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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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Trump tra protezionismo e vincoli geopolitici

Inserito da on 2 Febbraio 2017 – 11:50

Trump procede come un treno nell’attuazione del suo programma elettorale fin dai primi giorni. E’ evidente la volontà di coltivare l’immagine dell’uomo forte, deciso, solo al comando.

Purtroppo sta raccogliendo entusiastica approvazione da parte dei sindacati Usa socialimperialisti da sempre e da parte di settori di lavoratori, attirati dalla promessa di più posti di lavoro e sicurezza e reclutati sulla base di una ideologia nazionalista, razzista e di egoismo corporativo.

Fra i governi degli altri paesi c’è perplessità e attesa degli sviluppi. Da capire in che grado Trump rappresenti la borghesia del suo paese.

L’effetto socialimperialista degli annunci
Applausi per l’annuncio del ritiro degli Usa dal TPP e per la rinegoziazione del Nafta, ma anche per la minaccia di pesanti dazi sull’import per tutte le aziende che faranno offshoring (nota 1). Gli applausi vengono dai vari boss dei gruppi americani presenti (da Ford a Dow Chemical), ma anche da parte dei sindacati e da strati di lavoratori. Certo l’effetto mediatico del tweet di Trump che “ha convinto” la Carrier a non delocalizzare la sua fabbrica di condizionatori d’aria, salvando 800 posti di lavoro, non va sottovalutato. Né l’incontro con i produttori di auto (Fiat come Ford, Toyota come General Motors) minacciati di tassazioni straordinarie se non rispetteranno l’“America First”. Ma alla fine quello che conterà per i piccoli o grandi capitalisti sarà la redditività dei loro investimenti o il bilancio di costi/benefici, se il governo li compenserà con sgravi fiscali o ulteriore deregulation (Trump ha anche annunciato la sospensione di tre quarti della legislazione federale).

Noi sappiamo che il risveglio dei lavoratori americani sarà amaro, presto o tardi si accorgeranno della logica di classe che guida Trump. Il problema, tuttavia, è chi raccoglierà la loro delusione e saprà indirizzarla verso obiettivi autonomi di classe. E chi potrà correggere le ideologie xenofobe, le divisioni fra i vari reparti del proletariato (autoctoni contro immigrati ad esempio).

Quello che Trump fa balenare agli occhi dei lavoratori americani disoccupati o sottopagati è una sorta di New Deal che arricchirà i costruttori col progetto di strade, ponti e anche il muro di divisione col Messico, che nell’immediato può creare posti di lavoro. A spese di chi nell’immediato nessuno se lo chiederà, se a danno dei malati a basso reddito (tagliando l’Obama Care) o a spese dei richiedenti asilo. Ma soprattutto combinato con un neo protezionismo che aumenterà le tensioni internazionali, l’aumento delle spese militari e la legittimazione delle varie Guantanamo e dell’uso della tortura.

Un programma già visto nella storia anche se in un contesto completamente diverso.

Rinegoziare il Nafta
Dal punto di vista dello scontro interimperialistico che ne conseguirà e dello scontro in atto all’interno della classe dirigente americana, va subito chiarito che nulla probabilmente è come sembra e che quello di Trump potrebbe essere un gioco degli specchi.

Quello che è certo è che nessuno può con certezza prevedere dove andrà a parare. Per ora il neo presidente aumenta l’audience e contemporaneamente aumenta il nervosismo fra partner e avversari, a cominciare dal ritiro dal TPP e dalla rinegoziazione del Nafta.

Il TPP non è mai stato sottoposto da Obama all’approvazione del Congresso per l’opposizione anche tra le file degli stessi democratici. Quindi il tratto di penna di Trump non modifica l’esistente dei rapporti commerciali Usa con i paesi asiatici e americani coinvolti.

Ben diverse sono le conseguenze di una rinegoziazione del Nafta che funziona da vent’anni e ha creato un mercato comune Centro-Nord americano che ha una forte consistenza economica. Basti pensare che nel 2015 su un interscambio del valore totale di 4990 miliardi di $, l’interscambio degli Usa con Canada e Messico ha pesato per 1246,1 miliardi (583,4 col Messico e 662,7 col Canada), pari al 25% del totale. Su questo interscambio gli Usa hanno accumulato un deficit di 37,3 miliardi (frutto di un deficit sui beni di 73,6 e un surplus sui servizi di 36,3). Se però dall’import negli Usa si sottrae il carburante, che pesa per 84 miliardi (e che è in calo man mano che aumenta l’estrazione di idrocarburi da scisti negli Usa) l’ideologia protezionista di Trump rispetto ai posti di lavoro perde efficacia almeno per quanto riguarda il commercio.

