IL DISASTRO INDUSTRIALE DI TIANJIN – NUOVO COMBUSTIBILE ALLA LOTTA DI CLASSE DEI SALARIATI IN CINA

Il 12 agosto, una catastrofe industriale ha provocato in Cina 114 vittime, oltre 700 feriti; 6300 gli evacuati; i 70 dispersi sarebbero per la maggior parte pompieri. Una serie di conflagrazioni scoppiate in un grande deposito, Rui Hai International Logistics, che conteneva prodotti altamente pericolosi e tossici – destinati ad essere esportati o trasportati in altre regioni del paese – hanno scagliato in cielo una palla di fuoco alta centro metri, frantumato le finestre di edifici a oltre tre chilometri dall’epicentro del disastro, fatto esplodere centinaia di automobili nel vicino parcheggio. La prima esplosione è calcolata equivalente a quella di tre tonnellate e la seconda a 21 tonnellate di TNT (tritolo equivalente).

Non abbiamo trovato notizie specifiche sul numero di vittime tra i lavoratori del gruppo logistico e del porto. La società del porto di Tianjin ha riferito che decine dei suoi dipendenti risultano dispersi. Sappiamo che una buona parte di essi è costituita da migranti, provenienti dalle campagne della provincia centrale dello Henan, ai quali è negato il diritto di risiedere nella città, di avere sussidi per l’abitazione, per il sistema educativo e sanitario. Vengono così alloggiati in dormitori fatiscenti. Uno di questi, che ne ospitava 2000, è crollato in occasione delle esplosioni. Sono una parte delle centinaia di milioni di migranti che hanno alimentato il boom economico degli ultimi due decenni trasformando la Cina nella seconda potenza economica mondiale, senza però condividerne i benefici.

I parenti dei pompieri precari – 18,19, 20 anni il più vecchio – hanno espresso la loro rabbia in occasione di una conferenza stampa, chiedendo di essere ascoltati. Hanno chiesto perché i loro nomi non erano elencati tra i dispersi, mentre lo erano quelli dei pompieri a tempo indeterminato. I pompieri mandati a spegnere gli incendi non avevano alcuna informazione sui materiali presenti nei magazzini. Sembra che per la presenza di carburo abbiano involontariamente innescato ulteriori esplosioni usando gli idranti.

Siamo a Tianjin – nel Nordest della Cina, a circa 70 km a Sudest di Pechino – grande città industriale e porto marittimo, con i suoi 15 milioni di abitanti, terza maggiore metropoli del paese.

Il deposito Rui Hai si trova nel distretto portuale New Binhai, a circa 609 metri dal centro abitato, anziché a 975 come prescrive la legge. Nel 2010 le autorità cinesi avevano consentito l’avvio della costruzione del complesso residenziale di Vanke Port, ora completamente evacuato, nonostante si trovasse ad una distanza inadeguata dai magazzini contenenti merci pericolose, tra cui 700 tonnellate di cianuro di sodio, che emette un gas altamente tossico, carburo di calcio che rilascia gas infiammabili quando mischiato con l’acqua.

In un suo studio del 2014 l’Accademia per le scienze ambientali di Tianjin si espresse a favore dei progetti dei proprietari del gruppo di logistica Rui Hai, che prevedevano di ampliare i loro affari con la gestione di prodotti chimici pericolosi. Si sospetta che nella speculazione edilizia siano coinvolti ex alti esponenti del governo cinese ed ufficiali dell’esercito. Il governo, nel tentativo di insabbiare la faccenda, per due giorni dopo il disastro ha bloccato i registri aziendali online di Tianjin.

Quella di Tianjin è il più recente di una continua serie di disastri industriali che ogni anno uccidono migliaia di lavoratori e di cittadini cinesi.

Una cartina degli incidenti sul lavoro pubblicata prima di Tianjin dal China Labour Bulletin (CLB) riportava per quest’anno 26 esplosioni sul posto di lavoro, con 65 morti e 119 feriti.

Due giorni prima di Tianjin, l’esplosione di carbone e gas in una miniera della provincia di Guizhou, nel S-O, con almeno 12 minatori uccisi.

Il 16 luglio, c’è stata una enorme esplosione in un impianto petrolchimico a Rizhao, Shandong, in cui fortunatamente hanno perso la vita “solo” due pompieri.

Quattro giorni prima, nella provincia di Hebei 15 morti e 25 feriti causati da un’esplosione in una fabbrica illegale di fuochi d’artificio; altri 12 vittime e 33 feriti nel crollo di una fabbrica di calzature a Wenling, provincia di Zhejiang.

Lo scorso aprile, 30 000 evacuati per la fuoriuscita di petrolio che ha innescato un incendio in una fabbrica chimica di Zhangzhou, Fujian; era il secondo incendio in due anni.

Il 31 dicembre 2014, 17 morti e 20 feriti per l’esplosione in una fabbrica di macchinari a Foshan, provincia di Guanzhong.

Nell’agosto 2014 un’esplosione ha provocato almeno 146 vittime e 95 feriti tra gli operai della fabbrica di prodotti metallici Kunshun Zhongrong, Jiangsu, che produce componenti per l’americana GM.

Le esplosioni rappresentano solo una parte degli incidenti che mettono a rischio di vita di milioni di salariati cinesi sul posto di lavoro. Per i primi quattro mesi del 2015 l’“Amministrazione statale cinese per la sicurezza sul lavoro” riporta 862 225 incidenti sul lavoro, con 16 243 vittime.

