Dopo le elezioni in Irak c’è il rischio di una guerrra civile?

<95057638"> Usa – Irak – elezioni

<95057639"> Die Welt 05-01-30

Henry Kissinger; George Schultz

§ Nel prossimo futuro gli Usa dovranno essi stessi introdurre una parte consistente delle necessarie misure per la repressione dei ribelli in Irak.

§ In tale situazione, agire in modo affrettato abbandonare le operazioni militari e impegnarsi in una missione di addestramento potrebbe creare un vuoto di sicurezza, che consentirebbe ai ribelli di riunire le proprie forze.

§ Un prospettiva realistica di ritirata si pone solo nella misura in cui l’esercito iracheno acquista capacità di imporsi e forza numerica e al contempo avanza il processo politico di formazione dell’apparato statale.

§ Tuttavia le elezioni offrono l’opportunità di un importante snodo, nella lotta contro il terrorismo, per riorganizzare il M.O.

Fino a poco fa le elezioni per l’assemblea nazionale irachena erano considerate come il culmine dello sviluppo politico; ora sono viste come il punto di partenza di una guerra civile. Dietro la critica al momento scelto e al regolamento si cela la richiesta di ritirare le truppe. Noi respingiamo questa posizione.

§ La condizione per il ritiro delle truppe è il conseguimento di alcuni risultati politici, gli obiettivi politici e militari non sono tra loro indipendenti:

– un governo che abbia un sufficiente appoggio popolare;

– e che sia in grado di costituire un esercito.

§ Si è dimostrato inutile la creazione di un esercito in un vacuum politico.

Non è realistico pensare di poter creare importanti istituzioni democratiche già durante la missione americana; nella sua storia la società irachena ha vissuto troppi conflitti religiosi ed etnici, ha avuto troppo poca esperienza di forme di governo rappresentative.

La sfida per il prossimo futuro: formulare un obiettivo politico che goda del più ampio appoggio dei diversi gruppi etnici; le odierne elezioni dovrebbero essere viste come una prima fase della crescita politica.

Troppo ottimista pensare che dalle elezioni possa uscire quasi automaticamente una maggioranza democratica: 60% della popolazione è sciita; il 15-20 curda: entrambi i gruppi etnici non accettano un predominio sunnita.

Non è neppure detto che i capi sciiti abbiano già scelto a favore della democratizzazione dell’Irak; inoltre se obiettivo del processo di democratizzazione è quello di pacificare e unire il paese, molto dipende da come la maggioranza sciita definisce il principio di maggioranza.

§ Se il principio di maggioranza fosse interpretato in modo rigido, ne verrebbe fortemente danneggiata la legittimità del predomino sciita: tanto le minoranze sunnite che quelle curde si troverebbero sempre all’opposizione.

Finora i capi sciiti hanno cercato in tutti i modi di non rendere pubblici i loro obiettivi politici; la data della scadenza elettorale odierna deriva da un quasi ultimatum loro e del grande ayatollah Ali Al Sistani. Gli sciiti hanno imposto che le elezioni avvenissero sulla base di una sola lista nazionale di candidati, per contenere l’influenza delle strutture regionali e federali.

Nelle società multietniche i diritti delle minoranze devono essere tutelati da sicurezze strutturali e costituzionali: il federalismo restringe il campo di azione di iniziative arbitrarie da parte del gruppo sociale maggioritario.

  • L’Assemblea che si sta per costituire avrà un grado di sovranità limitato. L’influenza americana sulle sorti politiche dell’Irak deve puntare a 4 obiettivi prioritari:
  1. evitare che uno dei raggruppamenti abusi del processo politico per acquisire una posizione di supremazia;
  2. evitare che singoli territori del paese finiscano in situazioni tipo talebani, e fungano da centri di addestramento per terroristi;
  3. far sì che il governo sciita non crei un teocrazia su modello iraniano;
  4. la nuova costituzione irachena deve lasciare un sufficiente spazio di azione alle autonomie regionali.

