Argentina 3. IL REGIME PERONISTA

Una volta diventato presidente (febbraio 1946) Peron inaugura in Argentina una forma di “populismo nazionale di massa” che farà epoca.

Ad essere esatti egli non è il primo in assoluto in America Latina (il Messico, per certi aspetti, cronologicamente lo anticipa di qualche anno col governo Càrdenas). E’ però il primo a guidare una siffatta “rivoluzione” nel paese capitalisticamente più sviluppato del continente Sud-Americano, dando ad essa un carattere “sistemico”.

Come abbiamo visto, per il capitalismo argentino trattasi di uno sviluppo assai parziale e contraddittorio, “dipendente” dal capitale anglo-americano, tanto da costringere codesta riluttante borghesia ad entrare in guerra contro Germania e Giappone addirittura nel marzo del 1945…cioè due mesi appena dalla fine del conflitto!

Ad un afflusso notevole di capitale tedesco in Argentina, appena dietro a quello anglo-americano, era corrisposto durante gli anni di guerra un flusso ancora più consistente di export argentino, in primo luogo verso la Gran Bretagna.

Per cui, rileva Juan E. Corradi (Op. cit.), il deciso “no” del primo ministro inglese W. Churchill all’opzione statunitense di embargo verso la “neutrale” Buenos Aires “fu uno dei più aspri dissapori fra i governi britannico e americano durante la guerra”.

In altri termini: la Gran Bretagna cerca ad ogni costo di preservare la “corsia preferenziale” che la lega all’Argentina, consapevole del ruolo di “acchiappatutto” che sta svolgendo l’imperialismo a stelle e strisce. Non a caso il Brasile, diretto concorrente dell’Argentina, viene coinvolto ben prima dagli Stati Uniti nel conflitto a fianco degli Alleati, fornendo addirittura truppe combattenti per il fronte europeo (compreso quello italiano).

Diventa allora giocoforza per i militari (vedi il colpo di Stato del 1943) intervenire di nuovo in prima persona:

“La corruzione del regime civile conservatore, l’impotenza e la mancanza di prestigio dei partiti di opposizione, i pregiudizi filo-tedeschi e l’antagonismo col Brasile, provocano l’intervento militare. Con quest’atto, gli ufficiali volevano assicurare l’egemonia argentina sul subcontinente e aspiravano a varare un programma di rigido controllo politico e di massicci investimenti industriali.” (Ibidem)

Chi incarna al meglio tale linea strategica della borghesia argentina (pur “dipendente” dall’estero e divisa al suo interno) è per l’appunto il colonnello Juan Domingo Peron.

Il suo governo implementa una vera e propria “crescita industriale di Stato”, investendo quest’ultimo di proprietà non solo di “sostegno”, ma di vera e propria “propulsione”.

Dal 1946 in poi vengono introdotti il monopolio del commercio estero, la nazionalizzazione della Banca Centrale e la concentrazione in essa della maggioranza delle riserve degli istituti di credito privati. Si nazionalizzano i servizi principali: ferrovie, telefoni, gas, trasporti urbani…seppur parte degli utili vada comunque dirottato in onerosi indennizzi a favore delle aziende nazionalizzate. Anche le assicurazioni subiscono un simile trattamento. Si fissano i prezzi per produttori e consumatori, dirottando la parte maggiore dei profitti verso il credito agevolato agli industriali “nazionali”.

Questa “era dell’oro” del capitalismo argentino permette a Peron la creazione di un largo sostegno operaio alla sua politica, attraverso l’attuazione – considerando il periodo storico e il paese – di un Welfare d’avanguardia.

Oltre agli aumenti salariali sanciti dall’introduzione dei contratti collettivi di lavoro, si istituisce la tredicesima, la liquidazione, il salario familiare, la legge di protezione per le lavoratrici domestiche, il pensionamento a 60 anni (che diventa a 55 anni per i dipendenti pubblici, con importo pari al salario di congedo), la pensione di vecchiaia. Tale sistema viene esteso anche ai lavoratori rurali.

