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18 Settembre 2019 – 13:35 |

Riceviamo e pubblichiamo da
S.I. Cobas Sindacato Intercategoriale Lavoratori Autorganizzati
 

 
Due dirigenti operai e cinque giornalisti condannati in Iran fino a 18 anni di carcere, sotto il nuovo capo della magistratura, protagonista del massacro di migliaia di carcerati nel 1988
La Sezione 24 del “Tribunale Rivoluzionario” (leggi Reazionario) di Tehran, presieduta dal giudice-falco Mohammad Moghiseh, ha condannato:
l’operaio e dirigente del consiglio di fabbrica dello zuccherificio di Haft Tapeh …

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Venezuela: contro Maduro e contro Guaidò, opposizione proletaria

Inserito da on 7 Febbraio 2019 – 08:02

I lavoratori e i proletari venezuelani, che con il Caracazo del 1989 avevano protestato nelle strade contro la propria miseria e la ricchezza dei borghesi, repressi a migliaia nel sangue, riposero speranze nel giovane militare Hugo Chavez, che prometteva una società più giusta. Chavez tuttavia, quali che fossero i suoi propositi, non volendo mobilitare le masse contro la borghesia e contro gli stessi alti gradi militari, difensori dell’ordine borghese, non poté spingersi oltre quanto era da questi concesso, e dovette dar loro sempre più potere economico e politico, per mantenersi al potere.

Terminati gli anni delle vacche grasse degli alti prezzi petroliferi, terminò così anche il welfare bolivariano che su di essi poggiava, e si scatenava la rapina sui salari e l’apparato produttivo da parte dei profittatori e speculatori di regime, e la repressione contro i lavoratori che difendevano con la lotta le condizioni della propria classe.

La delusione e rabbia dei proletari nei confronti del regime non deve diventare appoggio ai partiti del vecchio regime e a Guaidò, ma deve andare a costruire un fronte di opposizione di classe ad entrambi, per porre termine alla miseria e per il potere ai lavoratori, contro i borghesi tutti, cercando l’appoggio degli stessi proletari in divisa.

Ferve in Italia il dibattito se riconoscere Maduro o Guaidò (che più che auto-dichiarato è stato investito dal Trump), con Mattarella che lancia il suo monito contro il governo giallo-verde, che con il suo veto ha bloccato il riconoscimento di Guaidò da parte dell’Unione Europea (voluto da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna).
Affari loro. Il loro pensiero, gira e rigira, è come mettere le mani sulle più grandi riserve di petrolio del mondo.
A noi invece preme definire una posizione come comunisti per orientare i lavoratori in casa nostra, e collegarci con i lavoratori e proletari del Venezuela, che stanno soffrendo per una crisi terribile che li ha portati alla fame.

La nostra posizione non è “né con Maduro né con Guaidò”, ma contro Maduro e contro Guaidò:
opposizione alla ingerenza-aggressione USA e alla destra con Guaidò; nessuna difesa del governo Maduro, ma organizzare un movimento proletario di opposizione che si ponga il problema della presa del potere da parte dei lavoratori, espropriando la borghesia “nazionale”, quella in borghese e quella in divisa.
Schierarci contro l’interventismo di Trump e i suoi fiancheggiatori europei, insieme al Brasile e altri Stati dell’America Latina (ma non il Messico di Obrador) non può significare stare con i regimi non meno oppressori di Putin, Xi Jinping, Erdogan e Khamenei. Per noi si tratta di schierarci a fianco dei proletari venezuelani, su una linea che possa difendere i loro interessi di classe, e unire internazionalmente i lavoratori.

Sarebbe invece un grosso errore schierarsi a difesa del governo Maduro perché attaccato dagli USA, perché ciò alienerebbe quella sezione del proletariato che è già scesa in piazza contro il governo, e disarmerebbe anche quei lavoratori che, dopo aver seguito il chavismo, ne sono stati delusi e cercano una alternativa di classe; e in generale perché i comunisti devono approfittare delle contraddizioni interborghesi, e interimperialiste, oltre che far leva sul forte e diffuso malcontento popolare, per sostenere e porsi alla testa di processi rivoluzionari che rovescino i governi borghesi e pongano la questione del potere. Se il movimento non è di ampiezza sufficiente a porre la questione del potere, almeno si rafforzerà un movimento proletario indipendente, spezzando l’utilizzo del movimento operaio da parte della frazione borghese al potere, come avvenuto finora da parte del chavismo o bolivarismo.

