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Intervista a quattro lavoratori in smart working causa coronavirus

Inserito da on 22 Maggio 2020 – 20:45

Nota dell’intervistatore

Con l’arrivo dell’epidemia dovuta al coronavirus, si è diffuso notevolmente fra gli impiegati lo smart working, cioè lo svolgimento del lavoro d’ufficio dal proprio domicilio. Fino al 23 febbraio erano 570 mila i lavoratori che lo utilizzavano, a fine marzo si era superato il milione e al 2 di maggio il Ministero del Lavoro ha stimato 1,8 milioni di lavoratori coinvolti.

È evidente che, in prima battuta, poter lavorare senza rischiare il contagio, ne ha quasi fatto dei privilegiati.
Messi in allerta dall’insolito entusiasmo dimostrato da alcuni datori di lavoro, che auspicano di farne una pratica più estesa e permanente, abbiamo intervistato quattro lavoratori coinvolti nell’esperienza.

Le interviste effettuate sono un campione limitato, da esse tuttavia emergono alcune problematiche importanti: se da un lato il lavoratore risparmia il tempo per recarsi al lavoro e ritorno, dall’altro tendono ad aumentare i tempi di lavoro e lo stress dovuto alle difficoltà di riorganizzazione. Ma soprattutto si riducono al minimo o si troncano del tutto i rapporti coi compagni di lavoro. Non solo!

Lo smart working costringe il dipendente a farsi carico di alcuni dei costi di produzione (energia elettrica, connessione internet, sedia e scrivania ergonomiche, a volte anche possesso del computer e del software) e/o a lavorare in un ambiente non adatto. Per tutti è difficile separare la vita privata da quella lavorativa.

E’ invece un indubbio vantaggio per l’imprenditore, che – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – beneficia non solo di una maggiore produttività dei dipendenti, ma anche di un risparmio sui costi di energia elettrica, riscaldamento, condizionamento d’aria e pulizia dell’ufficio, oltre all’eventuale affitto e arredo degli uffici stessi. Le statistiche Usa parlano anche di riduzione dei giorni di malattia. Se il lavoro a distanza diventasse una componente più estesa e stabile si porterebbe all’estremo della atomizzazione individuale il decentramento produttivo già in atto da alcuni decenni. Il capitale non solo ridurrebbe i costi di produzione, ma anche i suoi investimenti in capitale fisso (gli edifici costituiscono la parte preponderante del capitale costante delle imprese), il che porterebbe quindi ad una riduzione della composizione organica del capitale, controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto.

Da un punto di vista di classe, la cosa più negativa è l’aumento delle distanze emotive oltre che fisiche fra i compagni di lavoro. Questo non influisce solo sullo stato psicofisico dell’individuo, ma rende difficile rinsaldare i legami personali, condividere i disagi, elaborare rivendicazioni, organizzare una risposta collettiva. I padroni, pubblici o privati, possono imporre più facilmente una trattativa individuale su salario e condizioni di lavoro mentre il potere contrattuale dei lavoratori si riduce sensibilmente.

Resta quindi imperativo:
a) che il lavoratore sia libero di scegliere se lavorare o no in smart working,
b) che comunque resti una modalità limitata nel tempo,
c) che sia ben delineata la fascia oraria della disponibilità ma anche previsto lo straordinario, se si eccede da quella fascia.
In vista di ogni contrattazione collettiva, va quindi tenuto un atteggiamento critico verso la generalizzazione di questo presunto “paradiso per i lavoratori”.

L’intervista

Gli intervistati, tutti italiani, sono Camillo (cinquantenne, convive con moglie e figli, in servizio nella pubblica amministrazione), Rico (cinquantenne, single, impiegato in piccola ditta privata), Lorenzo (cinquantenne, sposato con figli adulti conviventi, quadro di una grande azienda che opera nel settore energia), Rosa (quarantacinquenne, separata, due figlie piccole, dipendente part time di società di consulenza aziendale).

