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Opzione cinese per la Germania

13 Novembre 2022 No Comment

L’opzione cinese del Cancelliere Scholz mina la coalizione di governo della maggiore potenza europea – contrapposta alla linea dell’Amministrazione Biden

Il 4 novembre il Cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato in Cina, con una delegazione di una decina di top manager di grandi gruppi economici tedeschi (nota 1).

Questa visita rappresenta una seconda esplicita sfida agli Stati Uniti del democratico Biden, che sono riusciti ad allineare dietro sé la UE, nel quadro Nato, grazie all’aggressione russa all’Ucraina – alla quale Biden ha attirato Putin promettendogli uno sconto se le sue ambizioni sarebbero state limitate.

Sfruttando a sua volta l’urgenza militare in Ucraina, Scholz aveva dato una prima risposta a queste manovre americane con lo stanziamento per il riarmo di ben 100 MD di €. Obiettivo il rafforzamento delle capacità militari dell’imperialismo tedesco, imprescindibili per una politica estera indipendente dagli USA.

Con l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping, Scholz ha lanciato un guanto di sfida ai liberali dell’FDP ed ai Verdi, gli alleati della coalizione di governo che fungono da cavallo di Troia degli USA.

A parte l’aspetto degli accordi economici, con la richiesta di maggiore facilità di accesso per i capitali tedeschi (ed europei) in Cina, l’incontro ha dunque assunto un valore politico di portata internazionale per entrambe le parti.

Il messaggio che Scholz manda agli Stati Uniti è: “Ci avete spezzato i rapporti con la Russia, e ci state mettendo fuori mercato con il conseguente aumento dei costi energetici, ma NON SIAMO DISPOSTI A FARCI TAGLIARE I RAPPORTI CON LA CINA, VITALI PER LA GERMANIA. Non siamo i vostri servi.”

Il giorno precedente la visita, Scholz ne aveva spiegato le motivazioni politiche (nota 2) affermando che la Germania “non ha interesse a veder sorgere nuovi blocchi nel mondo” e che l’ascesa di Pechino non giustifica “gli appelli di alcuni a isolare la Cina”. Durante l’incontro ha chiesto a Xi di far pesare sulla Russia l’influenza della Cina, in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, per porre fine all’invasione dell’Ucraina.

Da parte sua Xi, pur evitando di criticare esplicitamente la Russia o di chiedere il ritiro delle sue truppe, ha implicitamente avallato la richiesta. Ha dichiarato che Cina e Germania, in quanto paesi influenti, dovrebbero collaborare ancora di più “in tempi di cambiamenti e turbolenze” per il bene della pace nel mondo, sottolineando che entrambi i leader “si oppongono congiuntamente all’uso o alla minaccia di utilizzo di armi nucleari”.

In Germania, gli alleati di governo hanno puntualmente criticato e contrastato le scelte anti-atlantiste di Scholz. A cominciare dalla sua recente approvazione, prima del viaggio in Cina, alla vendita di quasi un quarto delle azioni di un terminal per container del porto di Amburgo al gruppo statale cinese Cosco. La FDP ha redatto un documento in 11 punti in cui chiede una nuova politica per la tutela delle infrastrutture critiche in Germania, e l’esclusione di Stati canaglia e dittature e delle loro società da questo settore – leggi Cina…

Il ministro degli Esteri, Annalena Baerbock, e il parlamentare europeo Reinhard Bütikofer, di Alleanza90/ Verdi, hanno bollato la visita in Cina come unilaterale, non condivisa con gli alleati della coalizione.

Il segretario generale della FDP, Bijan Djir-Sarai, ha rivendicato il rispetto degli accordi di coalizione sulla politica verso Pechino, sottolineando: «Trovo davvero infelice la tempistica di questo viaggio». A sostegno della fazione atlantista tedesca la rivista Zeit accusa: «Il presidente cinese Xi Jinping si è appena fatto incoronare dittatore a tempo indeterminato dal suo partito e subito dopo arriva in visita uno dei politici più importanti del mondo libero»; Xi presenterà la cosa come dimostrazione di omaggio nei suoi confronti.

I forti legami dell’imperialismo tedesco con la Cina

Fin dagli anni Settanta i maggiori rappresentanti politici tedeschi, dall’ex leader della CSU Franz Josef Strauß all’ex cancelliere Angela Merkel, con le loro visite a Pechino hanno sempre fatto da apriporta per l’economia tedesca.

