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28 Luglio 2019 – 10:51 |

Salvini parla molto, troppo. Per questo rimbomba ancora più forte il suo raro silenzio. Prima sul rubligate; ora sui 150 morti annegati nel Mediterraneo, e gli altri 134 salvati dal naufragio e rispediti indietro in Libia nei campi di concentramento tra i soprusi e i bombardamenti di Haftar.
Non avrebbero speso tutti i loro averi e quelli delle famiglie per salire su barconi fatiscenti e sovraccarichi …

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Viva la lotta dei proletari iraniani contro il regime degli ayatollah!

Inserito da on 4 Gennaio 2018 – 16:34

In Iran le manifestazioni di protesta, iniziate giovedì 28 dicembre a Mashad, la seconda città del paese, si sono rapidamente estese a una sessantina di città, dando sfogo a una rabbia compressa da decenni e a un odio nei confronti del regime islamico finora tenuto nascosto da un sistema capillare di controllo e repressione. La scintilla che ha provocato l’esplosione è stato l’aumento dei prezzi di generi alimentari come le uova e la carne di pollo, ma il malcontento covava da tempo sotto le ceneri, ed era esploso in occasione del disastro minerario nel Golestan nel maggio scorso (33 minatori morti), quando la passerella mediatica del presidente Rouhani si era trasformato in una fuga precipitosa tra gli insulti dei minatori che avevano preso d’assalto la sua auto blindata.

MinieraIran

Partite con slogan contro il governo Rouhani, tanto che qualcuno ha cercato di vedervi la mano dell’ala “ultraconservatrice”, nelle manifestazioni hanno subito prevalso gli slogan contro il regime islamico, in entrambe le versioni “conservatrice” e “riformista”, in particolare contro il “Leader Supremo” Ali Khamenei, nonostante chi offende quest’uomo  “a diretto contatto con Dio” rischi la pena di morte. I manifestanti hanno abbattuto le effigi del clero islamico, bruciato centinaia di moto dei basigi, i miliziani del regime intervenuti per reprimerli, e dato l’assalto ai palazzi del potere: tribunali, caserme della polizia, prefetture. In una cittadina del Sud i dimostranti hanno preso il controllo dell’amministrazione locale. Nella città industriale di Isfahan gli operai di una fonderia sono entrati in sciopero.

A scendere in strada sono soprattutto proletari, che esprimono il loro risentimento per il peggiorare delle loro condizioni di vita (metà della popolazione è ufficialmente sotto la soglia della povertà) mentre i capitalisti e il ceto del potere islamico si arricchiscono sfrontatamente, anche tramite la corruzione dilagante. I benefici della fine delle sanzioni a seguito dell’accordo sul nucleare iraniano, con la ripresa degli investimenti esteri (Francia, Germania, Italia, Cina, ecc.) soprattutto nell’estrazione di petrolio e gas sono andati ai soli detentori del potere, non ai proletari, i cui salari sono falcidiati da inflazione e disoccupazione. Nei mesi scorsi c’era stata una successione di scioperi e proteste di lavoratori pubblici e privati per il mancato pagamento di salari e stipendi, con mesi di arretrati. Sotto la patina della religiosità di Stato i lavoratori hanno imparato a vedere l’ipocrisia di una borghesia, privata e statale, civile, clericale e militare, che si è arricchita sulle loro spalle. Un filmato dalla città di Arak mostra il tentativo di un filo-clericale di inserirsi in una manifestazione con l’altoparlante sul furgone che lancia lo slogan “Allah achbar”: nell’illusione di replicare l’operazione Khomeini, gestita dai paesi del G-7 nel 1979, per deviare la rivoluzione dal binario sociale anticapitalista a quello dell’islam politico, ma i manifestanti lo coprono di insulti continuando a gridare i loro slogan, finché non lo mettono a tacere. Tra gli slogan gridati anche quelli contro l’intervento militare in Siria e in Iraq, con il cui costo il regime giustifica la necessità di stringere la cinghia.

