Dietro il piano Mattei: inquiniamo a casa loro

Dopo un anno di evocazioni finalmente Meloni ha presentato il Piano Mattei al Vertice Italia Africa tenutosi il 29 gennaio nell’aula del Senato italiano. E’ un Vertice che arriva buon ultimo dopo che Francia, Cina, Giappone Russia e Regno Unito hanno tenuto analoghi vertici nei mesi passati. Giovani e vecchie potenze tutte in corsa per accaparrarsi le risorse dell’Africa. L’Italia non è fra i primi neanche come potenziale. Al primo posto per gli scambi commerciali con l’Africa c’è la Cina, seguita da India, Francia, Giappone, Germania e India (dati 2015). Negli investimenti esteri diretti prima è sempre la Cina seguita da Sud Africa, Regno Unito, Usa e Francia (dati 2014). Nella fornitura di armi prima è la Russia seguita dalla Cina. Per chi volesse approfondire rimandiamo all’articolo comparso su PM n.53 (“La nuova corsa all’Africa” – https://www.combat-coc.org/la-nuova-corsa-allafrica/)

Vale comunque la pena di “mettere i puntini sulle i” rispetto a questo Piano, perché se sono dubbi i vantaggi che ne trarranno gli africani, quelli che vuol portare a casa il capitale italiano sono abbastanza evidenti.

Ufficialmente il piano si articola su cinque settori di intervento cioè istruzione, salute, agricoltura, , acqua e energia. In questo elenco fatto da Meloni c’è un convitato di pietra, l’emigrazione, cioè la volontà di scambiare aiuti e investimenti contro un trattenimento forzato degli immigrati ampliando il modello Libia inaugurato da Minniti, mistificando il tutto con lo slogan “diamo agli africani la libertà di non emigrare”.

Sul piano della politica estera italiana, il “Piano Mattei” si muove in continuità con le scelte di Draghi e sotto l’egida implicita dell’Eni. Osserva il Post (nota 1) che al momento è una cornice in cui si confondono progetti già avviati o programmati da tempo (e su cui le imprese italiane sono già all’opera) e progetti futuri. Del resto bisognava pur rimpolpare l’elenco e almeno di alcuni dei progetti avviati sicuramente si potrà dire che sono stati realizzati.

Il Post ne elenca alcuni: a) un grande centro di formazione professionale sull’energia rinnovabile in Marocco (da anni ci lavora la fondazione RES4Africa, che comprende Enel, Terna, Intesa Sanpaolo e PwC); b) in Tunisia la riqualificazione infrastrutturale delle scuole, (già messa in opera da Eni) e la realizzazione di impianti di depurazione delle acque; c) progetti per migliorare l’accesso alla sanità in Costa d’Avorio (lo sta già facendo Eni dal 2020; d) un progetto di monitoraggio satellitare sull’agricoltura» in Algeria; e) la costruzione di un centro agroalimentare in Mozambico; f) il sostegno alla produzione di grano, mais, soia e girasole in Egitto. (nota 2)

Ma questa bella “vetrina umanitaria” è mescolata ad altri obiettivi, anch’essi già in atto, che “centrano” di più l’obiettivo vero, quello illustrato da Meloni, quando, con De Scalzi (patron dell’Eni) e da lui ben istruita, si recò in Angola e Mozambico: ”oggi abbiamo un problema di approvvigionamento energetico in Italia ed Europa e l’Africa, è un produttore enorme di energia e se aiutiamo l’Africa a produrre energia per portarla in Europa possiamo risolvere insieme molti problemi, ovvero quello delle migrazioni e quello della sicurezza energetica europea”. L’emigrazione è la foglia di fico, lo scopo vero è aumentare lo sfruttamento delle risorse energetiche dell’Africa trasformando l’Italia nell’hub che le trasporti in Europa. (nota 3)

Al centro quindi ci sono le fonti energetiche fossili, alla faccia dei buoni propositi esibiti a Cop28. Se poi si considera che dei miliardi che l’Italia pensa di investire, 3 vengono dal Fondo per la transizione ecologica, fondo che, quindi, sarà ridotto di tre quarti, si capiscono le critiche degli ecologisti italiani. Ma ancora più vivaci sono quelle di quelli africani. (nota 4)

Eni nel 2022 è risultata la seconda multinazionale energetica per attività in Africa, il 60 per cento della sua produzione globale arriva da quel continente. Oggi ha già fatto un salto di qualità, cioè produrre o avviare la produzione di biocarburanti in Kenya, Congo, Angola, Benin, Costa d’Avorio, Mozambico e Ruanda (“coinvolgendo entro il 2027 400 mila agricoltori”). Peccato che, assieme al land grabbing, i biocarburanti sottraggano terreni all’agricoltura che produce cibo in paesi che hanno un altissimo tasso di malnutrizione e morte per fame. Per lo più determinano la cacciata di buona parte degli abitanti dei villaggi. Altro che migliorare le condizioni di vita per ridurre l’emigrazione!

