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25 Ottobre 2020 – 10:58 |

Il presidente brasiliano recupera popolarità grazie a un forte aumento della spesa per la lotta alla povertà. Ma questa politica “sociale” dovrà presto fare i conti con la recessione economica e la scarsità di risorse disponibili oltre che con le pressioni liberiste che arrivano dai suoi alleati.Se di fronte a un possibile ridimensionamento della spesa sociale e all’aumento dello sfruttamento la classe lavoratrice si accontenterà …

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I BUONI LAVORO, BUONI PER IL PADRONE

Inserito da on 9 Ottobre 2016 – 07:39

Il nuovo precariato di massa in Italia è quello dei voucher, i “buoni lavoro”, che ha sostanzialmente sostituito altri contratti di lavoro parasubordinato già esistenti – cococo, cocopro, finte partite IVA, ritenute d’acconto – offrendo soluzioni più flessibili e meno costose per le aziende, creando nuove sacche di precariato sfruttate da piccole aziende,  cooperative “sociali”, etc., per abbattere il costo del lavoro con un sistema di pagamento poco costoso anche per le procedure burocratiche e amministrative.

Con l’introduzione dei voucher, la legge[1] ha sancito la liceità dei nuovi “working poor”, salariati che nonostante lavorino hanno un reddito che si aggira attorno al limite di sussistenza. Il costo orario di un voucher è di 10 € al lordo, ma al lavoratore vanno solo 7,50€, 1,30€ all’INPS per i contributi pensionistici, 0,70€ all’INAIL per l’assicurazione anti-infortunio; 0,50€ per la gestione del servizio. A questi voucheristi è negata tutta una serie di diritti che la classe lavoratrice italiana si era conquistata con decenni di lotte: riposi o ferie pagate, malattia, congedi per maternità o paternità, congedo matrimoniale, possibilità di ottenere un mutuo per la casa.

I voucher rappresentano la massima flessibilità di impiego in un quadro di ampia riserva di forza lavoro, disposta ad accettare lavori saltuari a un prezzo da fame: disoccupati, cassintegrati, esodati, mobilitati, licenziati. Il padrone può assumere a ore o a giornata.

Destinati in teoria al pagamento di prestazioni occasionali, sono in realtà l’unica fonte di reddito di un ampio numero di precari che non hanno mai avuto un contratto stabile.[2] Scrive il rapporto INPS a riguardo: «al netto dei pensionati, nella stragrande maggioranza non è tanto un popolo “precipitato” nel girone infernale dei voucher dall’Olimpo dei contratti stabili e a tempo pieno (Olimpo a cui spesso non è mai salito) ma un popolo che, quando è presente sul mercato del lavoro, si muove tra diversi contratti a termine o cerca di integrare i rapporti di lavoro a part-time».

I voucher non fanno emergere il lavoro sommerso, scopo dichiarato alla loro istituzione, ma creano e legittimano una forma di lavoro precario a basso costo e aiutano ad aggirare le norme. Come? Lo spiega Fabrizio Maritan della Cgil veneta: «Se un ispettore va a fare un controllo in una struttura … oggi i proprietari possono mostrare i buoni, magari da due ore, e dire che quel dipendente è lì solo per quel tempo. Salvo poi trattenerlo magari 9 o 10 ore e le altre pagargliele in nero come sempre fatto. Con il problema che adesso diventa ancora più difficile dimostrarlo.» Più che un’emersione del lavoro sommerso è una regolarizzazione, molto parziale, che serve per occultare la parte più consistente di attività in nero. I voucher sono come la punta di un iceberg: segnalano il nero, che però rimane in gran parte sott’acqua.

I mezzi per combattere questi abusi ci sarebbero: una procedura telematica per registrare i voucher prevista dallo stesso governo e dall’Inps, ma manca il decreto attuativo … per la cui presentazione non sono previste scadenze obbligatorie.

Nel 2015 sono stati staccati 115 milioni di buoni lavoro “per un valore complessivo di 1 miliardo e 150 milioni di €, con un aumento a livello nazionale del 67,7% rispetto al 2014; l’incremento però è stato del 97,4% in Sicilia, 85% in Liguria, 83% in Puglia e Abruzzo, 79% il Lombardia.

Il numero complessivo dei voucher del 2014 è stato di 69 milioni nel 2014, e nel 2013 di 36 milioni.

Ne hanno usufruito 1,5 milione di lavoratori, 2/3 al Nord; complessivamente vedono la parità di genere, 50% uomini e 50% donne.

È in calo l’età media: nel 2008 era di 60 anni per i maschi e 56 per le femmine; nel 2011 44 e 36 anni; nel 2015 37 e 34 anni rispettivamente.

