Di capitalismo si muore

In nome del profitto il capitale uccide ogni giorno in Italia più di tre lavoratori

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Vogliamo ricordare le vittime morte in Italia per il profitto del padronato per chiamare tutti i lavoratori, immigrati o italiani a reagire uniti contro queste tragedie con una parole d’ordine comuni:

  • Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro
  • garanzia del salario
  • abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi precarizzanti

Nell’ultima settimana di novembre 2016:

il 24, è morto, dopo giorni di agonia, Danilo Poggioli, aveva solo 22 anni, schiacciato da una pressa a rulli nell’azienda cartaria Italmicro.

25 novembre 2016, 4 morti in un giorno da Nord a Sud: in Valsugana, provincia di Trento, un giovane di 22 anni, Stefano Colleoni, è stato schiacciato da un carico di pannelli di 3 tonnellate in un’industria del legno; nella provincia di Napoli, a Casoria, Antonio Ferrara, è rimasto schiacciato tra due autocompattatori di rifiuti; in provincia di Cremona la terza vittima è un albanese, investito da un muletto in manovra in un cantiere di una fabbrica; la quarta vittima sull’isola d’Elba, un operaio colpito mortalmente dallo scoppio di una pompa di calcestruzzo.

29 novembre 2015, Messina: 5 operai stavano lavorando nella cisterna di un traghetto quando sono stati raggiunti da esalazioni di gas tossici. Tre sono morti, due sono in ospedale in gravi condizioni.

Viviamo in uno dei paesi più capitalisticamente avanzati del mondo … dove si muore per il profitto al ritmo di oltre tre lavoratori al giorno (nota 1).

Ogni anno nella UE, su oltre 217 milioni di lavoratori, più di 4 000 muoiono a causa di incidenti sul lavoro e più di tre milioni di lavoratori sono vittima di gravi incidenti sul lavoro (nota 2).

L’Italia registra 2,6 morti sul lavoro ogni 100mila occupati, contro la media dell’1,9 nella UE a 28 (nota 3).

Nel 2015 ci sono stati in Italia ben 1 172 morti, più di 3 al giorno, una cifra, purtroppo, sicuramente inferiore alla realtà, dato che si riferisce ai soli lavoratori assicurati, mancano cioè le vittime del lavoro nero – stimato attorno ai 3,1 milioni di persone (nota 4) e che nel Sud Italia rappresenterebbe il 40% degli occupati. Dall’inizio dell’anno al 30 novembre 2016, sono morti 562 lavoratori sui luoghi di lavoro e oltre 1280 se si considerano i morti sulle strade e in itinere (nota 5).

Siamo di fronte ad un “paradosso” per cui all’aumento della disoccupazione CORRISPONDE l’aumento degli incidenti sul lavoro. Un paradosso solo all’apparenza, perché in realtà è segno di uno sfruttamento feroce, intensificato, diffuso.

Secondo l’“Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro in Italia” dal 2008, prendendo in considerazione tutte le morti sul lavoro e non solo gli assicurati INAIL (ma senza i “morti in itinere”), c’è stato un aumento del 6,1%. Invece il numero delle vittime ufficiali, quelle registrate dall’Inail, nel 2015 è cresciuto in Italia del 16,5% rispetto all’anno precedente (nota 6).

Quali i settori nei quali si concentra il maggior numero di vittime del lavoro? Al primo posto per numero assoluto c’è l’edilizia con 132 vittime, +24%; seguono il manifatturiero con 109 vittime, +16% (nota 7), il settore trasporto e magazzinaggio 91 vittime, +23%, i servizi di alloggio e ristorazione 27, +50%.

Con il prolungamento dell’età pensionabile, la riforma pensionistica ha evidentemente contribuito in modo sostanziale agli omicidi tra i lavoratori ‘anziani’: l’incremento maggiore per fasce di età è del 42,2% per i 60-64 anni, da 83 a 118 denunce di infortunio mortale.

Anche per le malattie professionali, denunciate (!!) c’è stato un incremento del 2,6% dal 2014 al 2015.