E’ vero invece che gli investimenti diretti Usa in Messico e Canada sono importanti (nel 2013 107 miliardi in Messico e 386 in Canada) e sono operazioni di offshoring.

Tra gli obiettivi immediati della Casa Bianca c’è la modifica della normativa sul contenuto minimo di made in Usa nelle auto vendute a nord del Rio Grande senza tariffe doganali, quindi un obiettivo relativamente modesto. Come sottolinea l’Economist, Trump ha gli strumenti legali per un ritiro degli Usa dal Nafta o per un suo ridimensionamento. Ma per ora non ne sono evidenti i vantaggi.

Certi sarebbero invece gli effetti dirompenti sull’economia del Messico con conseguente inevitabile ondata di esodo dei messicani (e allora, commenta lo stesso editorialista, davvero servirà un muro d’acciaio per trattenerli). Ma l’effetto sarebbe dirompente anche sugli Usa, creerebbe il caos nella catena di forniture alle imprese (il 60% dell’import da Canada e Messico come materie prime o componenti va alle imprese Usa e ne abbassa i costi di produzione), avrebbe dei contraccolpi sull’export statunitense nei due paesi (e sul 1,1 milioni di posti di lavoro connessi fra industria, servizi e agricoltura) e sul lungo periodo produrrebbe un aumento dei prezzi al consumo.

Effetti economici e politici dell’uscita dal TPP
Tornando al TPP oltre a ribadire che era un accordo potenziale e non attivo, ne va un po’ sfatata l’importanza per gli Usa. Secondo il Census Bureau statunitense l’interscambio degli Usa con gli altri 11 paesi del TPP nel 2016 era intorno ai 1363,9 miliardi di $, ma 982,9 miliardi a carico di Messico e Canada (pari al 72% sul totale TPP), segue il Giappone con 177,6 miliardi e i rimanenti otto paesi pesano per 203,4 miliardi. Circa la metà a carico di Vietnam e Malaysia, contro cui si sono puntati gli strali di Trump.

Canada e Messico sono già legati tramite il Nafta, quindi il trattato apriva ulteriormente il mercato americano al Giappone, tenendo fuori Cina e Corea del Sud.

Questo spiega perché in Asia le reazioni più costernate siano quelle del governo giapponese. Il premier Shinzo Abe ha commentato sconsolato che un TPP senza gli Usa è privo di senso, mentre il ministro dell’economia Ishihara vede difficile anche una trattativa bilaterale fra i due paesi Usa e Giappone, visto che Trump vuol rimettere in discussione l’accordo raggiunto per il settore auto. Il Giappone intende proporre agli europei una riedizione di accordo commerciale utilizzando i criteri base del TPP, pur non escludendo di prendere in considerazione accordi con altre nazioni asiatiche in accordo con Cina e India.

Al contrario il ministro del commercio australiano Ciobo propone un TPP minus one, cioè senza gli Usa, che coinvolga gli altri partner, per non perdere i frutti degli otto anni di faticose negoziazioni, anzi che il trattato vada allargato alla Cina e alle altre grandi nazioni asiatiche. E ottiene subito un riscontro positivo da parte di Indonesia e Singapore. Anzi si scopre che Australia e Nuova Zelanda avevano già iniziato a preparare il terreno al vertice di Davos.

Tutto questo ci porta al fatto che quello che cambia è la visione geostrategica statunitense rispetto all’epoca Obama che mirava a prevenire la crescita di statura politica della Cina col suo “Pivot to Asia”. Il TPP negli Usa era fortemente voluto da società come Wal-Mart, Gap, e Nike contro la concorrenza cinese, ma anche europea in Cina.

Solo John McCain, oggi senatore dell’Arizona, si dichiara contro le mosse del presidente Trump. Fra politici e businessmen predomina la prudenza, nessuno vuole contrariare a priori la nuova Amministrazione. Molti si limitano a suggerire che la Cina sarà la prima a trarre vantaggio dal ritiro Usa perché “riempirà il vuoto di potenza”. Alcuni però mettono in discussione la vulgata per cui Trump preparerebbe un braccio di ferro con la Cina.

