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18 Novembre 2019 – 12:19 |

C’è parecchia indifferenza nella sinistra europea e italiana in particolare per le lotte in corso in Medio Oriente, Questo è particolarmente vero per il Libano (le uniche manifestazioni di solidarietà sono venute da libanesi negli Usa). Una indifferenza doppiamente colpevole perché in parte “copre” le responsabilità dell’imperialismo europeo e italiano in particolare, ma anche perché impedisce di capire una battaglia che è componente imprescindibile della …

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Sinai: solo l’internazionalismo può porre fine al terrorismo

Inserito da on 27 Novembre 2017 – 22:18

L’attentato in Sinai avviene in un contesto di forte tensione fra gli Stati dell’area: Iran, Arabia, Turchia, Egitto), con un ruolo attivo più o meno evidente di Israele e Turchia. continua nel silenzio assordante della stampa occidentale il sanguinoso conflitto in Yemen e il blocco del Qatar, le velleità indipendentiste del Kurdistan iracheno sono state per ora represse, mentre l’acuirsi dei contrasti fra Iran e Arabia Saudita stanno coinvolgendo il Libano; Russia, Turchia e Iran tentano un accordo sul futuro assetto della Siria.

Se sarà confermato che si tratta di un’azione ispirata se non diretta dell’ISIS, si tratta da un lato di un attacco al governo al Sisi e ai suoi alleati (in questo caso la tribù Sawarka), dall’altro di un attacco a correnti islamiche che criticano l’ISIS (i Sufi, ma anche i Salafiti).

Ma nel groviglio di rivalità e guerre descritte in precedenza, la bandiera dell’ISIS può essere utilizzata da qualsiasi parte in campo per operazioni non dichiarate contro gli avversari. Dopo che l’ondata di protesta popolare del 2011 è stata repressa nel sangue e nelle galere in Siria e in Egitto, lo scontro è ora fra stati e frazioni borghesi reazionari, che utilizzano le varianti dell’Islam per coinvolgere nel loro scontro di interessi le masse sfruttate e i lavoratori. Dietro l’ISIS ci può essere chiunque in questo momento, e indipendentemente dal fatto che su un altro fronte mediorientale l’ISIS sia additato come nemico.

L’efferata e indiscriminata violenza dell’attentato rafforza il governo al Sisi a cui offre una ulteriore giustificazione alla repressione, mentre raccoglie la “solidarietà pelosa” degli stati europei compresa l’Italia.

L’attentato è avvenuto nel Sinai del nord, al confine con Israele e Gaza.

Il Sinai, a parte la parentesi dell’occupazione israeliana (1967-82), non ha conosciuto alcun sviluppo economico, è un’area scarsamente abitata, arretrata, senza infrastrutture ed esclusa dai programmi di investimento del governo egiziano. E’ rimasto una sorta di zona franca in cui tribù beduine si autogovernano secondo le antiche leggi, non riconoscendo il governo del Cairo, praticano la pastorizia, ma anche il contrabbando e il brigantaggio. E’ con loro che Hamas negli anni ha tenuto regolari rapporti commerciali attraverso i tunnel per rifornirsi di armi, cibo e medicine. Il governo Morsi aveva chiesto inutilmente alle tribù del Sinai la consegna delle armi, ma di fatto non aveva disturbato i loro traffici, per non disgustare Turchia e Qatar (nota 2).

Al Sisi ha proceduto invece a smantellare molti dei tunnel di Hamas (pompandovi l’acqua del Mediterraneo), ha fatto terra bruciata sul confine ormai chiuso di Rafal con bombardamenti a tappeto, distruzione delle case e arresti indiscriminati. Le tribù hanno comunque resistito, come è successo ai tempi di Mubarak, famoso perché nel 2004 dopo un attentato, fece arrestare 3 mila persone, torturandone molti comprese donne e bambini.

Le cose sono cambiate quando una organizzazione locale Ansar Beit al-Maqdis (combattenti di Gerusalemme), attivo in Sinai dal 2011, si è alleata con l’ISIS (novembre 2014) cambiando nome in Sinai Province (a indicare la richiesta di indipendenza dall’Egitto). Nel 2015-16 Sinai Province ha operato vari attacchi terroristici in Sinai ma anche nelle zone turistiche (al Cairo, a Giza e nelle oasi sul confine con la Libia) colpendo sia militari (1000 morti dal 2013) che civili. Il nuovo collegamento con l’ISIS non ha apparentemente scoraggiato Hamas dal fare affari con loro, anzi il capo militare del Sinai per conto dell’ISIS, Shadi al-Menai, si è recato a Gaza e ha incontrato nel dicembre 2015 i vertici delle Brigate al Qassam. A dire il vero non esiste una alleanza ufficiale approvata dai vertici di Hamas, tipo da Khaled Mashal o dal suo luogotenente a Gaza, Ismail Haniyeh. Comunque gli sponsor di Hamas (Qatar, Turchia, Iran) non fanno una piega rispetto alla collaborazione con l’ISIS in Sinai, purché sia in funzione della lotta al loro arcinemico al Sisi. Ed è vero che Hamas collabora indifferentemente con tribù filo governative come i Sawarka, i Breikat, i Ramailat, e i Tarabin ma anche con i Salafiti che sono antigovernativi per principio (erano contro i Fratelli Mussulmani e adesso contro al Sisi).