Il fatto che, mentre aumentano le morti per lavoro, siano diminuite del 3,9% le denunce di incidenti non fa che segnalare, molto probabilmente, l’occultamento di incidenti nei numerosi rapporti di lavoro dove denunciarli significa perdere il posto di lavoro (dai voucher alle false partite IVA, al lavoro nero tout court).

La classifica delle prime dieci regioni italiane per incidenza delle morti sul lavoro sul totale degli occupati vede al 1° posto il Molise, al 2° la Basilicata, al 3° la “rossa” Emilia Romagna, al 4° Puglia, 5° Umbria, 6° Marche, 7° Sicilia, 8° Veneto, 9° Friuli Venezia Giulia e 10° Trentino Alto Adige (nota 8).

La statistica parla di “incidenti” sul lavoro, ma per stragrande maggioranza non si tratta di eventi casuali, quanto del risultato molto prevedibile di condizioni di lavoro che non rispettano il diritto alla salute. Lunghi orari di lavoro, aumento dei ritmi e salari sempre più legati alla produttività; sistemi di sicurezza rimossi o non usati per velocizzare la produzione; ambienti, strumenti e prodotti nocivi per la salute, etc. Il tutto con lo scopo di massimizzare il profitto del capitale impiegato e di battere in questo modo la concorrenza.

Quando la questione della salute nei luoghi di lavoro riesce a imporsi e trova udienza nei tribunali, dopo anni di faticosi processi, ricorsi e contro-ricorsi, la sentenza risulta spesso offensiva – perché gli imputati vengono assolti o condannati a pene lievi – nei confronti delle vittime e dei loro familiari, e ancora peggio quando i reati imputati vengono prescritti per scadenza del termine. Lo scorso settembre, nella discussione in Parlamento sul processo penale, è stato ritirato a causa di un braccio di ferro all’interno della maggioranza un emendamento “critico” che avrebbe allungato i tempi di prescrizione in caso di vittime sul lavoro.

Medicina Democratica ed AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto) (nota 9) denunciano alcuni clamorosi casi di prescrizione. (cfr. riquadro alla fine)

Pure sacrosante, queste denunce non devono far dimenticare che anche la “giustizia” è di classe. La borghesia che detiene il controllo dei vari apparati statali fa di tutto perché il sistema giudiziario non venga utilizzato contro di sé e a favore dei lavoratori, la classe che vuole mantenere sottomessa.

È esemplificativa l’assoluzione, nella sentenza di appello, per gli ex manager Pirelli, accusati di omicidio colposo per gli operai morti per amianto. Non hanno commesso “il fatto”, secondo i giudici di secondo grado – mentre in primo grado erano stati tutti condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi di carcere (nota 10).

La “Giustizia” fa il suo corso: omicidi estinti per prescrizioneEsemplare il caso del processo contro l’ETERNIT di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli.

Il primo processo, iniziato il 6 aprile 2009, si concluse il 19 nov. 2014 con la prescrizione del reato ancor prima dell’inizio del processo. In primo grado (13 gennaio 2012) si trattava di 2969 parti offese di cui 1800 decedute. Tutto è stato cancellato: il procedimento davanti al GUP, la condanna davanti al Tribunale di Torino, la successiva condanna davanti alla Corte d’Appello con i conseguenti risarcimenti per le vittime, peraltro mai erogati dal magnate svizzero Stephan Schmidheny, accusato per le morti legate all’esposizione all’amianto. Nel maggio 2015 riprende come processo “Eternit bis” con l’accusa di omicidio doloso aggravato, e per un centinaio di imputati viene prescritto il 29 novembre 2016.

Ora, esso torna alla fase delle indagini preliminari e sarà spezzettato in quattro diversi tribunali. La nuova accusa: non più omicidio volontario ma omicidio colposo plurimo. Ma la prescrizione potrebbe di nuovo scattare (entro 12-15 anni, come accadde per il primo processo Eternit, anni Ottanta, quando dei 70 casi esaminati soltanto uno arrivò in Cassazione a poche settimane dalla prescrizione. Da ricordare che a Casale Monferrato, dove Eternit aveva il suo maggior stabilimento italiano, ogni settimana si conta una vittima di mesotelioma, la patologia causata dall’esposizione alla fibra d’amianto.