Di seguito: l’assicurazione sugli infortuni, la malattia e la maternità; le ferie retribuite; le colonie estive per le famiglie dei lavoratori; l’istruzione gratuita e obbligatoria; la sanità pubblica. Si favorisce l’edilizia abitativa, compreso l’acquisto di case, anche se per i nuovi lavoratori inurbati la destinazione sono le bidonville di periferia (“villas de emergencia”) 

L’appoggio di gran parte dei lavoratori e del sindacato CGT, in quelle condizioni, ne è la conseguenza inevitabile. La “sinistra” aveva portato nel recente passato impotenza, divisione e frustrazione. Il governo Peron porta invece, in un sol colpo, “risultati ben tangibili” all’insegna di un rinnovato spirito nazionale. I suoi iscritti passano da 434.184 del 1946 a 2.344.000 del 1951.

Inoltre, la CGT diventa “sindacato unico”; il solo riconosciuto dallo Stato e per questo chiamato alla gestione della “cosa pubblica” (Enti statali e parastatali, istituti di assistenza, di credito, cooperative…quindi viatico di carriere e di promozione sociale).

Per contro: è “abolita” la possibilità di costituire organismi operai “indipendenti”.

Si instaura in poche parole un sistema corporativo, in cui il parlamento, a grande maggioranza peronista, non fa altro che ratificare ciò che viene deliberato dal rapporto diretto tra l’Esecutivo e le “rappresentanze sociali”, costituite dalle Associazioni di Categoria (Agricoltura, Industria, Commercio, Professioni, Sindacato Unico). Superfluo precisare che le “carriere che contano” passano attraverso un simile tipo di rapporto.

“Evita” Peron è dal canto suo attivissima: va in mezzo al popolo, riceve delegazioni, indice comizi e conferenze, risponde direttamente al profluvio di richieste che giungono da ogni dove, spinge gli strati più bassi della società, in particolare le donne, a reagire contro gli “oligarchi”.

Nel 1948 verrà creata la Fondazione Eva Peron”. Dotata all’inizio di 10 mila pesos, diventeranno 3 miliardi e mezzo nel giro di pochi anni. Il suo ruolo: opere sociali, tipo ospedali, scuole, centri sportivi, colonie estive, alloggi, cure per donne indigenti, fondi per le emergenze, regali ai bambini in occasione delle festività natalizie.

Nel contesto di un crescente coinvolgimento delle donne nella vita civile, viene ad esse concesso il diritto di voto (1947) e costituito il Partito Peronista Femminile (1949), in cui il 30% delle cariche è appannaggio dei dirigenti sindacali.

La donna rimane però rigorosamente inquadrata nella visione cattolica tradizionalista di “madre, moglie” e “baluardo della famiglia”, asse portante dell’ordine sociale di quella che viene reclamizzata come “rivoluzione peronista”.

Si fa largo insomma una forma politica, il peronismo, che punta sulla “argentinità”, sulla identità nazionale, su un processo di “identificazione etica”: incistati da un lato su un clerico-fascismo d’importazione e dall’altro sulla implementazione di un socialisteggiante “populismo latino-americano”.

Quest’ultimo, a sua volta, richiama vagamente i Simon Bolivar ed i José de San Martin del secolo XIX°; nel contesto, però, di una situazione di “nuova spartizione” imperialista del mondo del tutto nuova.

Nel caso dell’Argentina, le lotte di “liberazione nazionale” lasciano il posto ai “riposizionamenti” di avide borghesie autoctone; troppo deboli e corrotte per svolgere funzioni antimperialiste sul versante delle “nazioni oppresse dei paesi arretrati”.

Se e come tale funzione dovesse essere assunta dal proletariato e dai contadini poveri latino-americani, nell’ottica della trasformazione socialista, verrà a costituire una questione epocale sui cui si dividerà ferocemente la sinistra rivoluzionaria.

Per il momento il “pallino” se lo prende Peron, incentrando il governo populista su tre cardini: F.F.A.A., Chiesa e Sindacato.

Alle prime spetta il compito di “supervisione” e garanzia che il processo peronista proceda senza intoppi, distribuendo incarichi e mansioni “civili” tra le gerarchie (cosa che comunque, comportando epurazioni, creerà attriti mai sanati).

Alla seconda viene concesso, rompendo il laicismo istituzionale, il “primato morale” sulla nazione (no al divorzio, cattolicesimo religione di Stato, insegnamento privato).