D1) Quando vi hanno comunicato che sareste passati allo smart working, l’avete considerata una cosa positiva o negativa? Perché?
Camillo: Positiva perché risparmio 3 ore tra andata e ritorno, in più il costo del viaggio, 80 euro al mese.
Rico: Anch’io risparmio un’ora e mezza fra andata e ritorno, ma i soldi del biglietto mi venivano rimborsati per cui a risparmiare è il datore di lavoro.
Lorenzo: Ho pensato che almeno non mi sarei ammalato, perché nella nuova sede gli spazi per le persone sono notevolmente ridotti e contagiarsi è davvero facile. Però ho considerato negativo il tipo di comunicazione che ho potuto avere, ridotta, spesso interrotta.
Camillo: Anche per me questo è negativo, perché perdere completamente i contatti diretti con il team con cui collaboro vuol dire che nel lavoro mi mancano gli stimoli giusti.
Rosa: Io l’ho giudicato positivo perché quando me lo hanno comunicato le scuole erano già chiuse, in questo modo ho potuto lavorare da casa senza rischi ed occuparmi delle bambine.
Camillo: Certo, anche io e mia moglie abbiamo potuto occuparci delle nostre figlie.

D2) Sapete se sul vostro contratto di lavoro è previsto e normato lo smart working?
Rico: Non lo so, non ho verificato.
Rosa: Non sono sicura, ma non credo che sia previsto.
Lorenzo: Sì. Già si faceva un giorno a settimana su base volontaria. Io lo facevo da un anno e mezzo.
Camillo: Anch’io lo utilizzavo già in via sperimentale da un paio di mesi, ma solo per 2 giorni al mese. Nel mio contratto di lavoro lo smart working è previsto, su richiesta del lavoratore. Il mio responsabile aveva accettato la mia proposta, perché anche in tempi normali era compatibile col mio lavoro. Anzi sulla cosa c’è stato un passaggio con le RSU e con i responsabili sindacali. Ma ad es. chi lavora nel privato, non credo che sia da dare per scontato che lo smart working sia inserito nel contratto, secondo me la maggior parte non lo sa neanche.

D3) L’Amministrazione o il datore di lavoro aveva un protocollo da seguire per lo smart working? Vi ha fornito un PC? E ai vostri colleghi? Se la risposta è no, come mai?
Rico: Lavoravo già su un PC portatile, l’ho portato a casa e usato. L’azienda ha stabilito delle procedure per organizzare il lavoro, ma non molto diverse da quelle in ufficio.
Rosa: Per noi è stato diverso.
Ognuno ha dovuto attrezzarsi procurandosi un PC. Ma per via del periodo particolare, alcuni non sono riusciti e non hanno potuto lavorare.
Lorenzo: Il pc ce l’avevo dall’azienda per il mio incarico, ma so di altri che non ce l’hanno. Per quanto riguarda il protocollo abbiamo ricevuto una formazione già prima.
Camillo: Diciamo che passare da un’attività due giorni al mese, prima del coronavirus, a tutti i giorni è stato un salto davvero grande. Io e gli altri individuati per la sperimentazione (un quinto circa), avevamo ricevuto una breve formazione su come è disciplinata la materia a livello contrattuale. L’azienda non prevede la fornitura, a me come agli altri miei colleghi, il PC (al massimo offre le licenze del software) e i costi per la connessione sono a carico nostro. Trattandosi però di personale digitalmente alfabetizzato tutti disponevano di un PC e di connessione prima dell’emergenza. Con il coronavirus, però, si è passati al 70% del personale che lavora da casa, quindi il 50% si è trovato a farlo dall’oggi al domani, senza preparazione e dovendo riorganizzarsi da soli, all’improvviso.

