A Tunisi ipocrisie e trattative a spese di lavoratori e immigrati

La partita nord africana nel contesto internazionale

Può sembrare strano ma per capire cosa è successo durante il viaggio in Tunisia di Meloni, Von der Leyen e Rutte, occorre riferirsi alla guerra in Ucraina. Con questa guerra, gli Stati Uniti sono riusciti, almeno temporaneamente, a incidere sui rapporti tra Europa occidentale (Germania in testa) e Russia, sventando il rischio della formazione di un blocco eurasiatico. Ma ciò ha spinto gli imperialismi europei verso l’Africa, alla ricerca delle risorse energetiche e minerarie che non arrivano più dalla Russia. In questo “ritorno all’Africa” l’Italia ha una posizione geografica privilegiata e il governo Meloni ha proseguito sulla linea “attivista” di Draghi. Il teatro africano è però oggi molto più affollato che prima dell’intervento in Libia (2011), tra militari russi della Wagner e  soldati sotto egida ONU; industriali, costruttori, finanzieri e commercianti; cinesi, russi, indiani e petro-monarchie del Golfo.
L’imperialismo italiano, già battuto in Tunisia da quello francese a fine ‘800, ora cerca l’espansione con la copertura UE e d’intesa con Francia e Germania, anche se gli sgambetti non sono esclusi. In attesa del tanto strombazzato “Piano Mattei” (che evoca improbabili velleità anti-americane da parte di uno dei governi più atlantisti del dopoguerra), l’Italia dei padroni ritenta la conquista di un “posto al sole”, un sole da
trasformare in elettricità per far marciare l’Europa (mentre l’ENI continua ad esplorare il sottosuolo e l’offshore). Ma anche in questa nuova “scramble for Africa” (mischia per l’Africa) accelerata da una guerra in Europa, la corsa dei capitali è, e sempre più sarà, scortata da quella delle armi.

Governo italiano e partita energetica nei viaggi a Tunisi

Nel marzo di quest’anno dopo i fruttuosi viaggi in Algeria, Libia e l’intesa con l’Egitto, Meloni aveva ribadito la sua ambizione di trasformare l’Italia in un «hub» energetico per tutta l’Europa, facendo da ponte fra Africa ed Europa, diventando così un “perno” vitale della politica europea nel Mediterraneo. In Tunisia erano andati il Ministro degli Esteri Tajani e quello degli interni Piantedosi (cfr. PM 52 “Il governo italiano fra guerra e affari”).

In tutti questi viaggi  si è parlato in parallelo di risorse energetiche e migranti. E se il secondo tema viene agitato dalla destra italiana per compattare il proprio elettorato, è sul primo che si appuntano le attenzioni del grande capitale di cui Meloni è, in questo momento, l’interprete politica.[i]

Questo piano di Meloni incontra una spinta europea che va nello stesso senso e che si concretizza nei progetti di ammodernamento dei trasporti grazie al PNRR concordato con la UE, cioè legare il Nord Europa alle fonti energetiche africane attraverso l’Italia dalle Alpi alla Sicilia.[ii] Per ora si pensa alle forniture di gas, ma si guarda anche oltre, cioè alla decarbonizzazione e alla elettrificazione.

La presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen ha dichiarato di lavorare a un memorandum d’intesa sulle energie rinnovabili con la Tunisia, che “ha un enorme potenziale” in questo campo. La Ue il prossimo autunno organizzerà un forum per convogliare in quel paese investimenti anche privati su questo progetto di portare energia elettrica dalla Tunisia all’Europa. L’Italia ha già inaugurato un impianto fotovoltaico a Tataouine, realizzato in joint venture da Eni e Etap, la società statale tunisina di elettricità.

 Sempre Von der Leyen ha definito “una pietra miliare” il progetto per l’interconnettore elettrico ELMED, un cavo sottomarino che collegherà Partanna (Trapani) in Sicilia a Capo Bon in Tunisia. Questo “ponte” energetico sarà realizzato dall’italiana Terna e dalla tunisina STEG. È previsto un investimento di   850 milioni di euro: di questi oltre 307 saranno finanziati dal Connecting Europe Facility (CEF), il fondo dell’Unione europea destinato allo sviluppo di progetti che mirano al potenziamento delle infrastrutture energetiche comunitarie.[iii]