E ancora, processo Tricom di Tezze sul Brenta iniziato il 2 marzo 2010, assoluzione in primo grado l’11.08.2011, condanna dalla Corte di Appello di Venezia, conferma dalla Corte di Cassazione il 13 settembre 2013 con prescrizione dei reati commessi…

Processo Marina Militare, …iniziato il 10 luglio 2008, …, con prescrizione del reato in appello il 14 luglio 2014 a danno di … xy e yz deceduti per mesotelioma nel 2002 e nel 2005.

Processo FINCANTIERI di Palermo – (sentenza in primo grado nell’aprile 2010, poi di Cassazione nel marzo 2015, e terminato con 18 prescrizioni su 62 capi di imputazione.

Processo MONTEDISON di Mantova, iniziato nel marzo 2010, prescritto…

Altro esempio, nel processo milanese contro i vertici dell’Alfa Romeo, poi Fiat, stabilimento di Arese – (ancora in fase dibattimentale) – l’allora GUP, già in fase di udienza preliminare, aveva dichiarato prescritti numerosi omicidi colposi (decessi amianto correlati).

(Fonti: Medicina Democratica e AIEIA, Left, il Fatto Quotidiano, Sole 24 Ore, La Stampa 29/30.11.’16)

Nell’aprile 2015 erano stati assolti dall’accusa di omicidio colposo per il decesso di 34 operai tutti gli imputati, otto ex manager della Franco Tosi di Legnano (tra cui il presidente di Italcementi Giampiero Pesenti).

L’opinione pubblica sembra reagire e indignarsi a caldo, quando giunge la notizia della tragedia, ma la fugace condanna del fenomeno non riesce a trasformarsi in una lotta contro le sue cause da parte della classe che ne paga i costi. Questo perché non viene riconosciuto il fattore determinante, la sete di profitto della società capitalistica.

È questa sete che bisogna colpire, per combattere contro le condizioni di lavoro che mutilano e uccidono. Alla continua e persistente denuncia caso per caso, alla mobilitazione più ampia possibile, occorre affiancare rivendicazioni condotte da un fronte unico di classe che unifichi i più larghi settori della stessa:

  • Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro
  • garanzia del salario
  • abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi precarizzanti

Nota 1: Dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro in Italia, fondato il 1° gennaio 2008 dal metalmeccanico in pensione Carlo Soricelli

Nota 2: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo … relativa ad un quadro strategico dell’UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2014-2020

Nota 3: Dati Eurostat 2012-2013

Nota 4: CGIA di Mestre, elaborazione su dati Istat, 23.11.2016

Nota 5: Dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro in Italia, fondato il 1° gennaio 2008 dal metalmeccanico in pensione Carlo Soricelli

Nota 6: I dati comprendono sia gli infortuni cosiddetti ‘in occasione di lavoro’ sia quelli ‘in itinere’ (nel tragitto casa-lavoro) L’incremento sarebbe “solo” dell’11,7% se vengono detratti coloro che sono morti “in itinere”, dati INAIL

Nota 7: Al suo interno il reparto fabbricazione dei macchinari ha quasi quadruplicato, passando da 4 a 15

Nota 8: Statistiche Morti sul Lavoro Osservatorio Sicurezza Lavoro Vega Engineering 30.09.2016 (fonte dati: INAIL)

Nota 9: 9.06.2016: “NO ALLA PRESCRIZIONE PER GLI OMICIDI SUL LUOGO DI LAVORO”

Nota 10: Fra gli ex amministratori delegati dell’azienda, Ludovico Grandi e Gianfranco Bellingeri, ma anche Piero Giorgio Sierra, lunga carriera in Pirelli e presidente per nove anni dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, di cui figura ancora nel comitato direttivo. (La Stampa, 24.11.2016)