D4) E’ stato messo in conto, in qualche modo, che voi consumate la corrente di casa, il vostro abbonamento internet, che occupate uno spazio privato, magari da condividere con altri familiari?
Camillo: A dire il vero finché ero in smart solo due giorni al mese la questione non me la sono posta. Ma da quando siamo in tanti e per di più tutti i giorni, il problema è venuto fuori subito. Per l’abbonamento internet comunque per me non cambia molto, perché continuiamo a pagare la stessa quota come quando l’uso era esclusivamente privato. Per quanto riguarda la corrente, gli spazi dedicati di lavoro, la strumentazione e manutenzione dei PC invece il problema ora c’è.
Rico: Da noi nessuno ha accennato a rimborsi o altro.
Rosa: Assolutamente no.
Lorenzo: Ovviamente il datore di lavoro tace, ma la questione sta emergendo ora a livello sindacale nei comunicati. Sarebbe auspicabile aprire le trattative anche su questo fronte.
Camillo: Ma poi, come mi ha fatto notare mia moglie, che lavora anche lei da casa, noi siamo dei privilegiati, mia moglie ha il suo PC e anche la mia figlia maggiore ha il suo tablet. In molti casi l’unico PC della famiglia è requisito dal padre che lavora e i figli come fanno a seguire le lezioni?
E poi noi non viviamo in due stanze. Ci sono miei colleghi con famiglia che hanno un piccolo appartamento, se anche la moglie lavora da casa è già un problema, ma soprattutto a complicare tutto ci sono i figli.
Rosa: Per fortuna io lavoro più ore di prima, ma diluite nella giornata e riesco a lavorare mentre le bambine giocano.
Camillo: Ma comunque se sono piccoli bisogna seguirli. Volere o volare, io o mia moglie dobbiamo spupazzarci la bimba piccola mentre l’altro lavora, quindi turnarci. Ma comunque chi lavora parla, ma anche mia figlia grande segue le lezioni online e quindi parla, e ovviamente anche la piccola parla, un casino insomma.
Rico: Però questo dipende dal coronavirus, che i bambini sono a casa.
Lorenzo: Ovvio.

D5) Nel lavoro a casa siete riusciti a rispettare le pause di riposo per la vista, la pausa pranzo, prendervi la pausa caffè ecc.? Il vostro orario di lavoro è rimasto lo stesso?
Rosa: A dire la verità l’orario si è allungato a tutta la giornata, anche fuori orario, avendo il pc sempre acceso e a disposizione, ma anche perché si deve rispondere alle chiamate dei clienti. A metà mattina mi prendo una piccola pausa, come in ufficio.
Lorenzo: Anche se non subisci pressioni lavori di più. Capisci le problematiche del personale dei call center. Sei sempre lì incollato al telefono per fare le call. Prima se dovevo parlare a un collega mi alzavo dalla sedia e mi recavo nel suo ufficio. Ora tutti fissano le call e si cerca di incastrare tutti. In un’azienda poi come la mia che ha sedi lontane con orari diversi finisci a volte che anche il momento della pausa viene violato. Dal mattino ti organizzano le call che ti saturano 10 ore al giorno. Ed è sempre difficile incastrare la pausa. Io penso che si dovrebbe disciplinare l’ora di 50 minuti e la mezz’ora di 25 per andare in bagno ecc. Sennò non stacchi mai. Che poi alla fine il lavoro vero e proprio viene dalle mail, da cui escono le scelte che fanno il mio lavoro effettivo.
Rico: Io telefono poco, quindi mi gestisco autonomamente il tempo di lavoro. Mi prendo le mie pause regolarmente. Però l’orario di lavoro tende ad allungarsi. Io, però mi segno le ore di straordinario.
Camillo: Si beh, a casa la gestione del tempo è molto più flessibile. Al mattino inizio solitamente prima rispetto a quando mi recavo al lavoro poiché i tempi di spostamento sono nulli. Sono più vincolato ai risultati da produrre durante la giornata, piuttosto che a garantire la mia disponibilità per un determinato arco di tempo.
Però so di situazioni nel settore privato in cui il controllo in remoto della produttività arriva al calcolo del numero dei movimenti del mouse e sulla tastiera. Ma soprattutto nel mio contratto c’è il diritto a scollegarmi. Invece sento di amici che tendono a prolungare l’orario di lavoro, in un certo senso si autosfruttano. Se si parla coi dirigenti o coi datori di lavoro, loro sono convinti che per forza lontano dai loro occhi si batte la fiacca. Di solito il meccanismo è questo: ti affidano un compito gravoso, per il quale non bastano le ore normali della giornata; se sei in ditta al tuo orario te ne vai, comunque, se sei a casa finisce che lavori ore in più, per non questionare col capo. Dovresti dire subito che le ore non bastano, ma a volte non lo sai, te ne accorgi facendolo. Quindi la fregatura è sottile.

