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2 Novembre 2019 – 14:47 |

In Cile continuano le manifestazioni per un radicale cambiamento del sistema, politico, economico e sociale. Il “miracolo economico” liberista, imposto dalla dittatura di Pinochet con una feroce repressione sostenuta dagli USA, è stato un miracolo per i capitalisti (tra cui l’attuale presidente Sebastián Piñera, che ha accumulato 2,8 miliardi di dollari, pari al salario annuo di quasi 600 mila operai), ottenuto a scapito della massa …

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Iraq – Tra guerre del capitale e guerra di classe

Inserito da on 17 Dicembre 2014 – 20:07

Lotte Irak

Scontri settari, sanguinosi attacchi da parte di IS contro tribù e clan sciiti e risposta armata della coalizione internazionale di predoni imperialisti e potenze regionali per mantenere la propria influenza sull’area degradano sempre più le condizioni di vita e di lavoro del proletariato di Irak e Siria. Ma in Medio Oriente c’è un’altra battaglia in corso. Quella che i lavoratori stanno coraggiosamente conducendo per difendersi dagli attacchi del capitale, privato e statale.

Irak. Nelle terribili condizioni in cui sono stati gettati dalla guerra, i salariati iracheni combattono anzitutto per conquistare il diritto a organizzazioni indipendenti dai sindacati ufficiali, precluse ai dipendenti del PI e dei gruppi statali, che rappresentano il 62% di tutti i salariati (nota 1), da un decreto risalente alla legislazione sul lavoro introdotta dai baathisti di Saddam nel 1987. La legge sulla libertà di organizzazione sindacale è in vigore solo per il settore privato, misto e cooperativo. E questo in contraddizione con il diritto a organizzarsi formalmente riconosciuto ai lavoratori dalla Costituzione del 2005. Ma anche i salariati dell’agricoltura e i “coadiutori” domestici sono esclusi da alcune tutele. Inoltre non è riconosciuto in generale il diritto alla contrattazione collettiva. Oltre la metà degli occupati sono lavoratori senza tutela alcuna.

La vigente legislazione sul lavoro non venne revocata dopo l’abbattimento del dittatore, anzi. Dal marzo 2003, l’Autorità Provvisoria a guida americana, soprattutto sotto la pressione dei grandi gruppi petroliferi, l’ha mantenuta e inasprita a più riprese in occasione delle numerose e organizzate proteste dei salariati del settore, giungendo a vietare qualsiasi espressione che “incitasse al disordine civile, a sommosse o al danneggiamento della proprietà”. Questa clausola sui “disordini civili” è stata spesso usata nel tentativo di fermare gli sforzi organizzativi degli attivisti dei sindacati indipendenti.

Tra il 2009 e il 2010 il governo fantoccio e settario iracheno di Maliki ha concesso contratti per lo sviluppo dei giacimenti esistenti e per l’esplorazione di nuovi a 18 compagnie petrolifere, tra cui ExxonMobil, Royal Dutch Shell, l’italiana Eni, le russe Gazprom e Lukoil, la malese Petronas e una joint venture tra BP e la Chinese National Petroleum Corporation. Le quali hanno ottenuto inoltre prezzi di favore per l’utilizzo dei terreni, per il petrolio che estraggono, una legislazione del lavoro repressiva e la garanzia che non vengano applicate ai dipendenti iracheni del settore le condizioni salariali dei lavoratori dei gruppi esteri.

Dunque, benché l’Irak possegga le quinte maggiori riserve provate di petrolio del mondo, queste ricchezze naturali non beneficiano in generale alla popolazione irachena (nota 2), e neppure ai salariati del settore. Con forti lotte – prontamente e duramente represse da esercito e ministero del Petrolio – questi salariati si sono a più riprese opposti ai previlegi economici e normativi riconosciuti nei contratti stipulati dal governo iracheno con i gruppi esteri, hanno ammonito contro il rischio di licenziamenti a seguito di questi accordi, hanno rivendicato una maggiore quota dei profitti intascati dallo Stato (nota 3). La classe dei salariati iracheni è in forte crescita (nota 4), ma con scarse prospettive occupazionali al di fuori degli apparati statali, sia perché a bassa qualificazione (il 54% è analfabeta e il 6% ha frequentato solo la scuola primaria), che per la scarsità di industrie. Anche il petrolifero, controllato dallo Stato, ma sfruttato dai grandi gruppi esteri, pur rappresentando il 65% del PIL iracheno occupa solo l’1% della forza lavoro complessiva del paese (nota 5).

