L’ARGENTINA PRIMA DI PERON

Gli scioperi operai in Argentina contro il governo ultraliberista e ultramilitarista di Javier Milei (insediatosi neppure due mesi fa), scioperi in cui organizzazioni classiste come il “Polo Obrero” e il “Partido Obrero” svolgono un ruolo importante di opposizione e di mobilitazione di massa, ci spingono a mettere a fuoco una serie di aspetti della storia del capitalismo e del proletariato argentini.

Siamo infatti convinti che di fronte ad un attacco politico e sociale del capitale avente carattere internazionale (pregno di guerre, di squilibri e di ingiustizie) solo l’unione nella lotta degli organismi genuinamente proletari sparsi per il pianeta possa opporre un valido argine: in grado di rimettere all’ordine del giorno l’Internazionale dei Lavoratori.
Un simile approdo è fatto di esperienze di lotta comuni e di reciproca conoscenza.

Con il presente contributo intendiamo ripercorrere per sommi capi la parabola del “peronismo”, protagonista di ottant’anni di storia della borghesia argentina.
Storia intervallata da golpe militari e feroci repressioni antiproletarie.

Per comprendere meglio come le origini del liberista Macri e quelle dell’ultraliberista Milei derivino di certo dalle “ricette” del caotico ciclo mondiale del capitale, ma anche dalla mancata soluzione “dirigista” delle contraddizioni borghesi attuata a più riprese dal “peronismo”.

Il continente Latino-Americano (L.A.) uno spaccato importante della lotta proletaria contro il capitalismo e l’imperialismo.

Fino alla seconda guerra mondiale l’America Latina (A.L.) è fondamentalmente una dipendenza finanziaria dell’imperialismo (prima britannico, poi statunitense), nonostante la conclusione delle lotte per l’indipendenza politica degli Stati L.A. sia datata 1825.

Alla vigilia della “Grande Crisi” (1929) i prodotti grezzi costituiscono almeno l’80% dell’export dell’intera area e gli scambi con GB e USA avvengono prevalentemente tra materie prime e prodotti industriali. All’interno della divisione del lavoro del capitalismo mondiale, l’A.L. (divisa in una costellazione di Stati in lotta tra loro) rappresenta la “riserva agricola” dei paesi più sviluppati, i quali trattano quest’area come semi-colonia.

All’interno dei singoli paesi L.A. si è formato un blocco “oligarchico” di proprietari terrieri il quale, in stretto rapporto con Forze Armate e Chiesa cattolica, tarpa le ali allo sviluppo industriale “autoctono”, nonché all’emergere di una classe media “moderna”, reprimendo duramente ogni tentativo di emancipazione della classe operaia e dei contadini poveri.

La seconda guerra mondiale vede l’imperialismo britannico, pur tra i vincitori sui campi di battaglia, in seria difficoltà nel mantenimento dei suoi “dominions” e della sua penetrazione finanziaria. Ne approfitta l’imperialismo statunitense; il quale però è a sua volta impegnato su troppi fronti per impedire che emergano in A.L. delle borghesie nazionali legate al capitalismo industriale. Esse sostengono lo sviluppo di una “indipendente” industria “nazionale” con un forte intervento statalista e, poggiando su ideologie politiche “populiste”, implementano significative esperienze politiche.

Non a caso tali processi investono i paesi capitalisticamente più importanti dell’intera A.L.: il Brasile (col “varguismo”), ma soprattutto l’Argentina (col “peronismo”).

Una Tabella relativa al Commercio Estero dell’intera A.L. nell’arco di un trentennio cruciale per il Continente (1929-1960) ci rende meglio l’idea del processo capitalistico allora in atto. Si può notare infatti come le due voci prese in esame (Export ed Import) sostanzialmente si equivalgano, mettendo in evidenza (fatta eccezione per il 1939) la crescita consistente dell’interscambio capitalistico, pur dentro il quadro della dipendenza dell’A.L. dai centri del capitale monopolistico.

