Droni teleguidati, nuovi sistemi lanciamissili di precisione Himars o carne da macello? Quali rendono di più?

Grandi testate giornalistiche della borghesia americana e britannica (New York Times e Financial Times) stanno preoccupandosi dei problemi legati alla produzione di armamenti degli imperialismi Nato e UE ora che sono impegnati nella guerra in Ucraina contro la potenza imperialistica che ha aggredito, la Russia. 

Estremo, ributtante il cinismo di questo dibattito. Esperti e rappresentanti del settore, politici vari ne discutono come se si trattasse di ristrutturare, rendere efficiente una qualsiasi produzione, magari di elettrodomestici, di lavapiatti o lavatrici intelligenti, che contribuiscono a liberare un po’ di tempo di vita per le donne, con l’aggiunta di un maggiore risparmio di energia. Oppure di un macchinario di nuova invenzione per uso medico… per salvare delle vite.

No, come per gli altri prodotti, anche per questi strumenti finalizzati alla distruzione di vite umane e di produzione sociale, la logica rimane quella capitalistica, investimento per il profitto, come organizzare al meglio il rifornimento di componenti, la produzione materiale, quali i tempi ideali di “circolazione del capitale”, di consumo della merce specifica, quali armi sono più efficaci per la guerra in corso, quelle avanzate o quelle più tradizionali? 

I vari strateghi paventano il rischio che la produzione non sia in grado di tenere il passo con il consumo di questi strumenti di distruzione e di morte.  La mancanza di capacità produttiva, la carenza di manodopera e gli intoppi della catena di approvvigionamento – soprattutto per quanto riguarda i chip dei computer – comportano tempi lunghi per il rifornimento. La capacità industriale di ricostituire le scorte è essenziale, è ciò che durante la Seconda Guerra Mondiale ha dato agli Alleati un vantaggio contro le potenze dell’Asse, ricorda Alexandra Marksteiner, ricercatrice dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma.

Secondo l’esperto per gli approvvigionamenti militari degli Usa, Alex Vershinin, la produzione annuale di proiettili d’artiglieria da 155 mm negli Stati Uniti basterebbe per meno di due settimane di combattimenti in Ucraina.

Per quanto riguarda i sistemi di missili teleguidati a lancio multiplo, prodotti dalla Lockheed Martin, e richiesti da Kiev per lanciare attacchi dietro le linee nemiche, gli USA hanno già inviato circa un terzo della scorta totale di 20.000-25.000 missili… Ciò non toglie che la recente fornitura americana dei nuovi sistemi lanciamissili di precisione HIMARS, su cui i militari ucraini sono stati addestrati, riesca a fare la differenza, potendo facilmente scovare e distruggere interi depositi di proiettili russi…

E ancora, la scarsità delle scorte ha costretto il UK ad acquistare obici da terzi per inviarli in Ucraina, come riferito da un rivenditore privato belga. Negli Stati Uniti, il Pentagono lavora con solo cinque principali appaltatori della difesa; negli anni ’90, erano 51.

Alex Cresswell, amministratore delegato di Thales UK, che produce i missili anticarro NLAW apprezzati in Ucraina, ha dichiarato che “il Regno Unito ha ridotto le scorte [della Difesa] e non ha investito abbastanza per evitare l’obsolescenza”.

La strategia industriale del “just in time”, della produzione snella, che negli ultimi decenni è stata applicata in generale alla produzione di merci, per ridurre i costi riducendo i tempi morti dello stoccaggio, ha riguardato evidentemente anche il settore armamenti. Così le scorte sono ridotte, i magazzini rischiano di rimanere vuoti.

La conclusione, la sintesi delle riflessioni sulle carenze nelle quantità e tempi di forniture belliche è che, in ogni caso, l’essenza dello scontro dipende dalla capacità produttiva industriale, l’esito dello scontro bellico, è intimamente legato alla potenza economica.