D6) Un dirigente PA intervistato da Promo PA Fondazione ha dichiarato che lo smart working “aumenta il benessere del lavoratore”, mentre Simone Cosimi su Wired afferma che la reperibilità continua e la mancanza di paletti lo stanno rendendolo “una fabbrica di zombie”. Fra questi due estremi voi in quale vi riconoscete?
Rico: Fare lavoro da casa è più rilassante, per contro è più facile che si aumentino i ritmi di lavoro perché di fatto non c’è un vero e proprio orario di lavoro e gli “strumenti di lavoro” sono disponibili a casa ad ogni orario e anche nel weekend.
Rosa: è vero, io ho un part time, ma adesso sono reperibile tutta la giornata, non stacco mai. Inoltre nel nostro caso, non sono previste videoconferenza o riunioni/meeting di confronto. Perciò manca un coordinamento diretto con i colleghi, si verificano incomprensioni, anche perdita di informazioni. E’ tutto molto incerto e stressante.
Lorenzo: Il benessere non aumenta, mentre fra i due estremi il vero rischio è il secondo. Capisco che se sei un pendolare è ok perché non devi prendere i mezzi, meno fattori di stress. Chi non è pendolare invece non ha alcun vantaggio. Mi manca la pausa col collega per scambiare pareri anche di lavoro. Sei nella più completa solitudine (familiari a parte).
Camillo: Come dice lui sicuramente all’inizio mi sono accorto che senza il viaggio ero meno stanco, stare un po’ più in casa rispetto a prima lo trovo più salutare per attenuare lo stress (per il viaggio, i ritardi, l’affollamento, il freddo ecc.). Adesso però lo stress è ricomparso, ma non so bene se è per lo smart working o per l’isolamento, il dover stare in casa, non vedere gli amici. Un amico single mi diceva che fare lavoro da casa è più rilassante, ma il rischio è che confondi la vita personale col lavoro. Se hai lasciato una cosa a metà sul posto di lavoro, lasci stare, invece se gli “strumenti di lavoro” sono disponibili a casa ad ogni orario e anche nel weekend, a volte non stacchi. E non è sano.