Grazie a decenni di sostegno politico si sono creati stretti legami economici e finanziari dell’imperialismo tedesco con la Cina, in particolare per le grandi multinazionali, che in venti anni hanno portato ad uno stock di investimenti tedeschi in Cina della stessa grandezza di quelli accumulati in settant’anni negli Usa. Ci sono 6000 imprese tedesche operanti in Cina (nota 3), la quale da sei anni rappresenta il maggior partner commerciale della Germania.

Il particolare legame Berlino-Pechino è evidenziato dal fatto che, in termini di volume, il loro interscambio commerciale assomma a quasi il 30% del totale tra la Cina e la UE. Dall’interscambio bilaterale dipendono direttamente più di 1 milione di posti di lavoro in Germania.

Il rapporto Germania-Cina si distingue rispetto ai paesi della UE anche dal punto di vista degli investimenti. Negli ultimi 4 anni, gli Investimenti Esteri Diretti (IDE) della Germania hanno rappresentato il maggior flusso di IDE UE verso la Cina, con una media annua del 43% del totale UE. (Studio Rhodium Group). Gli investimenti dei tre maggiori gruppi automobilistici tedeschi, uniti a quelli del gruppo chimico BASF, rappresentano il 34% di tutti i flussi di IDE europei in Cina. Il settore automobilistico tedesco non solo ha in Cina il principale mercato (la Cina ha ormai un mercato auto quasi doppio degli USA), ma anche la principale base produttiva. L’esempio più noto della dipendenza dalla Cina è quello di Volkswagen, che realizza il 40% del suo fatturato in Cina, e che detiene azioni del produttore cinese di celle per batterie Gotion Hightech.

È vero che la Cina ha superato la Germania per le esportazioni di auto, ponendosi al secondo posto dopo il Giappone, e l’ha superata anche come maggiore esportatore mondiale di macchinari e impianti (nota 4). Ma ciò non significa che la Cina si appropri interamente a scapito della Germania, o di altri produttori, dei profitti derivanti da queste esportazioni. Esporta produzioni che vengono in parte realizzate da joint venture cinesi-europee/tedesche/… (nota 5) sul suo territorio con la sua mano d’opera specializzata e a basso costo. Ricordiamo che, fino al 2018, l’85% degli investimenti tedeschi ha riguardato il manifatturiero (nota 6). Il che significa che le imprese tedesche che producono in Cina, e vendono nel mercato cinese oppure esportano, possono intascare profitti superiori a quelli che trarrebbero in casa propria. Un esempio dei calcoli in questo senso è BMW. Nel 2023 trasferirà la produzione dei suoi modelli elettrici Mini dal Regno Unito alla Cina, dopo oltre 60 anni di produzione nello stabilimento di Oxford.

Da quanto brevemente delineato riguardo all’interconnessione tra le due economie, è evidente che per la Germania un “disaccoppiamento” con la Cina a sostegno di una rigida fede atlantista avrebbe conseguenze catastrofiche, mentre per gli Usa le perdite economiche di un decoupling dalla Cina sarebbero limitate.