Al terzo si assegna la “rappresentatività” totale del mondo del lavoro: posti, prebende, quota associativa obbligatoria per tutti i lavoratori, appoggio nelle vertenze “private” con questo o quell’imprenditore “recalcitrante”.

Un governo, quello peronista, che appoggia gli scioperi operai ben assiso nella sua cabina di regìa. Anche se, come si dice, non tutte le ciambelle vengono col buco. Quando ciò accade, quando le lotte “sfuggono di mano”, ecco entrare in azione “squadre speciali” di “mazzieri” del sindacato, superprotette, incaricate di “sistemare” i “perturbatori”. Anche con l’omicidio (sarà un precedente che farà scuola).

Il primo mandato di Peron, nel nome della “rigenerazione integrale della società argentina”, vede Miguel Miranda, imprenditore, assumere il ruolo di ministro dell’Economia.

Egli è uno statalista convinto, e devolve prevalentemente nell’economia urbana l’ingente quantità di risorse monetarie accumulate durante la guerra (metà delle quali in dollari e oro), attraverso l’IAPI (“Istituto Agrario de Promociòn del Intercambio”).

La nazionalizzazione del commercio estero fa sì che i produttori agricoli vendano all’IAPI, ricevendo la metà del prezzo del prodotto collocato sul mercato internazionale. L’altra metà se la piglia lo Stato, che può così calmierare i prezzi interni e trasferire risorse all’economia urbana (crediti, sussidi, investimenti).

Alain Rouquié (“L’America Latina”, B. Mondadori -2000) riannoda i fili partendo dalla Grande Depressione e dalla guerra mondiale; per rimarcare come tali eventi abbiano costretto le economie nazionali a produrre sul posto ciò che non potevano più acquistare, portando alla ribalta “sostegno statale” e “politiche protezioniste”.

I settori produttivi interessati per l’Argentina sono: 1) i beni di consumo non durevoli ed a basso valore aggiunto (cotone, lana, alimenti, mobili, cuoio/pelle e derivati); 2) i beni strumentali semplici e utensileria, destinata a macchine per la lavorazione dei beni di esportazione; 3) i prodotti semilavorati (chimica tradizionale e industria pesante). Trattasi del settore più incentivato coi capitali pubblici, ma che non darà i risultati sperati.

Il primo altoforno di Zapla (1946, gestito direttamente dai militari) arriverà nel ’54 a produrre 40 mila tonnellate di acciaio, ma di scarsa qualità; cominciando da lì in poi la sua parabola discendente.

Lo stesso dicasi per il complesso siderurgico di S. Nicolàs (sul Paranà). Dotato di impianti moderni, ma non in grado di tenere la concorrenza.

Viene così varato il 1° Piano quinquennale, sulla falsariga delle esperienze europee di provenienza stalinista o fascista, comunque stataliste.

Il massiccio impiego di investimenti pubblici – in quella fase – accelera l’industrializzazione, in particolare nel tessile, nell’alimentare e negli elettrodomestici (+ del 100% dei fatturati dal ’46 al ’49 in alcuni casi). Il PIL, nel triennio considerato, cresce in media dell’8% annuo, i consumi (in virtù degli aumenti salariali) del 14%.

Sulla soglia degli anni ’50 il settore pubblico argentino controlla direttamente il 47% dell’economia nazionale. (Loris Zanatta; “Il Peronismo”, Carocci -2008)

E’ un periodo, quello del primo regime peronista (il peronismo “doc”), che vede un livello di avanzamento relativo alle condizioni delle masse lavoratrici che possiamo paragonare, in un lasso di tempo decisamente più lungo, a quello delle “grandi socialdemocrazie europee”.

Dunque (per la velocità del processo, e per la forma “partecipativa”, seppur coatta, assunta in esso dai proletari) non può sorprendere l’emergere di un “consenso” operaio verso il peronismo che lascerà uno strascico indelebile nei decenni a venire.

Peron chiama “rivoluzione” (“la Terza via” tra capitalismo e comunismo) il suo regime. Quanto in esso vi sia poco di “rivoluzionario” è dimostrato, tanto per fare un esempio, dal fatto che in quegli anni non viene attuata neppure la riforma agraria. Per non parlare del fatto che agli operai è richiesto di “starsene al loro posto”.