Quanto alle garanzie che l’Eni può offrire per il benessere della popolazione locale, basta ricordare quello che è successo nel delta del Niger, dove da 60 anni si estrae petrolio, ma le popolazioni non hanno ancora la luce elettrica in casa, fiumi e paludi sono fortemente inquinati, il pesce è ormai immangiabile ecc. (nota 5). E’ solo uno dei tanti casi di atteggiamento “predatorio” in cui Eni è coinvolta.

Se è vero che il manovratore principale è l’Eni, attorno al Piano si muovono numerosi gruppi e aziende grandi e piccole, le già citate Terna e Snam, ad esempio, ma anche la ex Salini/oggi Webuild, Finmeccanica (ogni accordo ha una parte secretata dedicata a forniture anche cospicue di armamenti). Ma ci sono anche il settore macchine utensili, la filiera agroalimentare, Enel, Fincantieri e via dicendo: tutti presenti la domenica a Palazzo Madama e tutti impegnati, il giorno dopo, lontano dalle telecamere, in incontri bilaterali con i singoli paesi. (nota 6)

La sinistra parlamentare parla di “operazione mediatica” e certo lo è; oppure di governo che tratta con i tiranni africani. Esattamente come hanno fatto un Renzi o un Draghi, aggiungiamo noi. Lo Stato, incarnato in questo momento da Meloni, serve gli interessi della grande borghesia industriale e finanziaria, quella che investe ed esporta. E dal momento che questa borghesia sfrutta i propri lavoratori, perché mai dovrebbe preoccuparsi degli sfruttati degli altri paesi?

Per i governi africani ha risposto sinteticamente il Presidente della commissione dell’Unione africana, Moussa Faki, che ha sottolineato come sul Piano Mattei non sono stati consultati (nota 7), ma soprattutto che quel che conta è che alle parole e alle promesse seguano i fatti.

Da un lato è evidente che il governo italiano poi tratterà con i singoli governi, ma è anche evidente l’allusione di Faki alla modestia delle risorse stanziate.

A Roma erano presenti i rappresentanti di 47 paesi africani (sui 55 che si contano). Ha sorpreso l’assenza della Nigeria, il paese più ricco e popoloso, il cui presidente era in vacanza a Parigi; mancavano poi rappresentanti del Niger, Sudan, Gabon, Guinea, Liberia, Mali e Burkina Faso. Assenze che molti hanno ricondotto a una regia russa o cinese. Interessante, per quelli che c’erano, il tipo di rappresentanza: più alta è la carica istituzionale inviata, maggiore, ovviamente, è l’interesse per l’iniziativa. C’erano 13 presidenti, 5 vicepresidenti, 9 primi ministri, 14 ministri degli Esteri e 6 ambasciatori. (nota 8) I leader di maggior peso presenti erano il premier etiope Abiy Ahmed, il presidente del Kenya William Ruto e il suo omologo tunisino Kais Saied.

Venendo alle risorse il Piano può contare su 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie da distribuire su 5-7 anni. Dei 3 miliardi sottratti al fondo per il clima si è già parlato. (nota 9) I restanti 2,5 miliardi arriverebbero dal Fondo per la Cooperazione allo sviluppo”. E qui va per lo meno sottolineato che se l’OCSE ha posto come obiettivo per ciascun paese lo 0,7% del PIL ad alimentare il fondo per l’aiuto allo sviluppo, l’Italia invece è ferma allo 0,29.

Un tempo si sarebbe parlato di far nozze coi fichi secchi. La cifra soprattutto va valutata in rapporto alla corposa presenza finanziaria nell’ex “cortile di casa” europeo, di tutti gli altri attori internazionali.

Meloni ha esibito il sostegno istituzionale della UE, i cui vertici peraltro sono in scadenza, ma solo il governo tedesco ha mostrato un certo interesse al progetto italiano. Non si può dire che ci sia stata una specifica attenzione da parte della stampa europea; anzi la stampa francese ha mostrato una certa insofferenza per l’evento come è logico perché da tempo i due paesi si comportano come fratelli coltelli in Africa. Al vertice era comunque presente l’ambasciatore del Regno Unito, che si è fatto notare per i suoi post.

Sono passati 13 anni da quella spedizione in Libia che, almeno nelle intenzioni franco inglesi, aveva lo scopo di scalzare l’Eni e cacciare russi e cinesi da quel paese. L’Eni è rimasta piuttosto salda sulle sue posizioni, cinesi e russi sono tornati alla grande, ma per ora le ambizioni di Meloni sembrano tutte in salita. (nota 10)

La spedizione del 2011 ha invece innescato una serie di sommovimenti sociali di protesta, che non si sono fermati con le cosiddette “primavere arabe”. Al di là dei risultati immediati, una nuova generazione di combattenti si sta formando.