I grandi gruppi tedeschi in Cina

Ci sono circa 6.000 imprese tedesche in Cina, principalmente nei settori chimico, elettrico e dei trasporti.
Siemens è considerato il pioniere nella cooperazione tra i due mercati, avendo stretto un accordo con la Cina nel 1985. Oggi Siemens ha più di 30.000 dipendenti e oltre 40 società operative nel Paese, con più di 6.000 fornitori.
Volkswagen ha previsto un nuovo investimento di circa 17 miliardi di yuan (quasi 2,35 MD€) in Cina per lo sviluppo tecnologico nel campo della guida autonoma, il maggiore suo in Cina negli ultimi 40 anni.
Il gruppo chimico BASF sta costruendo il suo impianto più grande, da 10 miliardi di euro nel sud della Cina, nel Guangdong. Il discount tedesco Aldi vuole aprire centinaia di nuovi negozi in Cina.
Lo scorso giugno BMW ha aperto un nuovo stabilimento a Shenyang, costo 2 miliardi di dollari, il suo maggior investimento singolo in Cina.
Uno settore di fondamentale interesse per lo sviluppo economico della Cina è quello tecnologico. E la Germania è un paese di riferimento a riguardo, essendo al primo posto in Europa per trasferimenti di tecnologia alla Cina (nota 7). In barba alle misure sanzionatorie degli Stati Uniti, tese ad impedire i progressi tecnologici di Pechino.
Le aziende tedesche hanno aperto centri di R&S in Cina. Siemens ha 20 centri di R&S, tra cui la sede centrale per la ricerca sulla robotica a livello mondiale.
Mercedes-Benz ha aperto l’anno scorso a Pechino il Daimler China Technology R&D Centre da 1,1 miliardi di yuan (quasi 152 milioni€).
A giugno, la tedesca Kahl, il più grande produttore mondiale di attrezzature per la pulizia, ha investito 100 milioni di yuan (13,8 milioni€) per creare un centro di R&S globale a Suzhou, in Cina.
A settembre, il gruppo cinese Hisense e il tedesco Leica Camera hanno annunciato un accordo per lo sviluppo congiunto di una nuova tecnologia TV laser.
Il livello di compenetrazione delle due economie, tedesca e cinese, è confermato dall’espansione delle imprese cinesi nel mercato tedesco.
SIXT, la maggiore società tedesca di noleggio auto, ha firmato un accordo con la cinese BYD per l’acquisto di almeno 100.000 auto elettriche per il mercato europeo.
La scorsa settimana, il governo tedesco ha approvato la vendita di una quota del 24,9% del terminal portuale più trafficato del Paese, ad Amburgo, alla compagnia di navigazione statale cinese COSCO.

L’atlantismo tedesco

Dall’altro lato, quello della fazione atlantista, pesano gli interessi economici delle imprese tedesche più legate al mercato europeo, con un occhio di riguardo ai paesi di Visegrad, e al mercato americano (nota 8). Ricordiamo che il commercio intra-UE rappresenta il 53% delle esportazioni tedesche (Francia 8% e Paesi Bassi 7%), mentre al di fuori della UE il 9% è destinato agli Stati Uniti e l’8% alla Cina.

Per quanto riguarda le importazioni tedesche, il 64% proviene dagli Stati membri della UE (Paesi Bassi 14%, Francia, Polonia e Belgio 6%), mentre al di fuori della UE l’8% proviene dalla Cina e il 5% dagli Stati Uniti (nota 9).

Negli Usa operano 5601 imprese tedesche, con 885mila addetti; lo stock di investimenti tedeschi è giunto a 637 MD$ (nota 10) (nel 2003 le imprese tedesche erano 3000, con 675mila addetti; stock di capitali pari a 200MD$) (nota 11).

Sulla base di questi interessi economici la scelta politica dell’Atlantismo è legata all’ombrello militare Nato. L’adesione alla Nato, in assenza di una coesione politica e militare della UE che permetta di confrontarsi alla pari con gli altri imperialismi, in particolare Russia e Cina, è ancora considerata imprescindibile dalla maggior parte dei paesi europei, pur con divisioni interne.

Nel pensiero del tedesco Scholz, i cento miliardi di € stanziati per il riarmo rappresentano un passo verso l’indipendenza dalla “protezione” Nato.

Un obiettivo imprescindibile, come confermato dal recente attacco al gasdotto Nord Stream da parte americana e britannica, chiaramente diretto contro la Germania e i suoi interessi e relazioni con la Russia. Un’offensiva in tutto e per tutto militare – lanciata dopo i falliti tentativi diplomatici per impedire la messa in funzione di Nord Stream 2 – che però entrambe le fazioni politiche del governo tedesco non hanno potuto/ o voluto denunciare.

Per la borghesia tedesca la ricetta è “fare affari il più possibile lucrosi nell’enorme mercato cinese, continuando a farli anche negli Usa – senza rischiare ritorsioni di questi ultimi in caso di future sanzioni contro la Cina e contro i paesi che non le applicassero” … Vorrebbe insomma “la botte piena e la moglie ubriaca”.

Nel dicembre 2021, il nuovo governo a guida SPD poté nascere grazie alla formazione della coalizione “semaforo” con Verdi e FDP, che nell’accordo di coalizione riuscirono a strappare alla SPD la definizione di un nuovo approccio, più atlantista, della politica estera tedesca nei confronti della Cina, come ricorda Bütikofer. Una politica che doveva essere fortemente integrata con quella degli Stati Uniti, in appoggio a Taiwan contro la Cina.

