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5 Giugno 2020 – 10:03 |

É in corso a livello mondiale la modernizzazione e concentrazione della cantieristica, che vede la Cina ambire a raggiungere e superare gli Stati Uniti come prima potenza navale mondiale.
Negli ultimi mesi, a livello europeo sono stati siglati accordi di cooperazione a vario titolo tra alcuni grandi gruppi al fine di poter competere, con accresciute dimensioni ed economie di scala, contro i giganti statunitensi, asiatici – …

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E allora, parliamo della “ricostruzione” nell’Italia del dopo-guerra, e di come fu pagata dai lavoratori

Inserito da on 30 Aprile 2020 – 13:50

L’attuale duplice rovinosa crisi capitalistica (economica e sanitaria) legata al Covid-19, ha nei fatti già mobilitato gli apparati politici ed ideologici della classe dominante per una “nuova era di solidarietà nazionale”, finalizzata ad una pronta “ripresa” degli affari. Quando ancora molti proletari e cittadini contano i loro morti e assaggiano i primi frutti amari della crisi, i capitalisti già pensano a come “ripartire”. A tal scopo essi stanno riesumando i “fasti” della “Ricostruzione” del secondo dopoguerra in Italia. E fanno la seguente equazione: come uscimmo fuori allora da una crisi catastrofica dovuta alla guerra, alla stessa maniera oggi possiamo e dobbiamo uscire fuori dalla crisi del coronavirus. Oggi come ieri, ci dicono: “siamo tutti sulla stessa barca”. Dal papa a Mattarella, da Conte a Salvini, da Zingaretti alla Meloni, questo è il leitmotiv di tutto lo schieramento “istituzionale”.

E allora andiamo a rivedere insieme cosa realmente successe in quel periodo. Per capire chi e come pagò il costo della “ripresa” del capitalismo italiano.

Guerra imperialista e lotta di classe
Cominciamo col dire che la seconda guerra mondiale (1939-1945) non fu una guerra piovuta dal cielo (come non lo è lo stesso coronavirus), non fu la conseguenza delle decisioni di qualche “folle” dittatore, ma il prodotto delle contraddizioni del capitalismo internazionale. Essa fu figlia diretta della grande crisi del 1929 e dei nodi irrisolti della “Grande Guerra” (1914-1918). In sintesi: fu una guerra imperialista; condotta cioè dalle principali potenze borghesi per la spartizione del mondo e le zone d’influenza.

L’imperialismo italiano, assunta dal 1922 la veste fascista, si trova nel giugno del 1940, quando entra in guerra, costretto ad una forzosa alleanza con l’imperialismo tedesco (il “Patto d’Acciaio” è del maggio 1939). Il calcolo di Mussolini consiste nel “gettare una manciata di morti” sul tavolo della pace, dopo una guerra breve condotta e vinta a fianco della Germania nazista. L’andamento del conflitto porterà però in tutt’altra direzione: disfatta militare e tracollo politico della borghesia italiana; caduta del regime fascista; umiliante cambio di alleanze (dalla Germania agli anglo-americani); invasione del territorio nazionale (che diventa campo di battaglia tra i contendenti); Resistenza.

In un quadro siffatto di decomposizione dello Stato borghese e dei suoi organismi repressivi, di crisi istituzionale (la monarchia in fuga vergognosa), di miseria, di distruzione e di morte per milioni di proletari, si viene a creare una situazione pesantemente condizionata dalle logiche di guerra, ma aperta anche ad una radicalizzazione della lotta di classe.

Nel Sud Italia, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia (9 luglio 1943) ed il peso della loro occupazione, viene a galla una vera e propria “guerra di classe dentro la guerra imperialista”, con occupazione delle terre da parte dei contadini poveri, scioperi contro la fame ed il carovita, manifestazioni contro il ripristino della leva militare, assalti ai municipi, occupazione manu militari di alcuni centri da parte dei proletari. Fino al 1945 ed oltre, la Sicilia, la Puglia e la Campania sono alla testa di una vera e propria insorgenza proletaria, tanto diffusa quanto scollegata, e poco o per nulla diretta. Napoli è la capitale politica dei vari tentativi atti a far risorgere il “comunismo rivoluzionario”: dalla CGL classista alla “Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani”.