Alla fine del processo costituzionale che sta per iniziare dovrà esserci una federazione con forti elementi regionali e autonomi.

§ Gli Usa devono riuscire a tenere separata la parte pacifica della popolazione sunnita dalle forze ribelli, che cercano di ristabilire il predominio sunnita.

  • Devono perciò appoggiare la formazione di un esercito i
    racheno, che dovrà essere costituito in modo preponderante da sciiti, date le numerosi insurrezioni sunnite.

La creazione di forze armate irachene è il presupposto necessario per l’affermazione di più ampi obiettivi politici. La missione americana potrà dirsi riuscita nella misura in cui:

– Vi sia un sufficiente coordinamento delle istituzioni, che guidano e sovrintendono alle nostre operazioni in Irak;

– Operiamo per raggiungere il completo controllo sulle grandi città e le maggiori linee di comunicazione del paese;

– isoliamo le aree di ritirata del nemico in Siria e Iran;

– dirigiamo la nostra politica a favore della maggioranza degli iracheni;

– riusciamo ad evitare che si giunga un conflitto civile per l’accesso al petrolio o il controllo di posizioni statali.

<95057641"> Die Welt 05-01-30

<95057642"/><95015173"> Droht im Irak nach den Wahlen der Bürgerkrieg?

Für die USA ist der Kampf um den Frieden am Tigris noch nicht vorbei. Sie dürfen jetzt nicht den Fehler begehen, sich zurückzuziehen

von Henry Kissinger; George Schultz

Henry Kissinger und George P. Shultz – Die Debatte über den Irak hat sich gewendet. Noch vor kurzem wurden die Wahlen zur verfassungsgebenden Nationalversammlung als Höhepunkt der politischen Entwicklung beschrieben. Nun gelten sie als Auftakt zu einem Bürgerkrieg. Sowohl der Zeitpunkt als auch das Reglement der Wahlen werden gleichermaßen in Frage gestellt. Dahinter steckt die Forderung nach einem Truppenabzug, worunter viele Kritiker eine ausdrückliche zeitliche Befristung des US-Engagements im Irak verstehen. Wir lehnen diese Position ab.

Wer einen Abzugsplan wünscht, muß sich der Folgen bewußt sein. Die entscheidende Voraussetzung für einen militärischen Abzug ist eine erfolgreiche Politik, nicht aber ein willkürliches Zeitlimit für die US-Mission.

Der Mechanismus des politischen Erfolgs ist dabei rasch skizziert: Das Land am Tigris braucht eine demokratisch legitimierte Regierung, deren Rückhalt in der Bevölkerung groß genug ist, um eine Armee aufbauen zu können. Diese muß ihrerseits stark genug sein, die neuen Institutionen zu verteidigen. Durch eine willkürliche Befristung des US-Engagements ist dieses Ziel in Gefahr. Politische und militärische Ziele lassen sich nicht voneinander trennen. Die Ausbildung einer Armee in einem politischen Vakuum hat sich als unnütz erwiesen. Wenn es uns nicht gelingt, zugleich politische und militärische Aufgaben zu bewältigen, werden wir weder die einen noch die anderen in den Griff bekommen.

Wie nun aber könnte die zukünftige Regierung des Irak aussehen? Optimisten behaupten, daß alle wichtigen demokratischen Institutionen noch während der Dauer der US-amerikanischen Irak-Mission geschaffen werden können. Die Realität wird diese Erwartung garantiert enttäuschen. Viel zu häufig in ihrer Geschichte ist die irakische Gesellschaft von religiösen und ethnischen Konflikten zerrissen worden, und viel zu unerfahren ist sie mit repräsentativen Regierungsformen.

Die Herausforderung für die nächste Zukunft besteht in der Formulierung eines politischen Ziels, das sich der breiten Unterstützung durch unterschiedliche Bevölkerungsgruppen sicher sein kann. Dementsprechend sollten die heutigen Wahlen im Irak als eine erste Phase der politischen Entwicklung verstanden werden, die langsam von der militärischen Besatzung zur politischen Selbstbestimmung führt.