Questa posizione si basa sul fatto che quello di Maduro è un governo borghese e nient’affatto “progressista” – anzi, oltremodo reazionario. Il suo carattere borghese (come già per i governi di Chavez) è innanzitutto nel fatto che, con tutta la mobilitazione delle masse proletarie e popolari, non ha mai diretto questa mobilitazione contro gli interessi fondamentali della borghesia. Ciò che il potere chavista ha elargito nei primi anni alle masse proletarie e piccolo-borghesi non è ricchezza tolta alla grande borghesia, ma una parte della rendita petrolifera, ossia plusvalore prodotto dai proletari dei paesi importatori di petrolio. Nello stesso tempo Chavez e poi Maduro hanno favorito la crescita, all’ombra dei mille rivoli della rendita petrolifera, di una nuova costellazione borghese, la “boliburguesia”, più abbarbicata della precedente al controllo della macchina statale, più speculatrice, più corrotta, più parassitaria, con una forte componente degli alti gradi militari (che non disdegnano neanche il traffico di droga). È su questi nuovi borghesi, non sul proletariato in armi, che si è appoggiato il potere “bolivariano” (Pagine Marxiste di dicembre 2017: Fallimento del “socialismo” rentier).

Quando il prezzo del petrolio è crollato, la boliburguesia si è accaparrata tutta la rendita petrolifera residua e si è messa a depredare i già miseri salari con l’iperinflaizone provocata dal saccheggio delle finanze pubbliche e dalle speculazioni sui cambi, dal trafugamento all’estero di oltre 400 miliardi di dollari da parte della cricca al potere; come se ciò non bastasse, per mancanza di manutenzione e di investimenti hanno anche dilapidato il capitale costante delle imprese statali, dalla PDVSA alla metallurgia (dove ai posti di comando sono saliti i generali), la cui capacità produttiva è crollata (per il petrolio da 3,4 a 1,1-1,2 milioni di barili al giorno). Chavez aveva promesso la diversificazione industriale e il superamento della monocultura petrolifera, e con la manna petrolifera del 2000-2013 ne avrebbe avuto le risorse senza dover ricorrere a un forte indebitamento, ma queste risorse sono state intercettate e dirottate su conti privati all’estero da parte del suo entourage. Il Venezuela è ancora più dipendente dal petrolio e dalle materie prime (ora anche il coltan) di quanto fosse prima di Chavez. Anche l’agricoltura è in sfacelo, con un forte deficit alimentare.

Il proletariato venezuelano è supersfruttato e oppresso dalla borghesia venezuelana, sia quella tradizionale che la “boliburguesia” e dal governo che organizza e copre la rapina sui salari detta iperinflazione. Buona parte della rapina è effettuata proprio grazie al sistema del doppio cambio che dovrebbe permettere al Venezuela di sottrarsi alle regole del mercato mondiale (se ho un “amico” nell’ufficio che decide l’accesso al cambio ufficiale favorevole, e lo pago milioni di dollari, posso ottenere decine di milioni di dollari a un prezzo 5-6 volte inferiore a quello di mercato, e quindi accumulare enormi profitti speculativi e metterli al sicuro all’estero, dilapidando le riserve di dollari, e costringendo la Banca Centrale a stampare senza sosta moneta che si svaluta in continuazione di dieci, cento, mille, diecimila volte, portando il salario – che viene rivalutato sempre in ritardo – molto sotto il minimo vitale).
Il controllo dei militari sulle grandi imprese statali è anche stato funzionale alla sistematica repressione di ogni opposizione e organizzazione operaia autonoma dal partito del potere, PSUV.

Ora si può anche ritenere che Chavez non fosse (né Maduro sia), il capobanda dei rapinatori, ma che ne sia divenuto “prigioniero”, che la nomina di militari e altri lestofanti ai posti di comando dell’economia sia stato il prezzo che hanno dovuto pagare per restare al potere, non volendo sollevare le masse contro di loro; ma ciò non cambia il giudizio sul governo.
Neanche la tradizionale borghesia “liberale”, che pure aveva fatto crollare i salari a un terzo in vent’anni, era arrivata a tanto negli anni delle vacche magre, a schiacciare i salari molto al di sotto del minimo vitale, tanto da far fuggire per fame più di tre milioni di persone in un paio d’anni, e a demolire allo stesso tempo l’apparato produttivo. Per questo non si può definire progressisti i governi chavisti, ma reazionari, per quanto abbiano sbraitato contro gli USA mentre ci facevano i loro migliori affari tramite la controllata di PDVSA, CITGO, che controlla raffinerie e reti di distributori di carburante negli USA.