Affari a spese dei migranti

Meloni aveva un mandato europeo già durante il primo viaggio a Tunisi  il 6 giugno,[iv]  che è proseguito nella missione dell’11 giugno, quando  è tornata a Tunisi con Von der Leyen, e il primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte. Sul tavolo l’offerta al presidente tunisino Kais Saied di un prestito a tasso agevolato di circa un miliardo di euro, di cui 100 milioni a fondo perduto per bloccare i migranti che partono dalla Tunisia, un fenomeno che si è accentuato negli ultimi tre mesi.[v] Si tratterebbe di un “accordo fotocopia” di quelli firmati da Minniti con la Libia e dalla UE con la Turchia.  Con una “aggiunta” voluta da Meloni: si chiede a Saied di riprendersi i tunisini a cui è stato rifiutato il diritto d’asilo.[vi] Come se la Tunisia fosse “un porto sicuro”, quando è noto che dopo il colpo di stato del 2021 si criminalizzano e si arrestano gli oppositori, i giudici, i giornalisti; mentre i diritti umani sono sempre meno tutelati.

Meloni ha ipocritamente espresso la speranza di un accordo “che consenta alle persone di non dover scappare dalle loro case, dalle loro famiglie, dalle loro terre perché non hanno un’alternativa”. Ma Saied, forse per alzare il prezzo, l’ha “gelata” dichiarando che ospitare in Tunisia migranti in cambio di somme di denaro è una pratica disumana e inaccettabile. Peccato che Saied abbia appena scatenato in Tunisia una vergognosa caccia alle streghe a danno dei migranti subsahariani additati ai tunisini come agenti di una cospirazione internazionale per modificare il «carattere demografico della Tunisia».  Lollobrigida, il ministro dell’agricoltura di Forza Italia, ha detto le stesse cose contro gli immigrati in Italia. Di fronte a una situazione interna di aumento dei prezzi e peggioramento netto delle condizioni di vita, Saied fa degli immigrati in transito il capro espiatorio, per scongiurare nuove proteste di piazza. Le ultime in marzo 2023 hanno attaccato il governo per l’inflazione fuori controllo, per l’arresto degli oppositori, ma anche per questa campagna razzista. Si era protestato in tutte le città tunisine anche in gennaio e in febbraio 2023.

Quindi fiumi di ipocrisia da parte italiana e da parte tunisina, che forse potevano passare inosservati, ma non ora, a pochi giorni dal gravissimo disastro di Pylos, 600 immigrati morti nell’indifferenza delle autorità greche e con ancora vivo l’eco dei morti di Cutro. Non certo gli unici ma i più gravi episodi che confermano la linea scelta dalla “democratica” Europa: accordarsi anche con i peggiori dittatori per bloccare a proprio piacimento il flusso di disperati, farli morire in mare o consegnarli ai lager sulle coste africane. Linea rispetto alla quale il governo italiano e il governo greco giocano a fare i primi della classe.

L’Italia “mediatrice” fra Tunisia, Usa e FMI

L’Italia si è proposta come mediatrice nei confronti del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, nell’ottobre 2022, aveva negoziato col governo tunisino un prestito di 2 miliardi di $ in cambio di una serie di riforme, prestito di cui non si è fatto nulla per ora, perché Saied ha rifiutato la proposta considerandolo un diktat.[vii]

E infatti Taiani, sempre l’11, è andato in missione negli Usa per esplorare i margini di trattativa che ci sono con gli Usa riguardo al prestito del FMI. Il trio Meloni Tajani Crosetto ha rilasciato interviste preparatorie a raffica su un tema principale:  “Sostenere l’Africa significa anche impedire l’offensiva politica della Cina e militare dei russi”. Si invitano gli Usa a partecipare agli investimenti in nord Africa, una specie di piano Marshall bis e ad aumentare la presenza della Nato nel Mediterraneo. E Crosetto si sbilancia a dire che “Se non agisce, l’Europa lascerà l’Africa sotto l’influenza di Russia e Cina, che vogliono sfruttarla proprio come i colonialisti europei un secolo fa”. Da uomo di Finmeccanica-Leonardo è davvero senza vergogna. Ciliegina sulla torta di questo ragionamento: se gli Usa non si muovono, Saied può rivolgersi altrove, infatti la Tunisia ha già fatto domanda di aderire ai BRICS[viii] e spera di ottenere prestiti agevolati da quella parte. Molti commentatori americani sono scettici (cfr. https://www.startmag.it/mondo/tunisia-brics/), fanno notare che Algeria e Egitto stanno facendo anticamera da un po’ e sono paesi più importanti e stabili della Tunisia. Inoltre il governo Usa sta aspettando con comprensibile interesse le decisioni del governo Meloni riguardo alla conferma o meno degli accordi con la Cina firmati al tempo del Conte I. Biden ha chiesto all’Italia di uscire dalla “Via della Seta”, ma Meloni sta palesemente “tergiversando”.