Optimisten behaupten zwar, daß sich mit den Wahlen eine demokratische Mehrheit gewissermaßen automatisch einstellen wird; schließlich seien 60 Prozent der Irakis Schiiten und weitere 15 bis 20 Prozent Kurden. Und von beiden Volksgruppen ist bekannt, daß eine sunnitische Herrschaft für sie nicht in Frage kommt.

Doch wer so argumentiert, geht davon aus, daß die Schiitenführer im Irak sich bereits für die Vorzüge einer Demokratisierung ihres Landes entschieden haben, nachdem sie Gelegenheit hatten, die Folgen ihres Ausbleibens im schiitischen Gottesstaat Iran zu beobachten. Eine von Schiiten dominierte pluralistische Gesellschaft wäre in der Tat ein erfreuliches Resultat.

Doch wenn es das Ziel des Demokratisierungsprozesses sein soll, den Irak zu befrieden und zu einen, hängt vieles davon ab, wie die schiitische Bevölkerungsmehrheit das Mehrheitsprinzip definiert. Bisher haben die raffinierten Schiitenführer – die meisten von ihnen abgestumpft durch die Jahrzehnte der Tyrannei – alles getan, um die Öffentlichkeit über ihre politischen Ziele im dunkeln zu lassen. Sie haben auf einem frühen Wahltermin bestanden(hanno insistito): Tatsächlich geht der heutige Wahltermin auf ein Quasi-Ultimatum des Schiitenführers und Großayatollahs Ali Al Sistani zurück.

Auch haben die Schiiten gedrängt, die Wahlen auf Basis einernationalen Kandidatenliste durchzuführen, um so den Einfluß regionaler und föderaler Strukturen zurückzudrängen. Eine absolutistische Auslegung des Mehrheitsprinzips würde die Legitimität schiitischer Herrschaft schwer beschädigen. Denn nicht nur die sunnitische, auch die kurdische Minderheit befände sich dadurch dauerhaft in Opposition.

Die westlichen Demokratien haben sich in weitgehend homogenen Gesellschaften ausgebildet. In multiethnischen Gesellschaften müssen Minderheitenrechte durch strukturelle und konstitutionelle Sicherheiten geschützt werden. Föderalismus verringert den Spielraum für Willkürakte durch die zahlenmäßig größte Gruppe einer Gesellschaft und legt die Bedingungen für Autonomien in bestimmten Bereichen fest.

Daß Sunniten mit kompromißloser Härte zurückschlagen, während sich die Mehrheit der Schiiten verhältnismäßig ruhig verhält, sollte uns nicht dazu verleiten, auf die Frage nach der Legitimität der Herrschaft im Irak mit einer unkontrollierten Herrschaft der Schiiten zu antworten. Angesichts eines jahrhundertealten Religionskonflikts sind die USA vielmehr gut beraten, ihre Politik nicht in den Dienst einer der Konfliktparteien zu stellen.

Die konstituierende Versammlung , die aus den heutigen Wahlen hervorgeht, wird nur bis zu einem gewissen Grad souverän sein. Der US-amerikanische Einfluß auf die politischen Geschicke des Irak sollte daher auch weiter auf vier Kernziele gerichtet sein: 1. Es gilt zu verhindern, daß eine der Gruppierungen den politischen Prozeß mißbraucht, um jene Art Vormachtstellung auszubauen, die zuvor die Sunniten innehatten. 2. Es muß unter allen Umständen verhindert werden, daß einzelne Gebiete des Landes in talibanähnliche Zustände verfallen und als Auffangbecken und Ausbildungszentren für Terroristen dienen. 3. Die schiitische Regierung muß daran gehindert werden, eine Theokratie zu errichten, ganz gleich ob nach iranischem Vorbild oder nach eigenen Vorstellungen. 4. Die neue politische Verfassung des Irak muß genug Spielraum für regionale Autonomien lassen.