Iran-proteste

In queste prime giornate è prevalsa la spontaneità dei gruppi locali, che si è propagata con la velocità di Telegram che ha trasmesso le immagini da un luogo all’altro. Il blocco dei social media e di internet da parte del governo è arrivato quando era ormai troppo tardi per impedire l’estensione del movimento, anche se può ostacolare il collegamento tra le varie città.

Il governo ha inizialmente reagito con cautela, limitandosi a manganelli e lacrimogeni, nella speranza che il movimento si smorzasse davanti alle parole concilianti di Rouhani, ma con l’intensificarsi delle proteste non ha esitato a usare proiettili letali e mentre scriviamo si contano 23 morti ufficiali (di cui due poliziotti) in varie città, centinaia di feriti e migliaia di arresti, di cui 450 arresti ufficiali nella sola Tehran.

Mentre i paesi europei, la Cina e la Russia, che hanno ripreso a fare affari in Iran e tifano per la stabilità, tacciono imbarazzati, Trump cerca di utilizzare i moti anti-regime per sostenere la sua politica di isolamento dell’Iran, che è anche volta a contenere gli imperialisti suoi concorrenti nella regione. Ora Khamenei accusa “i nemici esterni” di finanziare, organizzare e armare i dimostranti per giustificare una repressione spietata di classe e darle una patina nazionalista. È la stessa menzogna usata contro i consigli operai in Ungheria nel 1956 e contro tutti i sollevamenti proletari; certo gli USA di Trump (diversamente da Obama nel 2009, di fronte a uno scontro interno al regime che aveva mobilitato strati intermedi) cercheranno di influenzare il movimento di opposizione al regime, ma nessuno può far credere che centinaia di migliaia di manifestanti in decine di città, siano stati spinti e manovrati dagli agenti segreti di qualche potenza a scendere in piazza a rischio della propria vita.

Non è certo da Trump che gli oppositori proletari del regime possono aspettarsi un aiuto. Se non si affermerà in breve tempo in Iran un’organizzazione in grado di guidare il movimento proletario su posizioni anticapitaliste e internazionaliste,  esso sarà stroncato nel sangue come già avvenne a quello molto più vasto e potente del 1979. Il Partito Comunista Operaio formatosi in seguito a quella rivoluzione, duramente represso dal regime islamico e divisosi in più organizzazioni dopo la morte del suo fondatore, si trova di fronte a questa storica sfida.

Se il nostro cuore batte per i rivoluzionari proletari iraniani, la cui lotta è la stessa dei proletari che in tutto il mondo si battono contro lo sfruttamento e l’oppressione, se la nostra speranza è che questo movimento sia capace di mettere solide radici dentro la classe lavoratrice iraniana e affrontare il potere clerical-borghese da una base più solida, dobbiamo constatare che la debolezza organizzativa dei comunisti internazionalisti, in Italia come in altri paesi, non ci permette di dare un apporto di aiuto concreto, di sviluppare  lotte che possano affiancare quella dei proletari iraniani. È un’altra prova dell’urgenza di lavorare per la costituzione di un’area internazionalista, una nuova “sinistra di Zimmerwald” in Italia e nel mondo.

Pagine Marxiste, 4 gennaio 2017

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Long live the struggle of Iran’s proletarians against the regime of the ayatollahs!

In Iran, protest demonstrations, which began on Thursday 28 December in Mashad, the second largest city in the country, quickly spread to about sixty cities, giving vent to an anger compressed for decades and a hatred of the Islamic regime hitherto kept hidden by a capillary system of control and repression. The spark that caused the explosion was the increase in food prices such as eggs and chicken meat, but the discontent had long been under the ashes, and had exploded during the mining disaster in the Golesthan last May (33 miners dead), when President Rouhani’s media catwalk had turned into a hastily flight under the insults of the miners, beating and trampling on his armored car.