D’altronde questi contatti evitano ad Hamas il totale isolamento e consentono di ricevere le armi inviate dall’Iran e dalla Libia e sbarcate clandestinamente sulle coste del Sinai e poi trasportate attraverso i tunnel ancora funzionanti a Gaza. Parte delle armi vengono lasciate come ricompensa anche alla Sinai Province. Hamas comunque è stata apertamente perseguitata dal governo al Sisi; la sua popolarità è in declino e non può andare troppo per il sottile pur di rifornire Gaza.

Alcune tribù invece, prima gli al-Tarbiyeen, poi i Sawarka (nota 1), temendo la crescente influenza dell ISIS, hanno firmato una specie di dichiarazione di guerra contro di essa e contro il suo alleato Sinai Province, hanno apertamente approvato l’azione repressiva del governo, della polizia e delle Forze Armate, con cui si sono impegnati a collaborare anche militarmente. Da quel momento sono stati oggetto di attentati. L’ISIS è percepita come una concorrente nella loro pratica di imporre tributi agli uomini d’affari e alla popolazione civile, ma anche una minaccia a un eventuale sviluppo dell’area, in cui passa il gasdotto che raggiunge Giordania e Israele, e che è prospiciente quel tratto del Mediterraneo in cui si sono di recente scoperti giacimento offshore di gas, il cui sfruttamento potrebbe portare una prosperità indiretta anche al Sinai.

Quello che preoccupa il governo egiziano è invece che l’ISIS blocchi l’attività del canale di Suez e del porto di Aqaba. Per ora tuttavia l’esercito egiziano non è riuscito minimamente a riportare l’ordine in Sinai, gli ufficiali sono restii a operazioni di terra da cui escono regolarmente sconfitti, limitandosi a pattugliare con gli elicotteri la zona e a bombardare dall’alto. Una manifestazione di debolezza dimostrata anche in occasione di questo attentato quando la procura egiziana dichiara di aver identificato dall’elicottero 15 attentatori, “perché vestiti di nero” e di averli uccisi sempre dall’elicottero (?!)

Se il tremendo attentato di venerdì 24, in cui sono morte 305 persone e ne sono state ferite 130 in un paese di 2500 anime, aveva lo scopo di ridicolizzare l’esercito di al Sisi e far toccare con mano alle tribù filogovernative che nessuno le difende, è pienamente riuscito. In cambio al Sisi ha promesso di proseguire nella sua specialità di fare il macellaio sparando nel mucchio (“la nostra risposta sarà brutale”), riscuotendo in più la solidarietà pelosa dei governi occidentali.

Se è giusto e doveroso condannare la carneficina, non si può sperare che la risposta ad al Sisi venga dalle tribù del Sinai o dai Salafiti, con il loro orizzonte tribale, l’interpretazione restrittiva del Corano, la loro concezione che i diritti umani sono una corrotta ideologia occidentale. E, soprattutto, la loro ideologia che giustifica l’ingiustizia sociale con la carità e mette gli sfruttati gli uni contro gli altri sulla base della fede religiosa.

Come denunciato nel libro “Occhi nel deserto”, i predoni del Sinai e gli sceicchi salafiti fra il 2013-2015 hanno trafficato in carne umana, sequestrando i migranti provenienti dall’Eritrea e dalla Somalia che hanno scelto la rotta egiziana, torturandoli per ottenere il riscatto dai loro parenti, asportando loro organi per contrabbandarli. Poi sono stati sostituiti dai loro omologhi libici.

L’ISIS e al Sisi, gli sceicchi del deserto rappresentano varianti della stessa categoria sociale, quelli che sfruttano la rendita petrolifera o la rendita da estorsione, che sfruttano i lavoratori e cercano di inquadrarli sotto diverse bandiere, comprese quelle religiose, per metterli gli uni contro gli altri ai propri fini.

Solo una visione di classe e la lotta comune contro i loro oppressori interni e internazionali li potrà liberare.


Nota 1 Nel Dizionario delle tribù beduine i Sawarka sono descritti come un gruppo di 70 mila persone, provengono dalla diaspora palestinese del 1948 da Giudea e Samaria. I loro usi religiosi hanno subito infiltrazioni ebraiche (ad es. festeggiano il sabato, si circoncidono).

Nota 2 Sinai Province ha sempre criticato i Fratelli Mussulmani perché troppo filo occidentali, ma negli ultimi tempi ha ammorbidito i toni forse sperando di pescare fra i loro simpatizzanti.

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