Si tratta però di calcolo solo economicista/meccanicista, perché non tiene conto del fattore morale dei combattenti, delle motivazioni della disperazione che spinge la popolazione aggredita a dar fondo a tutte le risorse psicologiche e materiali di cui dispone, generosamente, in nome di forti ideali, fino al sacrificio della vita individuale e a difesa di quella collettiva, dei più deboli. La storia ci riporta esempi illuminanti di come il fattore soggettivo, umano per eccellenza, possa prevalere sul fattore oggettivo, sulla disponibilità di capitali, di armi e macchinari “intelligenti”…

Nel dibattito sull’argomento viene espresso però anche un divergente punto di vista. L’ex direttore per la pianificazione politica NATO, ora membro del think tank britannico Chatham House, Jamie Shea, giunge ad un’elaborazione/soluzione interessante del problema della difficoltà di produzione di armamenti. Dice che “L’Ucraina ci insegna come la guerra sia ancora spesso vinta con l’impiego di strumenti classici: artiglieria, truppe di terra e occupazione“.

Conferma Alexandra Marksteiner: «…Si sono concentrati su tutte queste tecnologie di nuova generazione, ad alta tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sui missili ipersonici. Ma la guerra in Ucraina ha fatto saltare questa convinzione. Ora ci si concentra nuovamente sulle attrezzature di difesa tradizionali: carri armati, artiglieria, munizioni.» Il Financial Times ora disprezza gli armamenti ad alta tecnologia, il fiore all’occhiello dei potenti gruppi degli armamenti, chiamandolo feticismo.

In sostanza parlando con linguaggio tecnico, l’analisi di questi esperti porta a suggerire di puntare maggiormente sulle armi viventi, o meglio “la carne da cannone”. Proposta rivelatrice, sia perché mette alla luce la spudorata freddezza di un pianificatore di distruzioni della maggiore alleanza imperialistica, della storia e del mondo, la Nato, ma anche perché il suggerimento risponde ad una logica generale della produzione e riproduzione capitalistica. Se la forza lavoro è a buon prezzo, e magari qualificata, perché mai investire in macchinari? Il suo sfruttamento garantisce ottimi profitti.

Parallelamente, se ancora ci sono giovani ucraini, o mercenari stranieri da buttare sul campo di battaglia, magari contro i loro stessi compagni di classe russi, perché arrovellarsi su nuovi processi di produzione e riempire arsenali di scorte costose?

D’altra parte anche l’aggressore Putin, prevedendo la carenza di carne da cannone ha pensato bene già lo scorso marzo di lanciare un reclutamento di immigrati in Russia dai paesi dell’Asia centrale, promettendo loro la cittadinanza dopo un periodo di servizio nell’operazione contro Kiev. Togliere i giovani russi, quelli appartenenti alla fascia dei possibili coscritti, i 18-27enni, dalla produzione può avere conseguenze non desiderate sulla tenuta dell’economia nazionale. Da parte loro i comandanti militari russi avrebbero voluto giovani mediamente più istruiti in grado di maneggiare più facilmente armi tecnologicamente sofisticate.

Sembra però che negli ultimi mesi a causa della guerra in Ucraina e delle sanzioni occidentali si sia verificata una massiccia fuga di cervelli dalla Russia. Molti dei giovani più istruiti, in particolare quelli del settore informatico, sono andati a vivere all’estero, ed è altamente improbabile che tornino a prestare servizio nell’esercito. Ma, nel caso fosse necessario, Putin può chiedere “forza lavoro militare” anche al bielorusso Lukashenko, che si è detto disponibile a inviare i suoi soldati.

E in questi piani di razionalizzazione dell’impresa bellica, che posto hanno le sofferenze imposte a milioni di persone, e il loro futuro? Danni collaterali! Anzi le distruzioni saranno fonti di nuovi profitti nella ricostruzione, per i vincitori.

Ma la potenza del “fattore umano” dimostrata nelle varie rivoluzioni sociali della storia, sostiene anche oggi la nostra fiducia nella possibilità che se la drammaticità degli eventi bellici contribuisce a formare e radicare una coscienza di classe, il conflitto tra imperialismi possa essere rovesciato in un conflitto della classe oppressa contro i suoi oppressori, a qualsiasi nazionalità questi appartengano.

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