Ma il tutto assume le sembianze di una rivoluzione, con tanto di “pegno” pagato all’incasso. Pertanto, come tale viene percepita dalle classi popolari. E fatta propria.

Nel 1945 siamo quasi alla piena occupazione. La percentuale del Reddito Nazionale destinata ai lavoratori è valutata al 59% nel ’49 (Corradi). Cifra ridotta (forse più realisticamente) dallo Zanatta al 40% nello stesso anno, per poi salire al 47% nel 1950. Ma il trend di crescita è comunque significativo, testimoniato anche dall’incremento dei consumi; i quali passerebbero dall’81% del PIL nel ’45 al 93% nel ’48. (Zanatta)

La spesa pubblica, che era il 21% del PIL nel 1938, passa al 30% nel ’48.

Che un processo del genere coinvolga appieno la massa salariata (pur nelle sue diversificazioni interne) lo si evince considerando che i redditi da lavoro incrementano del 17,7% dal ’46 al ’47; dell’11,7% dal ’47 al ’48; e del 23,3% se si prende il periodo che va dal ’45 al ’49. (Corradi)

L’appoggio a Peron, incentrato socialmente sul proletariato urbano, è trasversale; oligarchia a parte, contro la quale egli conduce campagne di mobilitazione e di denuncia politica. Anche se il rapporto tra la frazione borghese ancora maggioritaria e il peronismo non va di certo visto nei termini di una netta contrapposizione. Il capitale industriale nazionale, pur potenziato, è legato ancora a doppio filo con la produzione e l’export agricolo. Per non parlare della finanza.

Diciamo piuttosto che la borghesia argentina, col peronismo, una forma “bonapartista” latino-americana del XX° secolo, cerca di tesaurizzare le esperienze europee e raggiungere, di fronte “all’esaurimento politico generale di tutte le classi” (K. Marx: “Le lotte di classe in Francia”), un equilibrio utile al suo inserimento continentale, dovendo pur tener conto dei vincoli derivati dalla “Guerra Fredda”.

Un simile equilibrio è però minato da tutta una serie di contraddizioni scaturite in primo luogo dall’aver messo in moto comunque un processo di coinvolgimento della massa operaia: “diretto dall’alto” quanto si vuole, ma al contempo reale, generalizzato e “galvanizzato” dall’avanzamento sociale. Non agevole da controllare, dal momento che bisogna pur far capire ai lavoratori qual è il “limite invalicabile” oltre il quale non è lecito spingersi.

Oltre a ciò, dall’altra sponda, le forze padronali, militariste e reazionarie non sono certo in disarmo. Mantengono tutta la loro “potenza di fuoco” economica, politica e ideologica; tenendosi ad ogni modo pronte a rompere il suddetto equilibrio.

Infine, ma non ultima come importanza, la “modernizzazione” porta con sè un fenomeno di “scorrimento sociale” delle classi che mal si attaglia ad un sistema “ordinato” sì, ma al contempo “ingessato” com’è quello corporativo sostenuto da Peron.

Se poi, come vedremo, tale “ingessatura” viene a cozzare col peggioramento delle ragioni di scambio sui mercati per il  capitalismo argentino, e la “fronda” con gli USA diventare decisamente controproducente, ecco che il “piedistallo” del peronismo può facilmente vacillare…ed alla fine essere capovolto. 

Uno dei risultati della “modernizzazione” è l’emergere della “terziarizzazione” della società che porta alla “sovra-espansione dei ceti medi”; categoria che va comunque differenziata al suo interno tra funzionari, tecnici, quadri, lavoratori indipendenti, ceti intellettuali, i quali non costituiscono di certo una “classe sociale”, meno che mai “compatta”. Il che non toglie il fatto di avere di fronte nuove stratificazioni sociali, le quali, negli sviluppi economici e politici che abbiamo visto, “maturano” un certo rapporto con il potere pubblico, con lo Stato.

