USA: continua lo sciopero nei fast-food

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Negli Stati Uniti prosegue lo sciopero dei lavoratori dei fast-food. Il loro obiettivo resta l’innalzamento della paga oraria minima da 7,25 a 15 dollari.
Nella lotta, gli scioperanti picchettano gli ingressi dei fast-food, impedendo l’accesso a clienti e crumiri. Nella giornata di martedì 2 settembre circa 500 di loro sono stati arrestati in 3 dozzine di città statunitensi.
Oltre alle paghe miserrime, molti lavoratori denunciano ammanchi negli stipendi e l’ostruzionismo antisindacale da parte delle corporations.

Una grande novità è l’adesione al movimento dei lavoratori dei servizi sanitari domestici, che hanno paghe analoghe a quelle dei dipendenti dei fast-food, organizzati nel Service Employees International Union, sindacato che raccoglie centinaia di migliaia dipendenti del settore.

Intanto il presidente Obama ha disposto l’innalzamento del salario minimo da 7,25$ orari a 10,10$ per i dipendenti dello stato federale. La misura ha attirato diverse critiche, ma anche l’approvazione di Don Thompson, CEO di McDonald; ma Thompson – che secondo i calcoli dell’Huffington Post coi suoi 8,5 milioni di dollari annuali guadagna in un’ora ciò che i suoi dipendenti guadagnano in due mesi – ha comunque chiesto che l’aumento sia graduale, per ridurre l’impatto sui profitti.

Intanto, i big della ristorazione fast-food accusano il colpo. E’ sempre McDonald che accusa i sindacati di pagare gli iscritti per scioperare e picchettare. I sindacati negano, ma la migliore risposta viene dai commenti sui forum in internet: se veramente McDonald vuole contrastare lo sciopero, perché non pagare i propri dipendenti più di quanto non facciano i sindacati?

Con o senza sostegno economico per gli scioperanti, la lotta dei dipendenti dei fast-food e dell’assistenza domestica è una riscossa dopo decenni di declino del movimento operaio, un esempio che può essere contagioso per tutte le categorie e per tutte le nazioni.