La situazione sociale e politica in Tunisia.

 Le grandi famiglie imprenditoriali tunisine sono state le principali beneficiarie della cacciata di Ben Alì nel 2011. Prudentemente assenti dalla scena politica hanno lasciato a operai, giovani e donne l’onore e l’onere della battaglia contro il regime corrotto, salvo poi approfittare della nuova “democrazia” liberista per impadronirsi a prezzi di favore delle imprese confiscate al clan sconfitto. Mentre le dirigenze sindacali dell’UGTT “tenevano buone” le classi sfruttate additando come obiettivi appunto la democrazia parlamentare, nel 2013, le frazioni borghesi laiche e islamici moderati raggiungono un accordo di scambio che ha il doppio scopo di garantire gli affari della grande borghesia e bloccare le lotte popolari. Le proteste finiscono schiacciate nel sangue con 140 morti lasciati sul terreno, in linea col passato pre-rivoluzione.  L’accordo delle classi dominanti è perfezionato con l’alleanza fra Ennahda e Nidaa Tounes, dopo le elezioni del 2014. Si inaugura un periodo d’oro per gli affaristi, pubblici e privati, che possono accedere a prestiti agevolati, appalti proficui, evadere nella totale impunità le tasse, vedere annullate le imputazioni per corruzione ecc. Nel contempo si prosegue con l’apertura al capitale francese e italiano e con una linea liberista spinta. Bassi salari e buon livello di istruzione sono ciò che attira gli investitori esteri in Tunisia. Moltissimi giovani, anche laureati e diplomati, sperimentano la disoccupazione, ma anche la sottooccupazione, il vivere di espedienti, “invisibili” alle statistiche.

Su 12 milioni di abitanti la forza lavoro è rappresentata da 4,4 milioni di persone: il 30% impiegata nell’industria, l’8% nell’agricoltura e il resto nei servizi. Nella fascia d’età 14-65 anni la popolazione attiva non arriva al 50%. Un tasso piuttosto basso, che viene spiegato con la modesta partecipazione delle donne al mercato del lavoro (27%). Ma che meglio si spiega, come in Italia, per il peso del lavoro “informale” (nero, precario, giornaliero ecc.), un lavoro comunque non associato a un contratto o a un salario definito e garantito.   Solo il lavoro nel settore pubblico è regolamentato. Nel privato c’è una forte mobilità in entrata e uscita, volatilità salariale, precarietà e sostanziale mancanza di tutele. L’UGTT, con i suoi 700 mila iscritti, rappresenta e tutela, prevalentemente, i lavoratori pubblici, per i quali anche i governi hanno da sempre un occhio di riguardo.

L’80% del PIL è prodotto nelle regioni della costa dove si concentrano turismo, banche, industrie, commercio con l’estero. Nell’interno c’è solo agricoltura a conduzione familiare e piccolo commercio. Le regioni della costa godono di servizi quasi a livello europeo. Nelle regioni dell’interno i trasporti sono penosi, l’acqua potabile e l’elettricità non sempre garantite, l’istruzione scadente, l’assistenza sanitaria quasi assente.

Questo modello di sviluppo (contrapposizione fra lavoratori statali e lavoratori del privato; pesanti differenze regionali) caratterizza la società tunisina da Bourguiba a oggi ed ha sempre costituito un grande vantaggio e per la borghesia tunisina e un evidente problema politico per la classe dei lavoratori.

Non a caso moti e rivolte si concentrano nelle banlieue delle grandi città e nelle regioni dell’interno.  Sono vivaci nel 2015 e 2016, poi riesplodono nel 2018. In quell’anno il salario medio è di circa 160 $ al mese, mentre il minimo vitale per una famiglia di 3 persone è di 240$ (New York Times, 9 gennaio). Il tasso di analfabetismo è cresciuto al 32%, la disoccupazione giovanile è del 35%, il 40% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, l’assistenza sanitaria non è più gratuita, nelle famiglie di lavoratori manuali si consuma carne una volta al mese.