Bütikofer è anche co-presidente della Alleanza Interparlamentare sulla Cina (AIC) fondata nel 2020 (nota 12). Vi aderiscono parlamentari di 19 paesi, appartenenti a partiti di centro-destra, Verdi, nazionalisti, ma anche a partiti labouristi (Australia, Nuova Zelanda, UK). AIC intende promuovere “una risposta coordinata tra gli Stati democratici alle sfide poste dalla condotta attuale e dalle ambizioni future della Repubblica popolare cinese”, e parallelamente sostenere il rafforzamento dei reciproci legami politici ed economici con Taiwan.

La rivista americana Foreign Policy (nota 13), rileva che «La visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz a Pechino questa settimana ha scatenato un acceso dibattito sulla possibilità che la Germania sia un partner affidabile nella competizione strategica dell’Occidente con la Cina

L’accentuazione della linea filo-atlantica nella UE, anche grazie alla guerra in Ucraina, sta suscitando attriti all’interno dei paesi europei che oltre ai legami con gli Usa, hanno interessi economici e finanziari sostanziosi sia in Russia che in Cina. Attriti che fanno il gioco degli Usa, almeno a breve termine, in quanto indeboliscono la coesione europea, e di conseguenza la capacità della UE di giocare in proprio, e volgersi ad Oriente, obiettivo perseguito in precedenza anche dall’Amministrazione repubblicana di Trump.

In Germania stanno ora venendo al pettine le contraddizioni del suo imperialismo tra la linea dei rappresentanti politici filo-atlantici, e la linea più eurasiatica e di indipendenza dalla superpotenza americana.

Dal punto di vista degli interessi dei gruppi economici c’è senz’altro anche la previsione dell’ineluttabilità del declino della superpotenza americana e la scommessa sulla nuova superpotenza cinese, nonostante l’assenza, per il momento di una struttura di difesa comune, una Nato asiatica.

Probabilmente i calcoli e le strategie di entrambi gli schieramenti della borghesia tedesca sono destinati ad essere smentiti dallo sviluppo concreto delle complesse relazioni internazionali. Sono però prevedibili, nel breve periodo, attriti significativi nella coalizione di governo del maggiore imperialismo della UE, con possibili ricadute sulla tenuta della stessa UE, e delle relazioni internazionali.


NOTE:

1) Adidas, Deutsche Bank, Siemens, il produttore di vaccini BioNTech, Volkswagen e BMW, i giganti della chimica BASF e Wacker Chemie e le aziende farmaceutiche Bayer e Merck.

2) Il 3 novembre, giorno precedente la visita, su un op-ed pubblicato congiuntamente dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung e da Politico.

3) Sulla tendenza in crescita degli investimenti tedeschi in Cina, fino al 2018: http://fdi-center.com/wp-content/uploads/2020/05/German-Investment-in-China-English-Version.pdf

4) Dati VDMA, la Federazione Tedesca dei Produttori di Macchinari e Impianti.

5) https://www.clingendael.org/sites/default/files/2022-08/CA_Datenna_0.pdf pag. 4 lista di rilevanti joint ventures sino-europee, con quote di maggioranza o minoranza e peso dello stato cinese.

6) http://fdi-center.com/wp-content/uploads/2020/05/German-Investment-in-China-English-Version.pdf

7) A fine settembre 2019, la Cina aveva importato 25.166 brevetti tecnologici dalla Germania, per un valore di 86,27 miliardi di $ (dati ambasciata cinese in Germania).

8) La Germania commercia il 40% in più con i Paesi di Visegrád – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – rispetto alla Cina, nonostante questi paesi nel loro insieme rappresentino solo il 7% dell’economia cinese.

9) Dati Unione Europea.

10) Dati della Confindustria tedesca e Camera di commercio e industria (BDI-DIHK), 2020. Le filiali dei gruppi tedeschi investono ogni anno negli USA più di 12 MD$ di dollari in ricerca e sviluppo, l’82% dei quali è nel manifatturiero. Investono quasi 75 MD$ in forza lavoro. L’interscambio tedesco-americano è in crescita e ammonta a 201 MD$, il che fa della Germania il quinto mercato di esportazione degli Stati Uniti.

11) Analisi BDI-DIHK, 2005, Faz, 20 dic. 2005.

12) Motivazioni immediate addotte dai fondatori: la mancanza di trasparenza sullo scoppio della pandemia covid-19 e la repressione del dissenso in Hong Kong.

13) FP, 4 novembre ’22.

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