AnnoEsportazioni in MM di $IndiceImportazioni in MM di $Indice
19292,91002,4100
19391,7591,562
19506,52245,4225
19608,62978,2342

(dati tratti da elaborazione apparsa su “Comunismo”, Anno VII, n.19, Sett.-Dic.1985)

L’Argentina (la cui superficie totale raggiunge i 2,8 milioni di Kmq.) è l’ottavo paese al mondo per estensione. Basti pensare che la distanza tra La Quiaca (al confine con la Bolivia) e Ushuaia (nella Terra del Fuoco) è di quasi 3.500 Km.; la stessa – per esempio – che intercorre tra la Scozia e il deserto del Sahara. I poli geofisici che caratterizzano questo grande paese sono quelli delle Ande, del Bassopiano Settentrionale, della Patagonia e delle Pampas (di cui fa parte la capitale Buenos Aires): vero centro motore economico e sociale, che racchiude un terzo della popolazione argentina, calcolata intorno ai 46 milioni di persone).

I periodi dell’anteguerra e della guerra, in cui l’Argentina non si schiera apertamente con uno dei due blocchi imperialisti in competizione nel mentre avversa decisamente l’URSS, pur simpatizzando coi regimi fascisti d’Europa (Italia, Germania, Spagna, Portogallo), costituiscono il retroterra per il suo sviluppo capitalistico “autoctono”.

Esso è dovuto principalmente all’afflusso dei capitali esteri ed agli affari indotti dall’ essere un paese che – da posizione “neutrale” – foraggia le potenze belligeranti di cibo e materie prime.

L’agricoltura che si monetarizza completamente, l’urbanizzazione che marcia a tappe forzate, l’uso massiccio della leva migratoria (in prevalenza europea), vanno a gettare le basi di un balzo in avanti di tutta la borghesia argentina.

Dal 1857 al 1950, in poco meno di cento anni dunque, vengono “accolti” in Argentina nove milioni e mezzo di migranti, di cui ben quattro milioni vi si stabiliscono in maniera definitiva. (Mariano Zamorano Dìez: “Argentina”, Fenice 2000 -1994). Considerando che già nel 1940 la popolazione totale è di 16 milioni si può ben intuire sotto ogni punto di vista il peso del fenomeno migratorio

Il culmine di un tale processo è nell’anno 1914, dove gli stranieri sono addirittura il 30% della popolazione del paese. Prima di questa data ne erano entrati tre milioni e 300 mila, il 90% dei quali si era insediato nella Pampa. Nel 1930 quasi il 60% degli abitanti è urbanizzato.

Ma la meccanizzazione delle campagne e la loro trasformazione in grosse aziende capitalistiche spinge sempre di più i migranti verso le città (Buenos Aires in primis), seppur ciò non impedisca che ancora negli anni ’30-’40 circa 800 mila di loro continuino a lavorare la terra; attività che occupa ancora fino al terzo decennio del XIX° secolo il 90% della superficie nazionale.

Una terra che non è solo agricoltura (mais, grano, avena, orzo segala, lino), ma anche – ed a volte soprattutto (in base alle zone ed ai periodi) – pastorizia, allevamento di bestiame e produzione di carne conservata.

Attorno a questa campagna che attira sempre di più i capitali (esteri ma ora anche interni) prende quota l’industria dello zucchero, quella vinicola, quella del cotone (pianura del Chaco), la tessile e l’alimentare. Nel 1930 la rete ferroviaria nazionale è lunga 38.634 km., e da naturalmente una grossa spinta ai traffici. Sempre nello stesso anno il paese si è già dotato di una propria flotta marittima, mentre si sono affermate come centri industriali e commerciali, oltre alla capitale, città come Cordoba, Santa Fe, Tucumàn, Entre Rios.