Ne usufruiscono studenti e universitari, lavoratori che vogliono integrare la insufficiente paga di altri lavori part-time; pensionati  per rimpolpare la magra pensione di anzianità, lavoratori disoccupati la cui indennità di disoccupazione non basta a giungere a fine mese; gli ex lavoratori a progetto, ora in gran parte abolito; le finte partite IVA che, pur diminuite del 10% nel 2015 (collaboratori, educatori, addetti di cooperative sociali e piccole società a responsabilità limitata) devono accettare di essere pagati per la gran parte in nero e in minima parte con i buoni.

L’istituzione dei buoni-lavoro offre ai datori di lavoro la possibilità di non stabilizzare mai i loro dipendenti. Un settore diffuso che paga ormai solo con i voucher sono le cooperative che vincono l’appalto di un servizio per la Pubblica Amministrazione.

Chi, ricorrendo ai voucher, finisce in questo girone senza prospettiva di uscire dalla condizione di sottoprecariato sono i lavoratori oltre i 45 anni.

La legge pone solo due limiti economici all’impiego dei voucher:

  • un massimo di 7000 € netti complessivi l’anno per ogni lavoratore, e 2 020 € massimi pagati da un unico committente.

II terzo limite, che si tratti di lavoro accessorio, è aggirato da tempo.

In Veneto e Friuli, i voucher hanno drasticamente ridotto i contratti part-time e stagionali nell’agricoltura, dove il rapporto tra la parte del salario in voucher e quella in nero è di 1 a 30: 37,50 € al mese in voucher e 1 062,50€ in nero. Ovviamente solo nelle settimane lavorate, quando le condizioni meteorologiche lo consentono, altrimenti niente. La paga giornaliera complessiva si aggira sui 40€, (contro i 25-30 € pagati dai caporali ai braccianti di Sicilia, Calabria, Puglia e Campania).

Come funzionano? Vengono acquistati negli sportelli INPS, ma anche e sempre più presso le Poste o nelle tabaccherie. Non essendoci l’obbligo di comunicare il giorno e l’ora del loro utilizzo, il padrone fa figurare data e ora come gli torna comodo.

In caso di incidente, ad esempio, basta far risultare attivo il voucher pochi minuti prima di esso. In caso di ispezione del lavoro, il lavoratore con voucher è sempre dichiarato essere al primo giorno di impiego. L’ispettorato del lavoro non verifica mai la quantità di lavoro svolto per appurare la veridicità delle ore di lavoro che risultano pagate con i voucher. In ogni caso il lavoratore non può far valere i suoi diritti, se vuole continuare ad essere chiamato a lavorare.

Come è formalizzato il rapporto di lavoro con il voucher, rispetto a quello “tradizionale”? Mentre sulla cedola di una busta paga devono essere riportati: ragione sociale dell’azienda, nome e cognome del dipendente, data di nascita, data di assunzione, scatti di anzianità, luogo di lavoro, mansione, figli a carico, ferie, permessi, Tfr, versamenti Inps e Inail, per il voucher occorre solo dichiarare: periodo di prestazione, Codice Fiscale del datore di lavoro e del lavoratore; firma del lavoratore.

La precarietà della condizione lavorativa è precarietà di vita, che rischia di divenire anche precarietà psicologica. La particolare condizione di solitudine a cui sono oggettivamente costretti i lavoratori precari non è facile da combattere, né a livello personale, né in quanto componente di una classe sociale, quella dei lavoratori salariati.

L’unica possibilità di difesa passa per la solidarietà di classe, per l’unità fattiva tra tutti i lavoratori, precari o meno, nella difesa dei diritti umani contro la logica del capitale e del profitto. Una unità che può essere costruita solo se, in una prospettiva di lungo respiro, vengono abbandonati gli interessi immediati, individuali, di luogo di lavoro, di settore, a favore di quelli complessivi dei lavoratori. Questo è il primo passo per una coscienza politica autonoma dei lavoratori che rifiutino l’ideologia di una collaborazione con la classe antagonista, la borghesia, a sostegno di presunti comuni interessi nazionali.

[1] Legge n.133 del 6 agosto 2008

[2] Il gruppo più numeroso di prestatori di lavoro accessorio è rappresentato da occupati presso altre imprese (29%) ma la maggioranza è rappresentata da precari. Nel dettaglio: 23% disoccupati (età media elevata), 18% che percepiscono ammortizzatori sociali, 14% inoccupati, 8% pensionati e altrettanti che svolgono altro lavoro autonomo, parasubordinato ed operai agricoli.

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