orientale invece si è passati dai 151 mila arrivi del primo trimestre agli 8.500 del secondo trimestre, dopo l’entrata in vigore dell’accordo UE Turchia.

Ecco perchè a Ventotene, due giorni fa, Merkel ha riproposto l’accordo con il forcaiolo Erdogan per chiudere ai migranti la rotta balcanica. Renzi vede sfumare invece la possibilità di applicare il suo Migrant Compact con cui proponeva di imporre ai paesi europei che non si vogliono far carico delle loro quote di migranti di pagare per il loro mantenimento. E sembra cadere anche la proposta di stanziare eurobond per finanziare investimenti nelle infrastrutture dei Paesi africani di origine e transito dei migranti in cambio dell’impegno da parte dei loro governi di impedire le partenze. Per l’Italia era la possibilità di veder onorati i contratti che Salini, Impregilo e Ansaldo avevano firmato con Gheddafi. Che poi i migranti finissero a morire nel deserto non era problema suo.

Ma l’idea di firmare con al Sarraj un accordo sugli immigrati non ha in questo momento basi oggettive, dal momento che, secondo il comando della missione navale Eunavfor Med, “la quasi totalità dei traffici di esseri umani sono concentrati sulle coste sotto il controllo di tribù e milizie fedeli ad Al Sarraj” e generano “circa la metà del PIL della Tripolitania”. Se Al Sarraj ostacolasse questi traffici perderebbe l’appoggio militare delle sue milizie (Sole 24 Ore, 14 agosto 2016). La Nato contabilizza in 5-6 miliardi di € l’utile derivante dai traffici su esseri umani nel Mediterraneo per il solo 2015 (per avere una cifra di riferimento, secondo la Banca Mondiale nel 2014 l’intero PIL libico sfiorava i 40 miliardi).

Anche l’Italia si sta attestando militarmente in Libia, su decisione del solo premier, con buona pace dell’Italia che ripudia la guerra e dell’eventuale potere di veto del Parlamento. Per ridimensionare i richiedenti asilo c’è già l’idea di affidare l’esame delle loro pratiche a Frontex e di impedire che si possa fare appello contro l’eventuale rifiuto.

E intanto si scaldano i motori per un intervento “ufficiale”, utilizzando come sempre il tema dei barconi.

Per tutta l’estate Analisi di Difesa, Sole 24 ore e altri quotidiani hanno riportato con insistenza che secondo Europol e servizi segreti Usa fra i disperati dei barconi si nascondo dei jihadisti in fuga da Sirte. Lo slogan è “Basta gestire i flussi migratori come un’emergenza umanitaria invece che come minaccia alla sicurezza”, “con l’impiego delle forze navali come taxi per clandestini e supporto logistico per i trafficanti” (Analisi di Difesa 15 agosto 2016). Dopo gli attentati in Belgio, Francia e Germania è un argomento che fa presa e che può essere utilizzato per creare un clima di xenofobia.

E’ possibile che da Sirte partano anche i mercenari Isis che non vogliono morire per la causa, ma questo non fa che confermare che sono le guerre dell’imperialismo che alimentano in patria e fuori il terrorismo, creando il terreno di coltura, finanziando di volta in volta il gruppo jihadista di turno. E non è facendo annegare più africani nel Mediterraneo che bloccheremo il terrorismo.

L’altro argomento “forte” è la campagna contro il giro d’affari di chi si occupa di assistere i clandestini con “una spesa a carico del contribuente di 100 milioni al mese e 1,2 miliardi all’anno” (Analisi di Difesa, 13 agosto 2016).

E’ evidente che questo tipo di considerazioni sono ripescate dai media quando sembra che sia utile preparare il terreno a un intervento militare ufficiale in Libia, una opzione finora accantonata dal governo, ma sempre all’ordine del giorno se si profilasse una minaccia agli interessi dell’Eni nel paese da parte di altri imperialismi europei come ad es. la Francia.

Abbiamo più volte ribadito che l’apparente moderazione italiana rispetto a un intervento militare in Libia nasce dalla oggettiva posizione di forza per cui l’Eni ha ripreso per prima la sua attività di estrazione e commercializzazione, ma anche la sua attività di esplorazione. I pozzi offshore sono protetti dalla Marina Militare (operazione Mare Sicuro), le altre attività attraverso accordi con i singoli gruppi guerriglieri locali.

Ma se gli interessi italiani venissero minacciati da altri imperialismi (e l’attenzione italiana è rivolta in particolare alla Francia), si farebbe in fretta a recuperare dalla pattumiera i ritornelli di Salvini.

E’ su questo fronte che ci si deve attrezzare per contrastare, anche se da una posizione di minoranza, la propaganda xenofoba e guerrafondaia.

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