Nel 1930 (M. Z. Dìez) il peso della produzione industriale argentina sul PIL è del 25,1%, quello dell’agricoltura e della pastorizia del 27,6%. Nel 1940 tale rapporto passa rispettivamente al 27,8% contro il 25,9% (quindi l’industria supera l’agricoltura/pastorizia); nel 1950 al 27,9% contro il 18,8% (il divario si allarga notevolmente e irrimediabilmente).

Il quadro che va delineandosi dagli anni ’40 del secolo scorso è dunque quello di un capitalismo argentino in rapida espansione: che approfitta della guerra non solo per fare affari, ma anche per “regolare” i suoi rapporti internazionali ed i suoi “equilibri” interni; cercando di “smarcarsi” dalla “cappa oppressiva” del vicino imperialismo USA, senza con questo interrompere quelle relazioni finanziarie, commerciali e diplomatiche da cui non può prescindere.

Processo di espansione non significa meccanicamente raggiungere la completa “emancipazione” economica e politica da parte della borghesia nazionale.

La dipendenza dai centri di potere imperialisti rimane e per certi versi si intensifica; ma ciò non toglie -grazie all’effetto “induttivo” dell’investimento estero sul mercato nazionale – che la borghesia argentina possa ora ambire a svolgere un ruolo “in proprio” sullo scacchiere internazionale, ridefinendo i suoi rapporti interni.

Ed è precisamente questo tipo di lotta che si apre in Argentina negli anni ’40, coinvolgendo tutte le classi sociali.

Abbiamo parlato di “oligarchia”. Chi sono gli oligarchi argentini? Non di certo gli appartenenti a classi feudali. Il feudalesimo non è mai esistito in A.L. (come del resto nelle rimanenti Americhe). Gli oligarchi sono i proprietari terrieri “capitalisti”, i proprietari delle miniere, i commercianti, i finanzieri legati a doppio filo col capitale mondiale (prima inglese, poi statunitense principalmente). Sono quelli che in cambio di materie prime e prodotti agricoli importano valuta estera. Ma non di certo per investirla nell’industria nazionale. Casomai privilegiano quella straniera.

Da qui sorge lo scontro con la borghesia industriale; la quale cerca (e ora trova) l’appoggio di settori delle FFAA e dello Stato per affermarsi come frazione egemone.

Naturalmente, a tale scopo, essa è costretta a rivolgersi alla piccola e media borghesia nonché al proletariato. Non solo “ideologicamente” e neppure solo “elettoralmente”, ma in primo luogo sul piano della mobilitazione di massa.

Del resto, una volta compiuta la “rivoluzione nazionale” argentina, consistita nella conquista dell’indipendenza dalla Spagna (avvenuta nel lontano 1815), il cammino del paese è stato racchiuso nelle mani proprio di quegli “oligarchi” avversi ad ogni opzione di “democrazia sociale”. Tradotto in soldoni: avversi ad ogni distribuzione, pur cauta, dei loro lauti profitti.

La su citata rivista “Comunismo” (nonostante nel complesso si rimarchi troppo unilateralmente l’aspetto della “dipendenza” dell’A.L. dall’imperialismo monopolistico, mettendone oggettivamente in sottordine lo sviluppo capitalistico “autoctono”, con le relative lotte politiche) rilevava con una certa esattezza il meccanismo dialettico che porta – negli anni ’40 del XX° secolo – al passaggio dai capitalismi nazionali “fornitori” di materie prime a promotori della propria industrializzazione:

La meccanica del capitalismo mondiale, costringendo, le economie periferiche a specializzarsi come mono-produttrici, provoca la loro modernizzazione, che, a sua volta, genera gli elementi che permettono di diversificare la produzione con lo sviluppo industriale. Lo sviluppo dell’esportazione all’inizio stimola l’industria, che, sviluppandosi, si rende indipendente e, col tempo, tende a subordinare a sé l’esportazione, di cui comunque ha bisogno per sopravvivere ed espandersi.”