A.Rouquié (Op, cit.) sottolinea come già nel 1914 in Argentina il terziario rappresentasse già il 35,9% della popolazione attiva, rispetto al 28% del settore primario. Un livello raggiunto dalla Francia – a mò di esempio – solo nel 1954…e commenta: “tale sovra-terziarizzazione è accompagnata da un peso sproporzionato delle categorie non manuali nei settori secondario e terziario, sovente pari o superiore a quello dei paesi industrializzati.”

A titolo esplicativo viene fornita la seguente tabella, relativa alla diffusione dei “ceti medi urbani” in Argentina e Stati Uniti:

Come si vede, negli anni ’40 la terziarizzazione della società argentina arriva a superare quella statunitense, a dimostrazione di uno sviluppo capitalistico che porta con sé, al di là del reddito e della specificazione professionale, nuovi strati di lavoro urbano (autonomo e dipendente, in gran parte pubblico), spesso di carattere intellettuale.

Saranno i nuovi settori che faranno scendere nell’arena politica quei ceti “ribelli” che si porranno col peronismo in un rapporto di “odio-amore”. A partire dalle Università, “snodo politico” per Rouquié:

“Poiché lo Stato controlla la distribuzione dei redditi (dunque il processo di ascesa sociale mediante la Funzione Pubblica e l’Università) i ceti medi sono democratici e, al tempo stesso, statalisti. “…sviluppando, attorno allo Stato, un “antagonismo coi gruppi fondiari”.

Lo Stato peronista è uno Stato “protettore”, “assistenziale”, e da questo lato la sua “apolitica nazionale” si sposa perfettamente col corporativismo, dentro il canovaccio di uno

“statalismo semi-quietista”. (Rouquié)

I grossi investimenti nella scuola e nell’Università permettono tra l’altro una “mobilità sociale ascendente” ai figli dei proletari; circa la metà dei quali, nel ’60, si trova a far parte della “classe media”, mentre un altro 40% è passato nella categoria degli operai “specializzati”, quindi meglio pagati. (Zanatta)

Ma c’è anche il contraltare a tutto questo vasto “consenso nazionale”. Un po’ come una pentola in ebollizione che ad un certo punto si scoperchia.

La promozione sociale soddisfa, ma la censura, i divieti e le persecuzioni no.

L’Università è incapsulata. I dissidenti perseguitati. Già nel ’47, il 70% dei docenti universitari è costretto alle dimissioni. Proprio nella scuola il regime esercita proditoriamente quel razzismo – teso a privilegiare “l’argentinità” – che trova nell’anti semitismo il punto della sua massima espressione. Si espellono i docenti ebrei; si approntano scuole per “soli ebrei”, si nega loro l’accesso alle assunzioni pubbliche.

Gli organismi studenteschi non allineati vengono sciolti e i loro aderenti interdetti alla attività pubblica.

Il mantenimento dell’impalcatura costituzionale di ispirazione liberal-conservatrice, datata 1853, cozza con l’organizzazione della società su basi corporative. L’”armonia sociale” perseguita da Peron prevede la neutralizzazione dei “nemici”, immancabilmente collusi con “l’estero”.

Molti deputati e senatori devono riconoscenza a Peron; il parlamento del resto non è che la sua cassa di risonanza. Ma la magistratura è manipolata, epurata. E alla stampa viene volentieri messo il bavaglio.

Le FFAA sono adeguatamente foraggiate, ma a costo di epurazioni che lasciano strascichi, soprattutto in Marina.

Si elargisce denaro alla Chiesa, si premiano i vescovi ossequiosi, ma la “secolarizzazione” inarrestabile che è in atto – e che il regime favorisce – fa storcere il naso alla Conferenza Episcopale Argentina. Per di più il governo peronista si “arroga” il diritto di decidere sulle nomine episcopali.

“Evita”, considerata dal popolo una specie di “Vergine Maria” che intercede direttamente col “Capo”, è assai avversata dalla Chiesa e dalle FFAA.

La politica estera, diretta dal ministro Juan Bramuglia, assume una traiettoria “multipolare” che da un lato attrae altri Stati latino-americani sottoposti alla “cappa” statunitense, ma dall’altro non dà per nulla garanzie di fronte alla reazione del potente vicino.