The demonstration started with slogans against the Rouhani government, so much so that some commentators tried to see the hand of the “ultraconservative” wing that lost the last elections, but soon after the slogans prevailed against the Islamic, in both its “conservative” and “reformist” versions, in particular against the “spiritual guide” Khamenei, despite those who offend this man who is “in direct contact with God” risk the death penalty. The protesters have knocked down the effigies of the Islamic clergy, burned the  motorbikes of basiji, the regime’s militiamen intervened to repress them, and assaulted the palaces of power: tribunals, police barracks, prefectures. In a small southern town demonstrators took over the local administration. In the industrial city of Isfahan the workers of a foundry went on strike.

It is mainly proletarians that took the streets, expressing their resentment for the worsening of their living conditions (half of the population is officially below the poverty line) while the capitalists and the elite holding Islamic power are shamelessly enriched, also through rampant corruption. The benefits of the end of sanctions following the Iranian nuclear agreement, with the resumption of foreign investments (France, Germany, Italy, China, etc.) above all in the extraction of oil and gas have only gone to the advantage of the holders of the power, not to the proletarians, whose wages are decimated by inflation and unemployment. In recent months there has been a succession of strikes and protests by public and private workers against non-payment of wages and salaries, with months of arrears. Under the pious veneer of state religiousness workers have learned to see the hypocrisy of a private and state bourgeoisie, both civil, clerical and military, which has enriched itself on their shoulders. A video from the city of Arak shows the attempt of a pro-clerical activist to influence a demonstration by launching the slogan “Allah achbar ” trough a loudspeaker on his van, in the illusion of repeating the operation Khomeini, planned by the G-7 countries in 1979, to divert the revolution from its social and anti-capitalist track to the political Islam, but protesters shower him with boohs and insults, until he falls silent. Among the slogans chanted are also some against military intervention in Syria and Iraq, with the cost of which the regime justifies the need to tighten belts.

In these first days the spontaneity of the local groups has prevailed, and the movement spread with the speed of Telegram transmitting images from place to place. The government’s blocking of social media and the internet came when it was too late to prevent the spreading of the movement, but it can hinder connections between cities.

The reaction of the government was initially cautious, with the use of batons and tear gas in the hope that the movement would quench itself in front of the conciliatory words of Rouhani but, as the protests have intensified, it has not hesitated to use lethal bullets; as of today we have news of 23 official dead (of which two policemen) in various cities, together with hundreds of injured and thousands of arrests, of which 450 in Tehran alone.

While the European countries, China and Russia, which have resumed business in Iran and are in favour of stability, are embarrassed and keep silent, Trump tries to use the anti-regime uprising to support his policy for the isolation of Iran, which is also aimed at containing the presence of its competitors in the region. Now Khamenei accuses “external enemies” of funding, organizing and arming the demonstrators to justify a ruthless class repression and give it a nationalist hue. This is the same falsehood used against Hungarian workers’ Councils in 1956 and against all proletarian uprisings. Certainly, Trump’s U.S. (unlike Obama in 2009, in the face of a struggle within the regime that mobilized middle class layers) will attempt to influence the opposition movement against the regime, but nobody can plausibly maintain that hundreds of thousands of protesters in dozens of cities and towns have been pushed and manipulated by the secret agents of some power to take the streets at the risk of their lives.

But it is not from Trump’s agents that the proletarian opponents of the regime can expect help. If an organization capable of guiding the proletarian movement with anti-capitalist and internationalist positions does not born soon in Iran, the movement will be put down with bloodshed, as it already occurred with the much larger and more powerful movement of 1979. The Worker Communist Party of Iran, formed following that Revolution and harshly repressed by the Islamic regime, and subsequently split into different organizations after the demise of its founder, is now facing this historical challenge.

If our heart beats for the new proletarian revolutionaries, whose struggle is the same as that of proletarians fighting against exploitation and oppression all over the world, if our hope is that this movement is capable to grow inside the Iranian working class and confront the bourgeois-clerical power from a stronger basis, we must admit that the organizational weakness of internationalist communists, in Italy as in other countries, does not allow us to make a contribution of concrete help, to develop struggles that can support the proletarian movement in Iran. It is another proof of the urgency of working for the establishment of an internationalist area, a new “Zimmerwald Left” in Italy and internationally.

Pagine Marxiste – Italy

January 4, 2017

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