Covid, scuola, mercato del lavoro – Parte prima

Vedi anche l’articolo successivo: Covid, scuola e diseguaglianze – Parte seconda

In Italia è diffusa la percezione che, dall’inizio della pandemia, tutti i politici abbiano parlato molto di scuola per farne una palestra strumentale per le loro liti, ma siano sempre stati per lo più pronti a sacrificarla, come si fa per i settori meno “strategici”. C’è stato un ripensamento parziale nella seconda fase, ma più per la pressione dei genitori che per scelta coerente.

Perché la scuola è stata chiusa con tanta facilità?

Naturalmente la scuola non è produttiva, non genera profitto, gli studenti intasano i trasporti.

Però forma i lavoratori di domani.

Una parziale spiegazione ci può venire da alcuni dati forniti da Eurostat, che dimostrano come in Italia nell’ultimo decennio l’occupazionesta crescendo fondamentalmente nei settori a bassa qualificazione della forza lavoro. Fra il 2011-2019 l’unico aumento consistente di occupazione in Italia si è avuto nel commercio e nella ristorazione o in lavori non qualificati dei servizi.

In Italia aumentano i corrieri, i magazzinieri, i commessi, i camerieri, i commessi, gli addetti alla logistica ma calano gli ingegneri e i tecnici. Si configura un capitalismo che perde colpi nei settori più avanzati (nell’informatica ad es. ma anche in molti settori industriali) e che deve sempre più ottenere il suo profitto non dall’innovazione o dagli investimenti, ma dallo sfruttamento della manodopera a basso costo.

Se negli anni ’60-‘70, in presenza del boom economico, c’è stato un grande sforzo di scolarizzazione di massa, via via che l’Italia, , salvo qualche settore di nicchia, ha perso il treno dei settori ad alto livello tecnologico, l’istruzione è diventata un settore da tagliare per il pareggio del bilancio piuttosto che essere parte di un progetto per innalzare il livello medio di formazione.

Già prima del Covid, l’Italia era, in Europa, il fanalino di coda per quanto riguarda l’istruzione, sia per gli investimenti sia per il livello di scolarizzazione, in particolare della forza lavoro (nota 1).

Quello che ci dicono i dati, del resto, è che l’Italia è il paese dove il livello d’istruzione “paga” meno in termini di salario o stipendio (nota 2).

Non a caso, in molte famiglie italiane c’è la diffusa convinzione che raggiungere alti livelli di istruzione non serva per trovare un buon lavoro, meglio una buona raccomandazione.

Per lo stesso motivo, siamo anche il paese avanzato che più esporta laureati e diplomati, che gli altri paesi sono ben lieti di assorbire, visto che questo permette alla loro borghesia di risparmiare sulla formazione e di incassarne il plusvalore prodotto (nota 3).

Un modello capitalistico basato su meno istruzione e bassi salari

Per i lavoratori tutto questo ha significato una riduzione delle occupazioni ad alto salario e un aumento di contratti precari, lavori malpagati con orari sempre più lunghi, spesso in attività e aziende più piccole e vulnerabili. Dove è difficile sviluppare la solidarietà sindacale, dove, già prima del Covid, non era garantita la sicurezza e dove adesso non sono rispettati i protocolli anti pandemia.

E’ frequente leggere sui nostri quotidiani il lamento dei soloni dell’economia sul fatto che in Italia arrivano prevalentemente gli immigrati con più basso tasso di istruzione o privi di qualsiasi qualificazione. Non si capisce di che si stupiscano, visto che i salari italiani attualmente sono fra i più bassi in Europa e la tendenza non è al miglioramento; quando poi ospitiamo ad es. una ucraina laureata la impieghiamo come colf o come badante. Quasi tutti gli stranieri con un permesso di soggiorno stabile sono sottoimpiegati rispetto al loro titolo di studio.

Il Covid rivela le falle

Tutto questo spiega perché in Italia, a tutti i livelli, dal governo alle Regioni ai Comuni, si è stati così disinvolti nel chiudere le scuole (totalmente fra marzo e giugno, a macchia di leopardo e parzialmente nella seconda ondata). Francia, Gran Bretagna, Germania hanno preso misure anche drastiche, ma le scuole sono state le ultime a chiudere, non per particolare sensibilità sociale, ma per poter costringere più agevolmente i genitori a lavorare. Un nodo specifico del problema è che in quei paesi la quota delle donne che lavorano è più alta. In Italia semplicemente si è scaricato il problema sulle famiglie, in particolare sulle donne lavoratrici, che ne hanno fatto le spese (vedi RIQUADRO).

In autunno si è riaperto, ma come in molti paesi europei non si sono fatti i tamponi a tappeto nelle scuole. Per quanti volonterosi sforzi siano stati fatti dentro le scuole per renderle sicure, gli studenti, soprattutto delle secondarie, sono diventati veicoli, non unici certo, ma significativi, di trasmissione del virus, soprattutto per l’inadeguatezza dei trasporti e gli assembramenti in strada. L’esplosione dei contagi fra i giovani per un po’ è stata negata. I dati forniti dalla Pubblica Istruzione passavano direttamente al ministro della Sanità, che li ha resi pubblici solo a metà novembre (nota 4). La reazione è stata prima il “fai da te” di Comuni e Regioni, poi le note zone (rosse gialle arancioni) che in qualche caso hanno “salvato” nidi, materne, elementari e prima media. Quindi più di 4 milioni di studenti sono tornati alla DAD.

Come ci si era preparati a questa ripresa? Nel periodo estivo l’attenzione della politica per quanto riguarda la scuola si è concentra sui… banchi a rotelle, che sono stati acquistati in gran numero, assieme a fiumi di disinfettante e mascherine in quantità (diventando, scrisse il Sole 24 ore, una sorta di “feticcio”).