Lo stato controlla ancora una fetta consistente dell’apparato produttivo dell’economia, i partiti al potere hanno potuto spartirsi il bottino delle risorse statali. Le briciole di questi fondi sono state utilizzate per concedere piccoli aumenti stipendiali e indennità nel settore pubblico, ma anche assunzioni degli amici degli amici, una politica clientelare tradizionale in Tunisia, che consente un gioco di squadra fra governo e il più grande sindacato tunisino, l’UGTT, che ha sua volta garantisce un controllo delle tensioni sociali, ottenendo in cambio vantaggi economici e di agibilità. Il costo dei dipendenti pubblici (passati, fra 2011 e 2019, da 90 a 620 mila) e il sostegno dei prezzi dei beni di prima necessità, tenuti artificialmente bassi, sono stati assorbiti dal bilancio statale, ma a prezzo di un continuo aumento dell’indebitamento pubblico.

La profonda delusione si traduce nel 2019 in una frammentazione del quadro parlamentare, dove non si riesce a costruire una maggioranza. Ecco allora la soluzione “populista” rappresentata dall’elezione a presidente di Kais Saied, che cavalca la protesta popolare, si presenta come “l’uomo forte” che raddrizzerà la barra. Viene votato dai delusi, soprattutto giovani e disoccupati ed è per la borghesia tunisina l’arma di riserva per controllare la crescente indignazione.

Il Covid fa precipitare la situazione: dimostra tutta l’inadeguatezza del sistema sanitario, ma soprattutto azzera il turismo (dove i primi ad essere lasciati a casa sono i lavoratori “informali”) e provoca il forte calo delle rimesse degli immigrati. Ripartono le agitazioni, la polizia reagisce con violenza, aumentano a dismisura gli arresti. Il 25 luglio  2021 Saied, forte dell’appoggio dell’esercito, opta per un vero e proprio colpo di stato. La risposta ai problemi sociali è ancora una dura repressione, arresti e detenzione in condizioni inumane. L’unica soluzione concreta, l’emigrazione, è contrastata per mantenere rapporti cordiali con l’Europa.

I padrini europei del dittatore tunisino

Chi attribuisce al colpo di stato padrini tutti interni al mondo arabo (Al Sissi, gli Emirati arabi), trascura volutamente la forte influenza economia e politica della Francia (ex potenza coloniale) e dell’Italia (che fra le altre cose nel 1987 impose al governo Ben Alì). Per questi due paesi e per la UE sono in gioco investimenti, export, oleodotti e flusso di materie prime; ma anche la necessità di tenere sotto controllo i flussi migratori e di preservare porti e rotte nel Mediterraneo dall’incombente penetrazione di Russia e Cina.

Per questo Meloni ha ottenuto la piena approvazione europea nella sua spedizione di puntello del regime di Saied, passando sopra anche alle diatribe con Macron (il 7 giugno Mattarella, a Parigi per inaugurare una mostra, ha rispolverato il patto del Quirinale nell’incontro con il presidente francese).

La situazione dei giovani e dei proletari tunisini

È evidente che in Tunisia c’è un grande potenziale di lotta (molti giovani, tradizioni a proteste dure e prolungate, condizioni di vita in continuo peggioramento), ma è un potenziale che non è sostenuto e indirizzato da una organizzazione con un programma di classe (del resto saremmo meglio preparati noi in Italia rispetto a una svolta autoritaria?). I giovani delle periferie scendono in piazza, ma la polizia li reprime immediatamente. Si protesta a piccoli gruppi, non coordinati. Si protesta per un posto di lavoro, per l’acqua, per il caro vita, ma mancano rivendicazioni di largo respiro dal basso. Si concentrano gli attacchi contro la corruzione dominante e la malavita che si insinua in tutti i corpi dello stato, chiedendo dignità, una rivendicazione morale ma non tradotta in termini politici.