Del resto, alla caduta del fascismo (25 luglio 1943), avvenuta grazie anche ai poderosi scioperi operai dei centri industriali del Nord Italia, il governo del generale Badoglio appena insediato si era mosso su una linea inequivocabile: reprimere ogni moto di protesta “procedendo contro di esso come contro il nemico”. In pratica, l’imperativo categorico della borghesia italiana si concentrava sulla garanzia della continuità dello Stato, ad ogni costo. In questo periodo, dal 25 luglio all’8 settembre 1943 (giorno dell’Armistizio e del cambio di alleanze), il proletariato italiano lascia sul terreno un centinaio di morti per mano di un governo novello “antifascista”; espressione di quegli ambienti industriali, finanziari, militari, clericali foraggiatori del fascismo fino al giorno prima!

Dall’autunno del 1943, con il fronte che avanza lentamente e con l’inizio della lotta partigiana nel Centro-Nord posto sotto il tallone nazi-fascista, si vengono a determinare le condizioni per una possibile saldatura tra le lotte proletarie in corso nell’intero paese.

Vero che le formazioni partigiane sono inquadrate da partiti (PCI, PSIUP, PdA, DC) che intendono dirigere la lotta armata in funzione esclusivamente “nazionale”, in una pura prospettiva di supporto agli eserciti Alleati per “riconquistare” la perduta “dignità” dell’Italia al termine della guerra. In un cambiamento, cioè, che non metta in discussione il dominio borghese.

Ma è altrettanto vero che non per questo la lotta di classe viene meno. Anzi. La continuazione della guerra, i bombardamenti, i rastrellamenti, le deportazioni, il coprifuoco, la penuria alimentare, la morte dietro l’angolo, il richiamo alle armi (si era ricostituita a Salò, sotto podestà tedesca, la fascista R.S.I.), avevano posto in movimento milioni di operai, ed in particolare una generazione di giovanissimi (la leva del 1925-1926) che andranno ad ingrossare le fila della Resistenza. La componente operaia e contadina dei partigiani è alta. Nelle campagne toscane ed emiliane, nelle grandi industrie lombarde, piemontesi e liguri, nel Veneto, nel Friuli Venezia-Giulia accade di frequente che la lotta al nazismo ed al fascismo si coniughi “spontaneamente” alla lotta di classe, nonostante l’avversione dei partiti “nazionali” raggruppati nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale, che ha dentro pure liberali e monarchici).

Il ruolo dell’URSS e del PCI
Lo stalinismo impedisce che questa saldatura possa realizzarsi. Non sono solo, com’è facilmente comprensibile, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e i resti dell’imperialismo italiano a far sì che ciò non avvenga. Il ruolo di “primi violini” controrivoluzionari lo assumono direttamente l’URSS di Stalin e la sua succursale italiana: il PCI di Palmiro Togliatti.

L’URSS, dopo essere diventata una potenza capitalistica come le altre, conduce una politica di spartizione, di spoliazione, di sfruttamento, di dominio sui territori dell’Est Europa che riesce ad inglobare nella sua vittoriosa controffensiva verso Berlino. E’ scritto nei patti tra i “grandi” della coalizione anti-hitleriana che l’Europa vada divisa in due. L’Italia va all’area di influenza dell’imperialismo occidentale, ragion per cui nessuna rivoluzione deve turbare questo accordo tra le grandi potenze vincitrici nella guerra. I proletari greci, che non intenderanno questa musica (1944-’45), saranno lasciati da Stalin nelle grinfie dell’imperialismo britannico.

Il PCI non è più il partito rivoluzionario nato a Livorno nel 1921. Caduto nelle mani dello stalinismo, si è costruito un’ossatura di quadri disciplinati ed efficienti, collaudati nelle durissime fasi della lotta politica degli anni ’30. E’ un gruppo dirigente rodato dalla clandestinità e dall’esilio, fideista quanto opportunista nel seguire gli zig-zag della politica russa. Una volta decisa la linea nella crisi italiana del ’43 (“unità nazionale”, e non rivoluzione), esso diventa forza dirigente nella lotta partigiana, pagando altissimi prezzi ma traendone anche notevoli vantaggi. Svolge in sostanza un ruolo sociale e politico di “alfabetizzazione” e di “nazionalizzazione” delle masse; dirigendole verso un falso “socialismo” statolatra e gerarchico.