La “Terza Posizione” peronista (ufficialmente avversa al comunismo così come alle democrazie liberal-capitaliste) cerca in realtà di instaurare dei buoni rapporti con tutti allo scopo di moltiplicare gli spazi d’azione per l’Argentina. Dal ’46 al ’48 si firmano ben trenta accordi commerciali con USA e URSS. Si aderisce all’”Organizzazione degli Stati Americani” come al “Trattato Interamericano di Difesa”, non facendo mai venir meno la fornitura di grano alle “potenze latine” italiana e spagnola.

Il risultato economico immediato viene incassato, ma non altrettanto quello politico: il Vaticano accusa Peron di fomentare divisioni dell’“Occidente cristiano” e il Fondo Monetario Internazionale esclude l’Argentina dai suoi affiliati.

Il varo del Piano Marshall non passa dall’Argentina, che si trova invischiata (1948) dagli effetti della ripresa della produzione mondiale di grano, perdendo così uno dei punti di forza della sua contrattazione. Il paese ha bisogno dei capitali e dei macchinari statunitensi e in diversi dall’interno e dall’esterno cominciano a capire che la contesa “indipendentista” nei confronti degli USA non paga…

L’opposizione interna, in base alla ridotta agibilità di cui può disporre, va trasversalmente dall’estrema destra fino ai partiti “tradizionali” del movimento operaio (PSA e PCA), passando per i radicali. Sono tutte formazioni – chi più, chi meno – che già sono state abbastanza salassate dall’ondata peronista e verso la fine degli anni ’40 cominciano a rialzare la testa, contribuendo da parte loro alla ulteriore divisione del paese tra “peronisti  e anti-peronisti”.

La “sinistra” grida al “fascismo”, attaccando Peron in quanto “dittatore” che utilizza l’”arretratezza” della massa operaia a favore di quella oligarchia che dice di combattere, compromettendo così l’”interesse nazionale”. Ciò non toglie che essa sia – nei fatti – compartecipe di quel “fronte unito” che attraversa tutto l’anti-peronismo nazionale, e che i lavoratori (per ovvi motivi) abborriscono.

Per il momento, nonostante comincino già a manifestarsi alcuni segnali di incrinatura del regime, Peron rafforza il suo governo, revisionando la Costituzione (maggio 1948).

Mette mano all’articolo 77 di questa, che vieta la rielezione del presidente della repubblica. Si inserisce la “funzione sociale della proprietà privata”, sottolineando come essa debba essere “atta al perseguimento del bene comune” (concetto elaborato per l’occasione dal giurista cattolico Arturo E. Sampay).

Il Preambolo costituzionale recita che “la Nazione è socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana”. Il presidente assume poteri più estesi e arbitrari sia per sospendere i diritti costituzionali, sia per negare il riconoscimento a partiti e organizzazioni “sospette di attentare alla libertà”. Lo sciopero è vietato.

Prende corpo il “justicialismo”, tratto caratterizzante del peronismo. Il movimento è il “Capo”, è Peron. Si richiede obbedienza assoluta a lui, espressa nelle “Veinte Verdades Justicialistas” del 17 ottobre 1950.

Siamo di fronte ad un modello di “democrazia organica”, con larghi tratti autoritari e dittatoriali; basati sul presupposto della identificazione tra “Capo” e popolo, per cui il primo è diretta espressione del secondo nel momento stesso in cui il secondo trova la sua piena identità e volontà nel primo.

Fascismo? Non nel senso “classico” del termine, dato lo stato di mobilitazione, e pure di “protagonismo” permanente, in cui si tiene la massa proletaria. Oltre al mantenimento formale della democrazia parlamentare.

La definizione del peronismo data dallo storico argentino Federico Finchelstein (“Dai fascismi ai populismi”, Donzelli -2019) è per certi versi pregnante: “primo caso postbellico di democrazia populista…flessibile, sottoposta a riformulazione…fondata sui benefici, sui rapporti clientelari con l’elettorato…il peronismo non è fascismo, ma il fascismo rappresenta una dimensione essenziale delle sue origini. Riprenderemo più nel dettaglio la questione. Per ora, teniamo presente che ci si avvicina alla fine del boom e della “finanza creativa” dell’Argentina. Alla fine del suo primato sull’export agricolo. E il regime di Peron sarà presto chiamato a renderne conto.

(continua)