Pesa anche l’eredità politica del passato: per molti lavoratori il nazionalismo e il socialismo sono stati sinonimi, nel passato e anche ora, tanto da essere facilmente strumentalizzati dai partiti borghesi. Una repressione durissima che dura da decenni e che ha via via decapitato il movimento dai leaders più sinceramente internazionalisti o anche solo consapevoli dei rapporti di classe. Differenze regionali, di impiego e di reddito rendono complesso unificare le lotte, infine la stessa giovinezza di chi in ogni generazione protesta è un vantaggio ma può essere un limite. Soprattutto se non c’è stata nel tempo la formazione a un ideale di classe e rivoluzionario, un passaggio di esperienza da una generazione all’altra. L’operazione gattopardesca che ha consentito alle élites economiche di conservare tutto il loro potere prima e dopo il 2011 è stata ricostruita e compresa fra i tunisini della diaspora, ma in patria è rimasta nel chiuso del dibattito delle aule universitarie, non è stata impugnata come strumento di formazione dei giovani e dei lavoratori. Le lotte, generose e vivaci, restano troppo spesso alla stregua di sommosse che lasciano morti sul terreno ma non fanno avanzare di un passo l’organizzazione del proletariato. Ma quello che manca soprattutto è l’attenzione da parte del proletariato al di qua del mare. Quello di cui ci sarebbe bisogno è una solidarietà internazionale degli sfruttati, che non si limiti alla frettolosa pietà per i morti in mare, ma che nutra una indignazione di lungo periodo, sostenuta da un piano e una organizzazione. A partire da noi, qui Italia.[ix]


[i] In Algeria l’Eni progetta lo sfruttamento di nuovi giacimenti. In Libia Eni e la NOC libica hanno firmato un contratto da 8 miliardi di $ per lo sfruttamento di due nuovi giacimenti offshore. Da Al Sissi sempre l’Eni ha ottenuto il diritto di esplorazione offshore su 800 kmq del mare prospiciente l’Egitto. Sul suolo tunisino passa il gasdotto Trasmed che trasporta in Italia in gas algerino e l’Eni è presente nella lavorazione di derivati del petrolio.

[ii] Per approfondire cfr. https://www.combat-coc.org/le-infrastrutture-nel-pnrr-parte-i/ , in particolare la nota 8.

[iii] https://www.africarivista.it/tunisia-un-potenziale-hub-energetico-per-leuropa/213471/

[iv] Il mandato è stato certamente definito nella riunione di Meloni con von der Leyen e l’olandese Rutte a Chisinau il 1° giugno, al secondo vertice della Comunità politica europea.

[v] La Tunisia sta diventando infatti un punto di partenza importante per i migranti: sui 45.380 migranti sbarcati sulle coste italiane da inizio 2023 sino al 12 maggio, circa 17 mila provenivano dalla Libia e 16 mila dalla Tunisia, principalmente da Sfax. I tunisini sono stati solo 3,266, la maggior parte dei migranti viene dall’Africa sub-sahariana.

[vi] L’8 giugno i 27 governi della Ue hanno varato una riforma del regolamento di Dublino, in cui il governo italiano ha fatto inserire una modifica che rende più facile rimpatriare i richiedenti asilo in “paesi terzi” dopo un rapido esame della richiesta di asilo.

[vii] L’obiettivo di Saied è di ottenere o un azzeramento o almeno una ristrutturazione del debito estero. E si fa forte del sostegno dei partiti in Parlamento, scottati dal fatto che nelle ultime elezioni (gennaio 2023) ha votato solo l’11% dei potenziali elettori. Anche il ricercatore e giornalista Fadil Aliriza, in un rapporto pubblicato nel 2020 dalla fondazione tedesca Friedrich Ebert, ha denunciato gli effetti drammatici delle politiche di austerity volute dal Fmi e dalla Banca. Anche di recente il Fondo monetario internazionale ha chiesto la fine dei sussidi di stato sui beni di prima necessità, un aumento delle entrate fiscale con una stretta contro gli evasori, la privatizzazione delle società pubbliche (più di 100), fortemente indebitate.

[viii] I Brics, acronimo derivante dalle iniziali degli stati membri Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, è un organismo nato in polemica contro il peso dei paesi occidentali, in particolare gli Usa, dentro il FMI. Rappresentano oltre 3,2 miliardi di persone. Terranno il loro 15° summit in agosto 2023. Hanno già chiesto di aderirvi l’Algeria, l’Egitto, l’Uruguay, gli Emirati Arabi Uniti e il Bangladesh.

[ix] Per chi vuole approfondire segnaliamo:

Tunisia-alleg.3-Breve-storiaDownload per una breve storia della Tunisia moderna,

Tunisia-alleg.2-Evoluz.-partiti-post-2011Download per ricostruire gli avvenimenti politivi dopo il 2011

Tunisia-alleg.4-lotte-e-organizzazioneDownload su lotte e organizzazioni sindacali

Tunisia-Alleg.1-Affari-e-politicaDownload sulla spartizione del potere economico e politico fra grandi famiglie

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