Infatti, a guerra finita, soffocate le rivolte nel Sud Italia, disarmati i partigiani, mantenuta e rattoppata in qualche maniera la vecchia impalcatura dello Stato (riciclando gran parte della burocrazia fascista), rimasti saldamente in sella i padroni, chiamati gli operai a “tirare la cinghia” per “ricostruire” un paese pieno di macerie, ecco che la lotta di classe viene relegata dal partito stalinista sempre a rimorchio degli interessi dell’”economia nazionale”. Cosa che, ovviamente, è condivisa a pieno da tutti gli altri partiti borghesi del CLN, fatta qualche riserva per le ali estreme socialiste (allora PSIUP) e azioniste (queste ultime rapidamente evaporate).

A tale scopo si era già formata a Bari, durante la guerra (29 gennaio 1944), una CGIL “nazionale”, espressione sindacale dei partiti del CLN. Una CGIL che con Giuseppe Di Vittorio, il segretario della corrente di sinistra PCI-PSIUP, arriverà a coniugare la moderazione salariale e l’accettazione dei licenziamenti con la produttività e gli investimenti… Una “grande scuola”, non c’è dubbio, per la CGIL dei giorni nostri.

Inizia la “ricostruzione”
Tra il 1945 ed il 1946, l’imperialismo italiano, pur ridimensionato e pieno di toppe, può dire di averla scampata bella. Il costo della guerra si aggira sui 400 miliardi di lire (sei volte più di quello del 1915-’18, a parità di cambio); il grano coltivabile è la metà del 1938; la produzione industriale, sempre in relazione a quell’anno, è ridotta ad un terzo; il Reddito Nazionale è di 71 miliardi di lire (il 50% del ’39), l’inflazione galoppa, la disoccupazione dilaga, la svalutazione pure… Ma gli impianti industriali del Nord hanno perso solo l’8% della loro capacità produttiva, il sistema bancario è ancora in piedi, la struttura di comando dell’impresa, dopo un brevissimo periodo di interregno dei CLN Aziendali (organismi di “controllo” sulla produzione in mano ai partiti “nazionali” e collaborazionisti, non agli operai), torna in tutto e per tutto nelle mani dei padroni del vapore (1). In poche parole, il cosiddetto Vento del Nord, legato alla lotta partigiana ed alle sue “illusioni”, viene rapidamente mandato in soffitta a vantaggio del grande capitale.

Gli artefici di questa operazione sono molteplici. Dell’URSS e del partito stalinista abbiamo detto. Il tutto va però inquadrato nel più ampio panorama internazionale, che vede l’imperialismo maggiore, gli USA, in una situazione di sovrapproduzione e di “interventismo liberista” sui mercati europei, sofferenti del problema opposto: quello della sottoproduzione e quindi della necessità di “ricostruire”. E’ certamente questione di mercato per le merci ed i capitali statunitensi; ma è anche un problema politico. Il quale non consisteva, come è stato strombazzato per decenni, nell’opposizione tra le “democrazie” e il “comunismo russo” (che non c’era), ma nell’impedire ad ogni costo che la crisi post-bellica in Europa scatenasse rivolte operaie foriere di rivoluzioni. E che quindi la vittoria appena ottenuta sull’imperialismo tedesco buttasse “involontariamente” all’aria l’intero sistema capitalistico!

C’è da considerare inoltre il possibile congiungimento tra rivoluzione in Europa e le lotte di decolonizzazione e di liberazione nazionale in procinto di esplodere (India, Cina, Vietnam, Algeria, Congo, Cuba…), che avrebbero costituito di lì a poco una miscela esplosiva per tutta la catena di comando dell’imperialismo mondiale. A dimostrazione ulteriore del fatto che, come dice Marx, “la lotta di classe è lotta politica”. Nel senso che, non essendoci soluzioni economiche alle contraddizioni del capitalismo, solo il ribaltamento politico ad opera delle classi sfruttate può garantire il superamento della società fondata sul profitto. In mancanza di questo, la borghesia riprenderà a “ricostruire” e ad accumulare, gettando le basi per un nuovo ciclo di disastri, su scala planetaria sempre più allargata.

E questo è esattamente ciò che avviene in Italia dopo il 1945. C’è da dire che, stavolta, la borghesia italiana, puntellata – come era avvenuto col fascismo – dalla Chiesa cattolica, riesce a mettere rapidamente sul terreno un partito di massa come la DC, in grado di svolgere egregiamente il ruolo di “partito centripeto”. Una organizzazione radicata, territorializzata, diffusa, capace di calamitare le nostalgie monarchiche quanto i residuati liberal-conservatori, la “sinistra sociale” cattolica quanto il partigianato democratico. Tanto per fare un solo esempio: Enrico Mattei, il futuro fondatore dell’ENI, proviene dalla lotta partigiana (vice-comandante del Corpo Volontari della Libertà)… In mezzo alle due polarità cattolica e stalinista, si muove il PSIUP (poi ritornato al suo originario nome di PSI), in preda alle eterne lotte di corrente tra massimalisti e riformisti. Un correntismo che caratterizza anche la DC, che ha però al suo attivo il richiamo carismatico della cattolicità.