D7) In una intervista a TG24, la ministra Dadone afferma che il 33% dei 1,8 milioni di persone che sono in smart working nella PA continuerebbe così tutta la vita. Siete d’accordo con chi, come Davide Casaleggio, dice che lo smart working deve essere generalizzato al massimo?
Rico: la cosa importante è che lo smart working non sia imposto e non comporti un’estensione non pagata dell’orario di lavoro. Stare sempre chiuso in casa è alienante (ma questo è un problema in parte del lockdown più che dello smart working), non vedere mai i colleghi aumenta la distanza emotiva fra le persone e annulla le relazioni non strettamente lavorative (non si vedono più i colleghi che lavorano nella stessa azienda o nello stesso edificio ma che non fanno esattamente lo stesso lavoro).
Rosa: Sì, deve essere una scelta. Io non ho avuto grandi problemi, mi sono adattata, però mi è un po’ pesato il fatto di dover essere sempre a disposizione e pronta ad intervenire su questioni lavorative senza limiti di orario. Al massimo alternerei giornate di smart working con giornate in ufficio che nel mio caso sono necessarie per un confronto diretto con i colleghi che è mancato.
Lorenzo: Non generalizzerei. Se è per l’emergenza Covid 19 ok, se deve essere la norma no. Per le attività che presuppongono interazione con gli altri, rincorrerli con le call è improponibile. Ce lo diciamo anche tra colleghi. Chi deve coordinare gli altri (con colloqui ecc.) ora sta sclerando. Inoltre nelle call si perdono aspetti comunicativi importanti e non si è mai veramente sintonizzati, perché succede spesso che ad una call si interpone una chat o una telefonata in contemporanea e succede quindi di mischiare le cose da dire alla parte sbagliata per via dell’interferenza. Si va in confusione più di prima.
Camillo: Anch’io lo limiterei a una possibilità su richiesta del lavoratore. E vorrei che il contratto mettesse paletti ben precisi, per gli orari, il diritto di scollegamento, i carichi di lavoro, riconoscendo una quota per le spese fisse sostenute per lavorare (ad esempio l’ammortamento del costo del PC). Soprattutto per me io non lo vedrei bene esteso su tutto l’arco dell’anno o per un periodo molto lungo. Tutti siamo d’accordo che i rapporti diretti con i colleghi danno un input di semplificazione del lavoro e di stimolo senza il quale dopo un po’ il cervello non rende, non c’è il risultato delle interrelazioni con gli altri. Quindi va bene lo smart ma bilanciato con incontri sul luogo di lavoro. Limitato quindi come periodo di tempo (alcuni giorni alla settimana o alcuni periodi dell’anno). La situazione di oggi è condizionata dalla pandemia. Il contatto con altri lavoratori è nutriente ed essenziale per restare umani. Il lavoro assorbe un sacco di tempo della nostra vita, non deve farti perdere la socialità, sarebbe un abbrutimento.

D8) Secondo voi chi lavora sempre in smart working ha forza contrattuale?
Rosa: Al momento certamente no.
Rico: sono d’accordo, magari anche prima non parlavo molto di problemi sindacali coi colleghi, comunque adesso è impossibile.
Camillo: No, lo s.w. per le rivendicazioni è depotenziante: i lavoratori non si conoscono, non si confrontano e quindi non hai lo stimolo a elaborare rivendicazioni comuni. Perdi anche la consapevolezza di far parte di uno stesso gruppo sociale. Addirittura ho letto che in alcuni posti di lavoro negli Usa non hai più neanche la tua scrivania, con i tuoi cassetti ecc. Ti metti a lavorare nel primo posto libero che trovi. Mi sono chiesto: perché? Così ti abitui all’idea che sei provvisorio? Che non conti niente? E quindi devi costare poco?
Lorenzo: La forza contrattuale in smart è molto minore, è un’ulteriore divisione che si aggiunge a quelle già esistenti: organizzativa, di mansioni, tecnologica, contrattuale. Diventi una specie di libero professionista anche se sei un dipendente come lavoratore, ma non convivi con gli altri se non mediato dallo schermo. E il timore per il futuro è che magari non si investirà più negli uffici. Per es. l’Università: a cosa servono le aule se gli studenti possono stare a casa?