Isaac Stone Fish, redattore di Foreign Policy e James A. Millward della Georgetown University, seguiti a ruota dal New York Times, definiscono la posizione di Trump come una manovra pro domo sua, un ricatto nei confronti della Cina per ottenere corposi vantaggi per i suoi affari privati e per quelli del discusso genero Jared Kushner, insomma una prova del fatto che Trump e il suo team non si apprestano a difendere gli interessi della nazione ma solo di una specifica consorteria di affari, e i criteri di scelta del suo staff lo dimostrerebbero.

Naturalmente la conclusione non è solo che c’è un conflitto di interesse, ma che il discredito gettato sulle istituzioni a lungo andare rafforzerà il prestigio della Cina in Asia.

Certamente la Cina è ora nelle migliori condizioni per riproporre e potenziare la RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership): una alleanza economica alternativa che ambisce a collegare i dieci paesi Asean con le tre potenze asiatiche (Cina, India e Giappone), Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda (per un miglior confronto vedi nota 2).

Ma come prospettiva di lungo periodo non è certo una proposta agevole da realizzare, soprattutto per quanto riguarda la collaborazione dei tre pezzi da novanta regionali, cioè Giappone, Cina e India. Senza contare che in Asia gli Usa hanno sempre disposto di alleati storici pronti a fare da bastian contrario, come le Filippine o la Malaysia. Ma è un’arma a doppio taglio perché nel futuro questi paesi potrebbero cambiare partnership, come sembra aver già fatto il nuovo presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte.

Tutto sta se Trump si limiterà a dar seguito alle minacce economiche (la tariffa del 45% sulle importazioni cinesi, la richiesta di rivalutazione dello yuan) o se insisterà in un attacco geopolitico diretto rimettendo in discussione la politica dell’unica Cina, tendendo una mano a Taiwan.

Secondo molti economisti nei prossimi anni la Cina sarà l’alfiere del liberismo nel mondo, ma potrebbe accettare fino a un certo punto i dazi sui suoi prodotti, purché il danno economico non comporti un calo nel reddito medio raggiunto dai suoi cittadini e il cui mantenimento è la migliore garanzia di conservazione per il regime di Pechino. Pechino non scatenerà per prima una guerra commerciale ma vi può essere costretta. Una volta iniziata questa guerra non sarebbe senza conseguenze per gli stessi gruppi USA che vedono nel mercato cinese il più profittevole nel futuro.

Ma soprattutto Pechino non accetterà mai una rivalutazione di Taiwan come “seconda Cina”, vorrebbe dire toccare un nervo scoperto. Non solo, questo costringerebbe la Cina a un riarmo accelerato e a sacrificare ancora più risorse del suo bilancio per rafforzare il proprio dispositivo militare.

Una nuova Yalta in Medio Oriente fra Russia e Usa è possibile e non sarebbe estranea alla diplomazia dei due paesi (la Guerra Fredda fu la copertura ideologica per una tacita alleanza dei due paesi per demolire gli imperi coloniali europei) e comunque probabilmente conforme agli interessi di entrambe le potenze.

Una guerra in Asia per sfruttare la temporanea superiorità militare Usa sembra a breve una mossa eccessiva anche per cavallo pazzo Trump.

Quello che si deve capire, e non sarà possibile farlo da subito, è la bilancia di vantaggi e svantaggi per le varie frazioni dell’imperialismo Usa che deriva dalle scelte di Trump.

Quello che è certo è che sarà il presidente di una parte più o meno ampia della borghesia, mai del proletariato.

Nota 1 Il TPP (Trans Pacific Partnership) è un accordo commerciale firmato nel 2015 da Stati Uniti, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam (sono fuori Cina e Corea del Sud) e non ancora entrato in vigore.
Il Nafta (North American Free Trade Agreement) è un trattato di libero scambio commerciale stipulato nel 1992 da Stati Uniti, Canada e Messico ed entrato in vigore nel 1994.
Con offshoring si intende la delocalizzazione di imprese e investimenti.

Nota 2 Confronto fra paesi membri di TPP e RCEP (i paesi Asean sono in grassetto):
Membri TPP RCEP

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