Questi tre partiti, dal 1944 alla primavera del 1947, rimarranno gli assi portanti dei governi borghesi in Italia. In virtù della loro opera e di quella della CGIL ad essi sottomessa, già nel gennaio del 1946 viene posto fine al blocco dei licenziamenti, mentre la “scala mobile” (adeguamento dei salari all’aumento dei prezzi) copre a malapena il 40% dell’innalzamento dell’inflazione. Seguirà (ottobre ’46) una “tregua salariale” della durata di un anno. E c’è da dire che i salari si erano mediamente ridotti di circa il 50% del loro potere d’acquisto rispetto all’anteguerra… Nel ’47 il ministro Togliatti vanterà essere l’Italia il paese con il più basso numero di “scioperi politici”, in cui le organizzazioni sindacali hanno firmato una “tregua salariale”, cioè “un patto che è unico nella storia del movimento sindacale, perché è un patto nel quale non si fissa un minimo ma un massimo di salario…” (2).

Al Sud riprendono le lotte dei contadini senza terra e gli scioperi, con uno stillicidio di morti proletari causati dalla repressione poliziesca e dal banditismo filo-agrario; al Centro-Nord dilagano manifestazioni e scioperi contro il caro-vita. Per dare una stretta adeguata sull’ordine pubblico viene nominato ministro dell’Interno, nella seconda metà del ’47, il tristemente noto Mario Scelba, democristiano, fondatore della Celere: reparto di polizia specializzato nel reprimere i moti di classe.

L’atteggiamento “doppio” del PCI, cioè il mantenimento della sua influenza su una massa proletaria ancora fresca della lotta armata antifascista in una prospettiva che era per molti almeno idealmente “socialista”, ed al contempo la sua piena, concreta adesione alla restaurazione borghese, è ben sintetizzato da questo passo di Liliana Lanzardo, riportato da Antonio Gambino (3):

“Lo sviluppo parallelo, di un atteggiamento di collaborazione nazionale da parte del suo gruppo dirigente (del PCI – ndr) e di lotta di classe da parte della sua base, cioè di una sostanziale AMBIGUITA’, costituisce non un aspetto marginale, ma la forma specifica assunta nel dopoguerra dal rapporto tra partito e classe… Solo giocando sulla “doppiezza”, cioè lasciando che l’attesa dell’“ora X” sèguiti a vivere ed a esaurirsi lentamente da sola, che Togliatti riesce ad ancorare le masse a una politica sostanzialmente moderata.” E ad esaurirle, aggiungiamo noi.

È quanto avviene anche per gli altri fatti salienti della politica italiana: la proclamazione (contrastata) della Repubblica (6 giugno 1946); l’amnistia ai fascisti (con Togliatti ministro della Giustizia, 22/06/’46); la conferma dei Patti Lateranensi (Assemblea Costituente, 24 marzo ’47); il varo di una Costituzione borghese (1 gennaio 1948); il completamento della riorganizzazione dell’apparato statale (prefetti e magistrati fascisti tornano ai loro posti).

Fino al maggio del ’47 il PCI è ancora nel governo di unità nazionale. Ed i motivi possono essere così sintetizzati: c’è da far sbollire la radicalizzazione delle masse; e c’è da concludere il Trattato di Pace (siglato a Parigi il 10 febbraio di quell’anno). Trattato che il nuovo premier Alcide De Gasperi, il leader della “Ricostruzione”, democristiano, non vuole rendere ancora di più punitivo per l’imperialismo italiano inimicandosi ulteriormente l’URSS. All’Italia vengono infatti tolte le colonie fasciste (Etiopia, Albania); Trieste ed il territorio circostante sono posti sotto il Governo Militare Alleato; vengono stabilite delle (modeste) riparazioni di guerra… Ma “in compenso” le colonie pre-fasciste (Somalia ed Eritrea) rimangono sotto forma di “amministrazione fiduciaria” per conto dell’ONU; e – soprattutto – l’Italia può avere libero accesso al programma di “aiuti” americano in funzione anche di una sua stabilizzazione politica.