La causa della crisi venezuelana è tutta in questa vorace dilapidazione dell’apparato produttivo, nella sottrazione ad esso di 400 miliardi di dollari; non è nelle sanzioni USA, che fino ad agosto 2017, quando la crisi ha toccato il fondo, hanno riguardato solo qualche decina di uomini di punta e profittatori del regime, e solo in seguito hanno bloccato il rifinanziamento del debito, e ora la stessa liquidità realizzata da CITGO. In pratica, viene ora bloccato il mercato americano, principale fonte di valuta.
Ma dato il crollo di produzione e prezzi, oggi l’80% dell’esportazione di petrolio va a ripagare i debiti contratti con Cina e Russia, senza che questi crediti si siano tradotti in investimenti produttivi.

La spoliazione operata dalla boliburguesia supera quella normalmente praticata dalle multinazionali, tanto da far divenire reazionaria la stessa nazionalizzazione delle risorse petrolifere, che sono state date in gestione al generale già comandante della Guardia Nacional, Manuel Quevedo, che per aver mantenuto Maduro al potere con la violenta repressione delle manifestazioni di piazza nel 2017 ha ottenuto il compenso delle cariche sia di Ministro dell’Energia che Presidente della PDVSA: cioè re del petrolio. Più che sostenere Maduro, i militari sostengono quindi se stessi, e per questo l’amnistia offerta loro da Guaidò gli garantisce che quanto hanno accumulato non gli sarà tolto…

Quanto al “golpismo” di cui i contendenti si accusano a vicenda, non è un discorso che ci appassiona, ma non è difficile dire che entrambi sono golpisti dal punto di vista della legalità borghese: Guaidò che si fa proclamare Presidente da un’Assemblea Nazionale esautorata, ma in realtà da Trump che gli promette appoggio incondizionato (e promette missili su chi lo tocca); e Maduro, che quando nelle elezioni del dicembre 2015 la coalizione di destra Mesa de la Unidad Democrática (MUD) ottenne la maggioranza dei voti per la prima volta dopo 17 anni, con il 56% e 109 seggi contro il 41% e 55 seggi del “Polo Patriotico” pro-governo, inventò una “Assemblea Costituente”, da eleggere per via indiretta, da parte di corpi intermedi scelti dal governo tra quelli sotto il suo controllo (una specie di Camera delle Corporazioni), la quale si arrogò il potere non solo di modificare la Costituzione, ma anche di legiferare, esautorando di fatto l’Assemblea Nazionale eletta a “suffragio universale”. Maduro vinse poi le presidenziali, anticipate dal dicembre al maggio 2018, dopo aver messo al bando i principali partiti di opposizione e al fresco numerosi oppositori.

Contro le due coalizioni borghesi che si affrontano facendo a pezzi la democrazia,
per un fronte proletario anticapitalista.

Pagine Marxiste


Riportiamo qui sotto, condividendolo, un comunicato di Conlutas, il sindacato di lotta brasiliano membro fondatore della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta.

Venezuela: Né Maduro né Guaidó!
31 gennaio 2019

Né per la classe operaia del Venezuela né per il popolo venezuelano, Maduro o Guaidó rappresentano “la via della democrazia e del progresso sociale”, al contrario di ciò che affermano i loro sostenitori, compresi i governi cui ci opponiamo.

– L’intervento imperialista degli Stati Uniti (sostenuto dal Gruppo di Lima e dall’Unione Europea), che è dietro l’auto-proclamazione di Guaidó, è inaccettabile in Venezuela come qualsiasi altro intervento imperialista in qualsiasi regione del mondo.

– Il regime di Maduro nega le libertà più elementari; reprime e assassina coloro che resistono e, più in generale, la popolazione più povera. Il clan dominante ha dirottato la ricchezza del paese a proprio vantaggio.

Per la Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta, il compito dei sindacalisti internazionalisti non è quello di scegliere tra due oppressioni, né legittimare o giustificare una di esse. Sosteniamo coloro che stanno tentando di costruire un’alternativa in questo contesto drammatico, quelli che stanno lottando per rispondere all’emergenza sociale di fronte al popolo venezuelano (cibo, alloggio, salari, legislazione sul lavoro, servizi pubblici, diritti democratici, ecc.).

La gente non vuole più Maduro e nessuno ha scelto Guaidó!

Il movimento sindacale indipendente deve riaffermare le posizioni di classe:
Né il capitalismo né la burocrazia!
Né oppressione né imperialismo!

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