NOTE:

Nota 1) https://www.ilpost.it/2024/01/29/piano-mattei-conferenza-italia-africa/

Nota 2) Un altro intervento ricordato da Meloni è stato ELMED, l’interconnessione elettrica tra Italia e Tunisia, un cavo sottomarino di 220 chilometri a cui lavorano Terna, la società pubblica italiana e l’omologa tunisina Steg, il tutto finanziato dalla UE con 307 milioni di €. Attenzione è stata dedicata anche al “Corridoio H2 Sud”, che prevede 3.300 chilometri di condotti dall’Algeria attraverso la Tunisia per portare l’idrogeno dal Nord Africa in Italia e poi Austria e Germania. Per l’Italia è coinvolta SNAM.

Nota 3) a Roma erano presenti l presidente della Commissione Europea von der Leyen, della presidente del Parlamento Mezzola, del presidente del Consiglio Michel.. Qualcosa di analogo al Piano Mattei era stato pensato a dicembre 2021 dalla Commissione Europea per controbilanciare l’influenza cinese, cioè una cooperazione multi settore e 150 miliardi di € di investimenti. Ma non se ne è fatto niente https://formiche.net/2023/10/global-gateway-africa-ue-piano-mattei/

Nota 4) Il Fatto Quotidiano ha pubblicato la lettera di 80 organizzazioni della società civile africana in cui si denuncia come lo scopo del piano è aumentare l’accesso dell’Italia e dell’Europa al gas fossile, senza preoccupazione per le conseguenze ambientali. Il nome di Mattei non è certamente la prova di un atteggiamento non predatorio. Lo confermiamo: Mattei garantiva ai paesi produttori una maggiore quota di profitto nei contratti sul petrolioma solo per fare le scarpe alle sette sorelle Usa, agli inglesi e ai francesi concorrenti, non in nome di una astratta eguaglianza

Nota 5) https://altreconomia.it/leredita-tossica-nel-delta-del-niger-chi-paga-il-genocidio-ambientale/

Nota 6) https://formiche.net/2024/01/africa-piano-mattei-meloni-partecipate-investimenti/

Nota 7) in realtà Meloni ha” preparato” il Vertice con i suoi viaggi in Tunisia, Algeria, Etiopia, Mozambico e Congo. Per il viaggio in Tunisia vedi https://www.combat-coc.org/a-tunisi-ipocrisie-e-trattative-a-spese-di-lavoratori-e-immigrati/; per l’Etiopia https://www.combat-coc.org/aiutiamoci-in-casa-loro/

Nota 8) Gli stati africani erano 54, ma poi il Sudan si è spaccato in due. Elenco dettagliato dei paesi in ragione della carica di chi li rappresentava: a) presidenti di Tunisia, Repubblica del Congo, Zimbabwe, Eritrea, Senegal, Repubblica centrafricana, Guinea Bissau, Mauritania, Somalia, Comore, Kenya, Mozambico, Ghana: b) vicepresidenti per Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea Equatoriale; c) primi ministri per Libia, Etiopia, Capo Verde, Uganda, Gibuti, Ruanda, Eswatini, Marocco, Sao Tome e Principe d) ministri degli Esteri di Egitto Algeria Angola Congo Ciad, Malawi, Madagascar, Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Togo, Zambia, Sud Africa e) ambasciatori di Botswana, Camerun, Mauritius, Lesotho, Namibia, Seychelles

Nota 9) Nota Il Fondo italiano per il clima è stato creato da Draghi nel 2021dal governo Draghi per finanziare interventi nel quadro degli accordi internazionali sul clima a cui l’Italia aveva aderito: furono inizialmente stanziati 840 milioni all’anno tra il 2022 e 2026, per un totale di 4,2 miliardi, e poi 40 milioni all’anno a decorrere dal 2027. Secondo le nuove indicazioni presentate da Meloni il fondo dovrebbe essere ridotto di oltre il 70 per cento della sua portata, e non è chiaro se e in che modo verrà poi rifinanziato…

Nota 10) In un recente articolo dell’Eurispes si sottolineava come l’interscambio Italia Africa veda un peso preponderante dell’import, che pesa per il 70% ed è principalmente costituito da petrolio e gas. L’export italiano è concentrato nel Nord Africa (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto assorbono il 70,2% del totale). Di fatto solo qui l’Italia ha un rapporto consolidato con i governi. Poi c’è un rapporto importante con Sudafrica e Nigeria, mentre nell’Africa Orientale il rapporto è tutto da ricostruire.
https://www.leurispes.it/africa-e-italia-equilibri-e-partnership-col-continente/

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