I governi “centristi” e il Piano Marshall
Una volta compiute queste operazioni di non poco conto, il PCI, insieme ai socialisti di Pietro Nenni, può accomodarsi all’opposizione, da dove si schioderà – con un appoggio esterno – solo 30 anni dopo, coi governi di “austerità” Andreotti-Berlinguer. Quando la Patria chiama… Da quel momento in poi la DC diventa il perno dello schieramento politico borghese, il partito piglia-tutto; in grado di mediare tra le varie frazioni della borghesia.

I costi della Ricostruzione capitalistica vengono calcolati per circa un terzo del Reddito Nazionale del 1945. Una cifra enorme, che la borghesia non intende certamente pagare. Erano, ad esempio, falliti i tentativi, da parte del ministro delle Finanze del PCI Mauro Scoccimarro, di introdurre una pur timida patrimoniale “straordinaria” nel primo governo post-bellico di Ferruccio Parri (maggio-novembre 1945). Questa misura, seppur indirizzata verso gli investimenti pubblici, era abortita. Essa, insieme al tentativo di frenare la speculazione monetaria e confermare i Consigli di Gestione ed i CdA usciti dalla Resistenza (eliminati poi nel giugno del ’46), aveva portato ad una levata di scudi delle classi proprietarie, determinando la caduta del governo ed un “riequilibrio” conservatore del quadro politico (col PCI sempre a rimorchio).

Si erano così liberalizzati parzialmente gli scambi con l’estero (23 marzo 1946) svalutando la lira e scaricando la crescente inflazione sulle classi più povere. Saltato il controllo sui prezzi, la media borghesia poteva cominciare ad appoggiarsi sui suoi risparmi e sulla speculazione. E la grande borghesia, dal canto suo, poteva dispiegare la sua azione per la ripresa del processo di accumulazione puntando su diverse opzioni.

In primo luogo, non solo gli impianti industriali si erano in gran parte preservati, ma anche la rete ferroviaria era rimasta indenne per il 62% della sua estensione (col 50% del materiale rotabile intatto). Già alla fine del 1945 si poteva percorrere per intero la penisola sia su rotaia che su strada (4). I vari comparti produttivi erano usciti dalla guerra in condizioni diverse, e con prospettive diverse. Ad industrie siderurgiche, cantieristiche, armatoriali, cementiere, zuccheriere in grossa difficoltà facevano da pendant la chimica, l’auto, la gomma, la meccanica leggera, i materiali elettrici; tutte con il segno “più” davanti ai loro bilanci, e desiderose solo di trovare capitali per rinnovare impianti, riorganizzare la produzione, ed invadere i mercati. Del resto i padroni, in piena guerra, non erano andati troppo per il sottile nel fare business sia coi tedeschi che con gli anglo-americani!

Si delinea così uno schieramento composito che possiamo qui solo abbozzare: Valerio (Edison), in combutta con Angelo Costa, armatore e presidente di Confindustria, è su una linea “protezionista” e politicamente conservatrice (destra DC, liberali, monarchici); poi abbiamo una imprenditoria “centrista” che fa capo ad Agnelli, Pirelli, Falck (“euroatlantica” e liberista); poi ancora una frazione “riformista” e “mondialista” in cui si fanno largo Enrico Mattei e Adriano Olivetti, col ripescato “statalista” Oscar Sinigallia (Finsider). A sdoganare il tutto ci pensa il Piano Marshall.

Abbiamo già visto la linea espansiva dell’imperialismo USA, uscito dominatore dalla guerra. Dominio sancito, ancor prima che cessasse il fuoco, dagli accordi di Bretton Woods (luglio 1944), in cui vengono definite le regole per la politica monetaria internazionale, fondato il FMI, e data al dollaro libertà illimitata sui mercati, permettendo così agli USA di esportare anche la loro inflazione. Già nel 1946-’47 l’Italia aveva potuto fruire di 2 miliardi di dollari di “aiuti” dai governi Alleati (1,7 miliardi dagli USA, parte dei quali serviranno a ripagare le “riparazioni di guerra”). George Marshall, segretario di Stato del presidente americano Truman, il 5 giugno 1947 annuncia un Piano di “aiuti” in quattro anni (in realtà capitale e merci in eccedenza, condizionati a ritorni in interscambio con gli USA o coi paesi europei interessati dal Piano) detto anche European Recovery Program (ERP). L’importo totale per l’Europa sarà di 14 miliardi di dollari. All’Italia andranno 1.204 milioni (594 milioni, la trancia più consistente, arriveranno già nel ’48-’49).