Una lunga lista di incidenti, dovuti alla fame di profitto del capitale, cinese ed estero, che relega la questione della sicurezza sul luogo di lavoro ad una legislazione che rimane inattuata, a declamazioni ufficiali di condanna, alla lotta tra le fazioni all’interno del partito al governo. Dentro il quale l’aspra lotta alla corruzione in corso non è certo espressione di preoccupazioni morali ma della consapevolezza che essa rallenta le riforme necessarie ad adeguare il capitalismo cinese agli standard internazionali.

Le morti sul lavoro sono le vittime della guerra condotta dalla borghesia cinese sul fronte interno, l’espressione dello sfruttamento e del supersfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale, che sta conducendo la sua guerra anche sul fronte esterno, per assicurarsi una posizione di primo piano nella spartizione del bottino imperialista a livello mondiale.

Delle manovre di questa guerra esterna fa parte anche la serie di svalutazioni finanziarie attuate dal governo cinese nelle scorse settimane. La manovra, oltre a facilitare le esportazioni cinesi, potrebbe portare ad una maggiore libertà di fluttuazione dello yuan, condizione richiesta dall’FMI per poter includere la moneta cinese nel suo paniere di valute con diritti speciali di prelievo (SDR),[1] paniere di cui fanno parte attualmente il dollaro USA, l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese.

In occasione delle manifestazioni, pur limitate, per il disastro di Tianjin che chiedevano al governo riparazioni per il disastro, Pechino ha intensificato la campagna mediatica per arginare le voci circolanti, e ha utilizzato i media statali per informare che il governo ha accusato pubblicamente di corruzione un membro del comitato permanente del Politburo, e per dimostrare che non sta cercando di nascondere le trame dietro Tianjin. La fazione oggi dominante nel governo cinese mette in scena trasparenza e affidabilità utili a frenare le rivolte interne e ad attrarre i capitali esteri.

Ma le contraddizioni sociali e politiche prodotte dal suo impetuoso ed ineguale sviluppo capitalistico agiscono in profondità, e la lotta di classe si intensifica, come riporta CLB del 5 agosto. Nella provincia costiera dello Shandong ci sono stati 125 scioperi e proteste nei primi sette mesi dell’anno, un numero simile a quello delle vicine province di Henan e Jangsu.

Con 123 lotte la provincia ad alta industrializzazione del Guandong rimane il centro dell’attivismo operaio, ma altre regioni stanno raggiungendo il suo livello.

Il 75% delle dispute registrate quest’anno nello Shandong riguardano almeno in parte arretrati salariali, un indizio delle difficoltà della regione a tradizione manifatturiera e industriale ad adeguarsi al rallentamento dell’economia, passata da una crescita a due cifre ad una del 7,8%. A Tengzhou, ad esempio, decine di manifatture hanno già chiuso, e migliaia di operai hanno perso il lavoro.

Nello Shandong è particolarmente alto il numero dei conflitti nel minerario e nelle imprese statali. Il 13 luglio, ad es., 1700 minatori della miniera di carbone statale a Jining hanno scioperato per tre giorni contro il taglio salariale del 50%, giustificato dal padronato con la riduzione degli affari. I lavoratori hanno però denunciato che il gruppo ha in realtà registrato profitti per 13 milioni di yuan nel solo mese di maggio. A Dezhou due grandi conflitti a gennaio e luglio di quest’anno hanno visto migliaia di lavoratori scendere in strada per il mancato pagamento di diversi anni di contributi previdenziali e di arretrati salariali; nella vicina cartiera statale Yinhe Paper di Lingqing 1000 salariati hanno scioperato per i tagli occupazionali annunciati.

Hanno intensificato proteste e scioperi anche i salariati di gruppi di Hongkong con sede in Cina: una confederazione sindacale che rappresenta circa 170 000 salariati, informa che ci sono stati 25 conflitti di lavoro collettivi nei 12 mesi precedenti l’aprile 2015, con un incremento annuale del 40%.

Le spettacolari e gigantesche catastrofi che colpiscono i lavoratori cinesi aggiungono nuovo combustibile al ribollire della lotta di classe in corso, mentre le contraddizioni dello sviluppo capitalistico che aprono crisi politiche all’interno dell’apparato statale possono offrire nuovi spazi per l’azione politica autonoma del proletariato.



[1] Special Drawing Rights (SDR- DSP in italiano) è un “paniere” artificiale di monete usato dall’FMI come unità di conto, il cui valore è calcolato da “un paniere” di valute nazionali rispetto alle quali si calcola una specie di “comune denominatore”. l’SDR è usato anche da alcuni paesi come riferimento per la propria moneta, ed è usato come valore internazionale di riserva. Inizialmente il suo valore era pari ad 1$; dal luglio 1974 è stato definito come paniere di monete, 16 valute, ridotte a 5 nel 1981 (dollaro USA, DM tedesco, Yen, Franco francese, Sterlina inglese). Con l’introduzione dell’euro, nel 1999 il paniere è stato ridotto a 4 (in seguito all’accorpamento di Marco tedesco e Franco francese). Ogni 5 anni l’FMI decide quali 4 monete ne debbano farne parte, e quale peso dare ad ognuna di esse.