D9) Secondo alcuni giuslavoristi Usa allo smart working devono corrispondere retribuzioni più basse perché il lavoratore risparmia il tempo e i costi di trasporto, i costi dell’abbigliamento di rappresentanza ecc. Secondo Il Messaggero (16 aprile) quattro italiani su 10 sono d’accordo. Voi cosa ne pensate?
Rosa: Non sono d’accordo. Credo che la retribuzione debba corrispondere esattamente a quella dello stesso lavoro svolto in ufficio dato che la produttività è la stessa.
Lorenzo: Sono contrario. Questa situazione dà maggiori guadagni all’azienda che non al lavoratore. Il lavoratore risparmia sui mezzi, l’azienda sull’energia elettrica, le pulizie, le manutenzioni. Tempo fa sono stato incaricato di fare una statistica del consumo di corrente elettrica nella sede centrale della mia azienda che ha 9 piani. È emerso che il maggior consumo si aveva nella fascia oraria della pausa perché la gente si spostava da un piano all’altro con gli ascensori.
Rico: Lo smart-working è lavoro vero, non è un part-time. Perché invece non prevediamo un risarcimento per chi impiega molto tempo e soldi per andare al lavoro? E va contrattualizzato per evitare che venga addossata al lavoratore la spesa per un ambiente di lavoro ottimale, o che il lavoratore sia spremuto in totale solitudine.
Camillo: Come abbiamo detto il lavoratore risparmia da un lato e spende dall’altro. E se lo facesse sempre in pratica i costi aumenterebbero, dovrebbe scegliere la casa prevedendo in anticipo un ufficio (magari insonorizzato se ha bambini). Oggi resta il problema insormontabile di case piccole, dove tutta la vita di famiglia è sottomessa alle esigenze dello smart working. Molte coppie sono già scoppiate per la convivenza forzata mentre lavorano. Esplodono le contraddizioni. Un altro aspetto riguarda il fatto che oggi è l’azienda che nel suo interesse, o costretta dalle norme, offre condizioni di lavoro idonee, mentre a casa magari il lavoratore è portato a lavorare in condizioni inadeguate e nocive per la salute (nel caso del lavoro al computer: seggiola non a norma, monitor e tastiera scomodi…)
Lorenzo: Caspita se è vero , a casa non ho lo schermo grande, la scrivania e la sedia ergonomica. Mi manca soprattutto la sedia.
Camillo: Comunque abbassare le retribuzioni no, sono assolutamente contrario. Già siamo un paese con i salari tra i più bassi d’Europa, ci manca che ce li abbassino ancora. Ho già detto che le statistiche dicono che con lo smart working la produttività aumenta anche se i capi pensano il contrario. Secondo me i datori di lavoro su questo isolamento e parcellizzazione ci hanno fatto un pensierino per vari motivi. Ad esempio che i costi dell’azienda vengono abbattuti notevolmente con lo smart working. Niente spese di energia elettrica e riscaldamento, niente spese di pulizia e per il collaudo ascensori, niente affitto di molti uffici, o uffici più piccoli. Niente scioperi e niente rivendicazioni collettive…

D10) Avete riscontrato qualche problema fisico o psichico legato a questa nuova esperienza?
Lorenzo: Problemi fisici no, nonostante la sedia scomoda… Invece ho scoperto che lavorare da solo è stressante, troppe telefonate e scarso scambio umano nello stesso tempo. Secondo me in generale il lavoro dovrebbe dare stimoli e soddisfazioni perché è pregnante nella vita e ti satura. Nello s.w. questo è escluso. Non c’è coinvolgimento, è una routine di noia e solitudine.
Rico: Ho aumentato parecchio il lavoro, alla sera sono più stanco.

D11) Che cosa pensa la vostra famiglia dell’esperienza di smart working?
Camillo: All’inizio io e anche altri colleghi eravamo contenti di vedere di più i figli, di fare più cose con loro, non dover correre fuori alla mattina per prendere il treno. Per la mia famiglia nel complesso è stata una esperienza positiva, siamo riusciti ad organizzarci bene, abbiamo fatto molte cose insieme, ma adesso scalpitiamo tutti un po’ per tornare alle relazioni esterne.
Lorenzo: Passo più tempo con la mia famiglia. Questo è positivo come fatto che in questo periodo riesco a fare una camminata alle 18:30 nella natura.
Rosa: Non c’è stato scambio di opinioni, non lo so, le bambine sembrano felici.

D12) Pensate che l’esperienza di s.w. sia diversa da uomo a donna?
Lorenzo: So di colleghe con bambini piccoli, senza la scuola sono allo sbando, non studiano, nessuno li segue.
Rosa: Ma questo è il lockdown. Certo in questo caso la possibilità di lavorare da casa agevola le persone come me con figli da accudire. Però in una situazione normale credo non faccia differenza essere uomini o donne, ma come è organizzato, non nell’emergenza, ma in una situazione normale.
Rico: Il rischio è che chi ha i figli da curare, abbia un doppio carico di lavoro familiare e professionale.
Rosa: Questo per le donne è normale.

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