Tutto ciò, insieme alla nomina di Luigi Einaudi a vice-primo ministro e ministro del Bilancio nel nuovo governo De Gasperi, permette una stabilizzazione economica e politica propedeutica al pieno rilancio del capitalismo italiano. La linea einaudiana prevede una risoluta applicazione del controllo sul credito e la stabilità monetaria per abbassare l’inflazione, nonché la riduzione delle spesa pubblica. Anche se, riporta V. Castronovo: “De Gasperi, Merzagora, Gronchi (ministro dell’Industria), Costa convincono Einaudi a fare programmi di spesa in deroga alla politica di rigorosa stabilizzazione monetaria.” (5). Per la spesa sociale? Per i disoccupati? Non se ne parla neppure… Ovviamente per “aiutare” le imprese nella loro opera di “Ricostruzione”.

Di lì a poco, su questa base di compattamento delle “forze sane” del paese attorno al blocco politico centrista (DC, PSLI, PRI, PLI), sostanziata l’appartenenza dell’Italia al campo occidentale (“il pane che mangi è fatto di farina americana” verrà scritto sui muri), esplicitato l’appoggio del Vaticano (“o con Cristo o contro Cristo”, dirà papa Pio XII), le elezioni politiche del 18 aprile 1948 sono già ampiamente indirizzate.

Il Fronte Popolare (PCI+PSI) prende 8.136.637 voti, il 30,98%. La DC, da sola, 12.740.042 voti, il 48,51%. Una débacle senza appello per il partito staliniano, che ci è stata raccontata come scontro epocale tra “democrazia” e “comunismo”, ma che in realtà rappresentava solo la sanzione elettorale di una già avvenuta spartizione imperialista delle zone di influenza. All’URSS bastava attestarsi sui confini orientali italiani senza “invadere” un campo che non era comunque in grado di tenere (la “scissione” jugoslava del maresciallo Tito, nel giugno di quell’anno, scombussolerà assai i piani di Mosca).

La vera sconfitta
Ad ogni modo, il PCI costituiva per l’URSS una considerevole arma di pressione. Di qui il mantenimento dell’involucro ancora formalmente “rivoluzionario” del partito, facente leva su una massa operaia sfruttata e vessata dalla “Ricostruzione”. E la funzione nazionale del partito, che pur c’era, andava sempre più indirizzandosi come ruota di scorta di settori capital-statali, e di appoggio al cooperativismo, nonché a strati di piccola borghesia nel Centro-Italia. Le “riforme di struttura” e la “democrazia progressiva” saranno solo degli obbiettivi illusori, spacciati per rivoluzionari al solo scopo di “riformare” un sistema sostanzialmente irriformabile. Mentre la sponda russa permetteva al PCI di condurre una lunga e dura opposizione senza per questo farsi travolgere dal senso della sconfitta.

Per il movimento operaio la vera sconfitta stava altrove. Stava nel non essere stato in grado di cogliere l’occasione del 1943-’45; nel non essere stato in grado di coniugare le convulsioni sociali dell’immediato dopoguerra con un programma di rivolgimento politico. Stava, in fondo, nell’impotenza delle formazioni classiste ed internazionaliste ad approntare un partito rivoluzionario radicato tra le masse, che uscisse dalle secche dell’illusione “movimentista” e del nullismo “propagandista”.

Nel luglio del 1948, con l’attentato a Togliatti per mano di un giovane di destra, siamo di fronte all’ultimo fenomeno pre-insurrezionale del proletariato italiano. Il colpo di coda di cinque anni di fuoco. Il tappo, così a lungo compresso, salta. Il prestigio del PCI tra i lavoratori è enorme, e Togliatti è considerato il capo del comunismo italiano. Così per tre giorni (14-15-16 luglio) in diverse località della penisola, con uno sciopero generale spontaneo in corso, i partigiani che erano stati “rimessi nei ranghi” dal PCI credono sia giunta finalmente “l’ORA X”. Scontri, anche a fuoco, con polizia e carabinieri; blocchi stradali; devastazioni di sedi di destra; assedi a caserme e prefetture; disarmo dei militari; occupazione delle fabbriche con ostaggio dei dirigenti (vedi Fiat); taglio di linee telefoniche; “autogestione” di tanti piccoli centri…