In cambio non si sono assunti insegnanti in più, non si sono reperiti nuovi spazi, non si è affrontato il problema dei trasporti, non si sono creati i richiesti presidi sanitario fissi nelle scuole (un medico o un infermiere che sorvegliasse l’applicazione dei protocolli e procedesse a tamponi rapidi se necessario ), non si è rafforzata la quota di collaboratori che sanificassero adeguatamente e sorvegliassero il rispetto delle distanze fuori dallo spazio classe.

Soprattutto non ci si è attivati a livello centrale (ma si è scaricati l’onere e la responsabilità sui singoli istituti) per risolvere le storture e le carenze della DAD, verificate prima dell’estate sulla pelle degli studenti, dei docenti e delle famiglie. A questo dedicheremo il prossimo articolo.


RIQUADRO 1 – GENDER GAP, covid e lavoro

Parlando di scuola il pensiero corre subito al fatto che fra i lavoratori della scuola le donne sono la maggioranza netta (l’82% nell’a.s. 2019-20). Ma qui vogliamo approfondire come la chiusura delle scuole è stata pagata pesantemente soprattutto dalle donne

Donne, Covid, lavoro e stress

Disponiamo dei dati esclusivamente del secondo trimestre 2020 da cui risulta che, degli 841 mila lavoratori che hanno perso il posto, 470 mila erano donne. Un identikit stilato dalla CGIL di Mestre dice che per il 73% sono donne giovani (meno di 35 anni), soprattutto con figli.

Già prima del Covid, fra i 25 e i 64 anni, delle donne senza figli lavorava il 72,1%, con almeno un figlio lavora il 53% , contro l’89,1% degli uomini; con due figli lavora il 32%.

La chiusura delle scuole, con la conseguente cura dei figli, scaricata prevalentemente sulle madri, ha peggiorato la situazione. Le lavoratrici hanno potuto usufruire soltanto di un mese di congedo parentale al 50% dello stipendio o, in alternativa, di due buoni baby sitter pari a 120 ore. Molte donne hanno perso il lavoro o sono state costrette a licenziarsi. Pesa naturalmente che buona parte dell’occupazione femminile si concentri nella sanità, case di riposo, ristorazione, commercio, turismo, settori dove ci sono scarse possibilità di smart working. D’altro canto, dove era possibile lo smart working, con i figli a casa esso si è rivelato una fatica di Sisifo.

Le varie inchieste (da quella già citata della Bicocca a quella di Save the Children, a quella dell’Istat (nota 5) sottolineano che le madri hanno dedicato anche tre ore al giorno per seguire i figli impegnati online: e per quanto riguarda lavori domestici e servizi di cura (agli anziani, ai figli disabili ecc), le donne continuano a occuparsene in prevalenza, rispetto agli uomini.

Il fenomeno dei licenziamento o degli autolicenziamenti, per ora, non ha suscitato un’adeguata protesta sindacale o politica. Alcuni manipoli di lavoratrici hanno reagito con lotte significative, che vanno generalizzate.


NOTE

Nota 1: In Italia, nel 2019, nella fascia d’età 35-64 anni, la quota di diplomati è del 62,2% contro il 78,7% della UE a 28 e l’86,6% della Germania. La percentuale di laureati è del 19,6% a fronte di una quota europea del 33,2%.

Nota 2: L’Ocse stima che in Italia i laureati fra i 25-34 anni guadagnino solo il 10 per cento in più dei loro coetanei senza una laurea. In Inghilterra una laurea comporta un 35% in più di retribuzione e in Francia quasi il 45 % in più (Espresso 19 dicembre 2019). Nella fascia d’età 55-65 anni invece il divario è molto meno evidente.

Nota 3: I dati dell’Ocse relativi alle 36 economie più grandi dimostrano che nel 2018 vi vivevano e lavoravano più di 600 mila laureati italiani, pari a circa il 6% di tutti i laureati italiani; la corrispondente quota di laureati francesi era pari al 4% del totale laureati e quella degli spagnoli pari al 2% (https://espresso.repubblica.it/affari/2019/12/19/news/laureati-in-fuga-dall-italia-tutti-i-numeri-di-un-emergenza-nazionale-1.342138). Nella fascia d’età 30-34 anni, in Europa la quota di laureati è del 40,7%, facendo la media fra il 24,6% della Romania e il 56,3% dell’Olanda. L’Italia è penultima col 27,8%. Il dato è per la Francia il 46,2% e per Spagna il 42,4%. L’Italia ha quindi ha meno laureati giovani, ma non sa cosa farsene. E sono infatti i giovani ad emigrare.

Nota 4: L’Istituto superiore di Sanità ha reso noto nella popolazione da 0 a 19 anni, che coincide grosso modo con la popolazione scolastica, si è passati da 9.544 contagi registrati il 25 agosto ai 102.419 del 7 novembre, cioè dopo 2 o 3 settimane di scuola a seconda delle regioni

Nota 5: Per approfondire vedi https://www.smallfamilies.it/limpatto-negativo-della-dad-sulla-vita-delle-mamme-che-lavorano-unindagine-delluniversita-di-milano-bicocca/
https://www.istat.it/it/archivio/235619 su Conciliazione Lavoro e famiglia 2018
https://www.repubblica.it/dossier/tecnologia/rivoluzione-smart-working/2020/06/22/news/smart_working_nel_lockdown_meno_lavoro_e_piu_stress_per_le_donne-259881432/
Report Istat 22 luglio 2020 “LIVELLI DI ISTRUZIONE E RITORNI OCCUPAZIONALI