Si intende con ciò mettere in evidenza come i capitali accumulati con l’esportazione di materie prime e di prodotti agricoli, abbiano come effetto lo sviluppo dell’industria “nazionale”; la quale – ad un certo punto – assume il primato dell’esportazione argentina, dirottando verso l’industria “locale” parti crescenti dell’originaria esportazione agricolo-alimentare.

E’ la descrizione sommaria del passaggio da una forma dipendente di esportazione capitalistico-coloniale ad una forma di esportazione capitalistico-industriale. Pur sempre collegata a doppio filo al capitale finanziario.Tutte forme “interne al processo di sviluppo del capitalismo mondiale”.

Si crea così una stretta interdipendenza tra il settore dell’export e quello industriale. Interdipendenza in cui “le pretese egemoniche della borghesia industriale entrano in conflitto con l’oligarchia, nonostante la linea storica del compromesso.” (Ibidem)

In una situazione del genere la classe proletaria (delle campagne e delle città), pur in espansione, non riesce ad esercitare un’azione indipendente di utilizzo politico di tale contraddizione sociale, finendo preda del populismo peronista. Il quale assume rapidamente i connotati di affermazione statalista della borghesia industriale argentina, sotto la veste “nazional-popolare”.

Un fattore immigrazione di tale portata, che caratterizza il movimento operaio del paese (tra l’altro di provenienza latina o comunque europea), è certamente importante dal punto di vista della coesione internazionalista della classe operaia e delle sue potenzialità di lotta.

Ma non lo è “a prescindere”; senza cioè tener conto (oltre che della rapidità del processo), della presenza o meno di una forza politica e sindacale significativa già presente in loco.

In grado di fare da trait d’union tra lavoratori autoctoni e immigrati.

Nel caso argentino, quest’ultimo aspetto sopravanza purtroppo il primo, relegando la sinistra di classe (come quella stalinista del resto) in una situazione minoritaria.

Come accennato, le varie frazioni della classe dominante non nascondono la loro simpatia per i fascismi europei senza che ciò le porti a compromettere i loro rapporti con gli USA. Da qui la scelta della neutralità per quasi tutta la durata del conflitto mondiale.

In politica interna esse non riescono ad uscire dalla prassi parlamentare farraginosa del Partito Radicale (al potere dal 1912).

Nel 1930 era toccato ai militari prendere l’iniziativa, compiendo un primo colpo di Stato.

Va al potere il generale José Felix Uriburu, seguito da un altro generale, Augustìn Justo, e infine da Roberto Ortiz (1937), senza che questi riescano a superare l’impasse in cui è caduto il moderatismo liberale argentino e il parlamentarismo.

La guerra porta comunque l’Argentina ad un surplus commerciale verso USA e GB, oltre ai vicini paesi L.A. Vi è un accumulo di dollari nei depositi della Banca Centrale, oltre naturalmente ad una accelerazione dell’industrializzazione che marcia di pari passo con un enorme flusso migratorio. Nel 1943 la sola Buenos Aires riceve 70 mila migranti, stabilizzandosi negli anni seguenti sui 100 mila (la popolazione della capitale nel ’40 è di circa 4 milioni. Nel 1910 ne contava “appena” un milione…). Qui è concentrato il 70% dell’industria, assieme a una miriade di microimprese che lavorano per la domanda interna.

Un inurbamento del genere, in piena guerra mondiale, con la produzione che “tira”, crea condizioni di immiserimento generale nei “suburbi” della capitale.

Loris Zanatta (“Il peronismo”, Carocci – 2008) parla di metà popolazione di Buenos Aires senza acqua corrente né rete fognaria, né sanità. Coi lavoratori rurali “in stato di semi-schiavitù”. Solo il 20% dei lavoratori è sindacalizzato (da organizzazioni socialiste e comuniste), e reduce peraltro da “pochi risultati rivendicativi”.

Di fronte a una situazione politica che non si sblocca, nel giugno del 1943 i militari danno una ulteriore, stavolta decisiva, sterzata. E’ di nuovo Golpe, da cui emerge la figura del colonnello Juan Domingo Peròn.

(Continua…)

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