Ma il partito, coadiuvato ancora una volta dalla CGIL, rimane ben dentro il legalitarismo e l’ordine democratico: prima facendo sfogare le masse, poi soffocandone la residua spinta a proseguire la lotta. Il vero sentire di questo partito opportunista lo esprime al meglio Luigi Longo rivolto ad Ilio Barontini, mandato in missione da pompiere in Toscana: “Se l’onda cresce lasciala montare, se cala soffocala del tutto.” (6). Per la serie: come ti mando gli insorti allo sbaraglio… Si contano una ventina di morti tra manifestanti e poliziotti, ed oltre 600 feriti. Viene pesantemente investito dalla repressione statale ciò che rimane della componente “resistenzialista” del partito. L’onda lunga della decapitazione da parte dello stato delle lotte proletarie continua, e può essere così sintetizzata: dal gennaio 1948 al settembre del 1954, in manifestazioni pubbliche, tra città e campagne, vi sono 75 morti tra operai, braccianti, disoccupati, manifestanti donne. I feriti ammontano a 5.104; 148.269 gli arrestati; 61.243 i condannati, per un totale di 20.426 anni di carcere (oltre a 18 ergastoli). In parallelo, la Forza Pubblica, oltre a dotarsi di armamenti e strutture più efficienti, aumenta di ben 60.000 unità i suoi effettivi rispetto al periodo fascista!

Il 1949 è l’anno del dopoguerra in cui più alta è la punta degli scioperanti: saranno 3.524.000, quota che rimane sostanzialmente su quei livelli anche l’anno seguente: 3.514.000. Riprendono a raggiera le occupazioni delle terre al Sud, gli scioperi generali bracciantili in Val Padana, le occupazioni delle fabbriche contro chiusure e licenziamenti nelle industrie del Nord. Segno che il proletariato ed i contadini poveri non si piegano alle ristrutturazioni della “Ricostruzione” ed alle pretese degli agrari: siano essi i grandi latifondisti assenteisti oppure i capitalisti agricoli. Ma queste lotte sono scoordinate, spesso confinate al caso per caso, difensive, e comunque inserite dentro le “compatibilità aziendali” e “nazionali”. E’ del 1949-’50 il Piano del Lavoro della CGIL, in cui si ingabbiano le lotte proletarie dentro la ferrea logica dello scambio tra investimenti pubblici e moderazione salariale.

Nel frattempo, grazie al massiccio afflusso dei capitali americani, alla ripresa del mercato europeo (nell’aprile del 1951 si formerà la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, foriera del MEC, il Mercato Comune Europeo del 1957), all’allargamento dei mercati, alla riorganizzazione fordista della produzione, al regime carcerario di fabbrica, alla compressione salariale, alla collaborazione dei sindacati, al nuovo “mito consumista” che comincia a far capolino e che si sposa col paternalismo aziendale, il grande capitale (privato e statale) non solo è ancor più saldamente in sella, ma si proietta come non mai sullo scenario internazionale. La blindatura di un simile processo avviene a livello politico-militare con l’adesione dell’Italia alla NATO il 4 aprile del 1949 (dodici i paesi fondatori, Germania-Ovest esclusa). E’ una tappa obbligata di quella “Guerra Fredda” tra blocchi imperialistici che dal 1947, passando per la crisi di Berlino Est (giugno 1948-maggio 1949) e la guerra di Corea (scoppiata nel giugno 1950), coinvolgerà appieno anche l’Italia.

Il problema contadino nel Sud e nel Centro-Italia (dove i mezzadri avevano dato forte impulso alle lotte) viene neutralizzato con la Cassa del Mezzogiorno (10 agosto 1950) e la riforma agraria. Nel primo caso si appronta un baraccone statale che parte con una dotazione di 1.000 miliardi di lire in dieci anni, per sviluppare imprese ed infrastrutture spesso collegate ad affarismo clientelare a sfondo malavitoso. Nelle campagne, col Lodo De Gasperi (aprile ’49) e con la legge Segni sulla riforma agraria (ottobre 1950), si disarticola il movimento contadino dentro la logica dello sviluppo del mercato interno. Poche le terre che alla fine saranno distribuite ai contadini; moltissime, in compenso, le braccia che andranno dal Sud al Nord a farsi inurbare selvaggiamente e sfruttare sulle catene di montaggio.