Die USA wären gut beraten, Gespräche mit allen Parteien im Irak zu führen. De
nn nur so läßt sich für eine politische Führung aus Nationalisten und Regionalvertretern werben. Am Ende des verfassungsbildenden Prozesses, der jetzt beginnt, sollte eine Föderation mit starken regionalen und autonomen Elementen stehen.

Nur mit einer klug durchdachten Politik wird es den USA gelingen, den friedliebenden Teil der sunnitischen Bevölkerung von den aufständischen Kräften zu trennen, die für eine Wiederherstellung der sunnitischen Herrschaft kämpfen. Darüber hinaus sollten die USA auch weiterhin den Aufbau einer irakischen Armee unterstützen, die angesichts der Vielzahl sunnitischer Aufstände im Land allerdings zunehmend aus Schiiten bestehen muß. Die Grenze, an der aus der sunnitischen Tyrannei der Vergangenheit der schiitische Gottesstaat von morgen wird, darf dabei nicht überschritten werden. Das ist eine Gratwanderung. Doch der Erfolg der Irak-Mission wird wesentlich davon abhängen, diesen schmalen Grat zu gehen.

Die Ausbildung von irakischen Streitkräften ist eine wesentliche Voraussetzung zur Durchsetzung weitergehender politischer Ziele. Doch ganz gleich wie gut ausgebildet und bewaffnet die Streitkräfte auch sein mögen, kämpfen werden die Soldaten nur für eine Regierung, in die sie auch Vertrauen haben. Dieser Teufelskreis muß durchbrochen werden. Solange die Guerilla nicht verliert, gewinnt sie. Das ist ein unumstößliches Gesetz auch im Irak, wo die Guerilla zumindest in den sunnitischen Gebieten nicht verliert. Eine erfolgreiche Politik muß sich daher bemühen, einige dringende Fragen zu beantworten.

Sind die Institutionen, die unsere Operationen im Irak leiten und überwachen, hinlänglich koordiniert? Sind wir um eine vollständige Kontrolle der großen Städte und der Hauptverbindungslinien des Landes bemüht? Schalten wir auch die Rückzugsgebiete des Feindes in Syrien und im Iran aus? Setzen wir unsere Politik zum Wohle der Mehrheit der Menschen im Irak ein? Und können wir verhindern, daß es zu zivilem Streit um den Zugang zu Öl oder die Kontrolle staatlicher Stellen kommt?

Eine Strategie des Truppenabzugs, die sich an politischen Ergebnissen und nicht an einem willkürlichen Zeitlimit orientiert, wird den Erfolg der US-Mission davon abhängig machen, inwieweit es gelingt, diese Fragen positiv zu beantworten.

In nächster Zukunft werden die USA einen beträchtlichen Teil der erforderlichen Maßnamen zur Unterdrückung von Aufständen im Irak selbst einleiten müssen. In dieser Situation übereilt zu handeln, aus den Kampfhandlungen herauszugehen und das Engagement auf eine Ausbildungsmission umzustellen, könnte ein Sicherheitsvakuum zur Folge haben. Dies würde den Aufständischen erlauben, ihre Kräfte zu sammeln.

Erst in dem Maße, in dem die irakische Armee an Durchsetzungskraft und Personenstärke gewinnt und zugleich der politische Staatsbildungsprozeß nach den Wahlen vorankommt, taucht auch eine realistische Perspektive für den Abzug auf. Eine magische Formel für einen schnellen, die Katastrophe verhindernden Abzug allerdings gibt es nicht.

Doch mit den Wahlen bietet sich nun die Chance auf eine wichtige Weichenstellung, um im Kampf gegen den Terrorismus, bei der Umgestaltung des Mittleren Ostens und schließlich im Interesse einer zukünftig friedlicheren und demokratischeren Weltordnung voranzukommen.

Aus dem Englischen von Matthias Sommer

Artikel erschienen am 30. Januar 2005

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