Il conto della “Ricostruzione”
Il famoso “Boom economico” è alle porte. L’euro-atlantismo è ormai una strada che paga in termini di riproposizione internazionale dell’imperialismo italiano. Questi non si stava sciogliendo nell’imperialismo USA. Ma si era appoggiato ad esso, entrando organicamente nelle sue alleanze politiche e militari, senza con questo rinunciare a riprendere ed allargare le sue storiche direttrici di espansione (Europa, Russia, Medio Oriente, Africa settentrionale e centrale). Come si vedrà chiaramente da lì a poco.

Facendo un confronto col 1938, il livello complessivo della produzione industriale del 1951 è salito del 137%; quello del tessile del 124%, della chimica del 142%, della metallurgia del 152%. Dal ’46 al ’51 il PIL cresce in media dal 7 all’8% annuo. All’inizio del 1950 il tasso di liberalizzazione dell’economia italiana è secondo solo a quello britannico, seppur gravi ancora nel paese il “peso” di una forza-lavoro collocata per il 40% nelle campagne.

Il prezzo di tutto ciò per il proletariato è stato pesantissimo: due milioni di disoccupati, decine di migliaia di licenziati politici, anni di duri scontri che lasciano i lavoratori ai margini di una vita appena dignitosa. Si marcia con una media di 150.000 emigranti annui che tra il ’50 ed il ’55 saranno costretti a farsi schiavizzare nelle miniere, nei cantieri e nelle industrie della Francia, della Svizzera, del Belgio, della Germania (7).

La produttività del lavoro tra il 1947 ed il 1948 segna un + 131% nel manifatturiero con un incremento della produzione del 6,5%, mentre l’occupazione cala del 5,8%. Vittorio Valletta, presidente della Fiat e simbolo dell’arroganza padronale, divide gli operai in “costruttori” e “distruttori”: limitando il diritto di sciopero, introducendo premi anti-sciopero e reparti-confino, il ricatto del posto di lavoro, in un mix di intimidazione e paternalismo. Stretta tra i licenziamenti politici e la promozione dei sindacati “gialli” (cioè filo-padronali)… “fino al 1962 la grande massa operaia non sciopera più in Fiat.” (8).

Insomma, il capitalismo italiano viene ricostruito puntando sulle grandi iniezioni di capitale tipo Piano Marshall, ma anche sul “tirare a campare” di masse proletarie messe ai margini e super-sfruttate. Se da una parte Di Vittorio, al Congresso della CGIL di Genova (ottobre ’49), denuncia un salario mensile di un operaio specializzato di 30.840 lire mensili a fronte di un fabbisogno corrispondente a 50.000 lire, sponsorizzando così il suo Piano del Lavoro, dall’altra:

“…c’è il lavoro nero a fianco di quello ufficiale, i “fuoribusta”, il nascente “sommerso” rappresentato da milioni di laboratori artigianali che s’apprestano a far germogliare, con l’apporto decisivo del personale femminile sottopagato e super-sfruttato, la piccola industria.” (9).

Una coscienza politica classista, soprattutto nelle grandi concentrazioni operaie, rimane comunque in vita; ma non riesce ad uscire dall’assideramento a cui la costringe il partito stalinista. Ci vorrà un decennio per “rivedere la luce”: quando nell’estate del 1960 i giovani proletari delle “magliette a strisce”, rompendo spavaldamente con i sepolcri imbiancati dell’interclassismo e del nazionalismo, daranno un primo significativo scossone al clima del “neo-capitalismo”.

Il problema vitale di una direzione politica ai movimenti di classe che le crisi del capitalismo mettono in campo rimane in tutta la sua portata. Oggi più di ieri. Il capitalismo ci sta portando in tavola un nuovo salatissimo conto. Facciamo tesoro delle lezioni del passato per non farci trovare impreparati.

G.G.


Note:
(1) N. Kogan, L’Italia del dopoguerra, Laterza,1974.
(2) P. Togliatti, Per una repubblica democratica e antifascista. Discorsi alla Costituente, Newton Compton, 1976.
(3) A. Gambino, Storia del dopoguerra. Dalla Liberazione al potere DC, Laterza, 1975.
(4) S. J. Woolf, L’Italia 1943-1950. La Ricostruzione, Laterza, 1974.
(5) V. Castronovo, Cento anni di imprese, Laterza, 2010.
(6) C. M. Lomartire, Insurrezione, Mondadori, 2006.
(7) D.W. Ellwood, L’Europa ricostruita, Il Mulino, 1994.
(8) N. Balestrini – P. Moroni, L’Orda d’Oro, Feltrinelli, 2003.
(9) G. Galli, Il padrone dei padroni, Garzanti, 1995.

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