Occupati Irak
Fonte: Iraq Knowledge Network (IKN) survey, 2011

Nel settembre 2013 i lavoratori hanno organizzato proteste nazionali per chiedere miglioramenti di salario, pensioni, previdenza sociale e condizioni di lavoro, in particolare nel settore elettrico e infrastrutture. Hanno anche contestato le esorbitanti retribuzioni e pensioni dei funzionari governativi, mentre milioni di lavoratori ricevono salari insufficienti al mantenimento delle loro famiglie (nota 6). Gli stipendi dei parlamentari iracheni sono mediamente 40 volte quelle di un iracheno medio.

Ma al-Maliki, che nell’aprile 2013 aveva fatto reprimere con i militari e le forze di sicurezza una manifestazione di protesta a Al-Hawija causando oltre 200 vittime (nota 7), nel 2014 chiamò alle armi i lavoratori per combattere gli occupanti di IS, costringendoli con metodi gangsteristici ad unirsi alle milizie sciite. (Ocnus.net, luglio 2014).

Il 23 ottobre 2014, di fronte al rifiuto del ministero del Petrolio di negoziare su questioni quali posti di lavoro per i disoccupati, formazione professionale e aumento della retribuzione per lavori pericolosi, la Commissione sindacale aziendale ha organizzato una manifestazione di protesta a Basra, alla quale hanno partecipato circa 2000 salariati del gruppo statale Southern Oil. Tra le rivendicazioni avanzate: applicazione anche ai dipendenti del petrolifero della scala salariale istituita nel 2003 per i dipendenti statali (nota 8); aumento dell’indennità di fine rapporto e del premio di produzione, riduzione delle forti disparità salariali, assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori temporanei e a contratto, con il computo di tutti gli anni di servizio pregressi, compresi quelli maturati in altri posti di lavoro; computo del servizio militare agli effetti dell’anzianità di servizio; attuazione della legge sulla previdenza sanitaria per tutti i dipendenti; assunzione in società di servizio del petrolifero dei lavoratori rimasti disoccupati (nota 9).

Novembre 2014. I salariati iracheni di diversi settori da mesi non ricevono il salario. Numerose le proteste e le manifestazioni per il pagamento degli arretrati di migliaia di lavoratori del settore pellame (quartiere Karradha, nel centro di Baghdad), del tessile e abbigliamento (di Najaf, Diwanyya, Kut, Babilonia) e oli vegetali (Missan). A Babilonia i lavoratori tessili, senza paga da agosto, hanno bloccato le strade che portano alla fabbrica. Il consiglio dei ministri ha infine offerto il pagamento di una mensilità arretrata. La Federazione Generale dei Sindacati Iracheni (GFITU) (nota 10) respinge l’offerta del governo e rivendica il pagamento per intero del salario arretrato, chiede inoltre che il governo si prenda carico dei licenziamenti causati dalla chiusura di diverse fabbriche.

A fine ottobre 2014, nel quadro dell’iniziativa che coinvolge i lavoratori del Medio Oriente e Nord Africa sulla questione della violenza contro le donne nei luoghi di lavoro (nota 11), GFITU ha organizzato un raduno nella piazza Al Qushla di Baghdad. È stata letta una dichiarazione della rete sindacale delle donne arabe che, esprimendo preoccupazione per la aumentata violenza contro le donne, chiede un’azione immediata. Il 25 novembre, giorno internazionale di lotta contro la violenza sulle donne, gli attivisti sindacali iracheni hanno chiesto a ILO di adottare una convenzione internazionale con uno standard basato sulla violenza di genere; ma nella sua riunione di novembre ILO non ha posto all’O.d.G. questa proposta.

A coronamento di un impegno durato tre anni 119 lavoratori dei trasporti di Gulftainer (nota 12) nel porto iracheno di Umm Qasr, hanno creato una commissione sindacale; questa organizzazione farà parte della Confederazione GFITU. La decisione rappresenta una pietra miliare per i sindacati iracheni, che finora dovevano attendere l’approvazione della direzione aziendale per poter creare commissioni sindacali.

Gli esempi di lotta sopra riportati fanno sperare che il movimento operaio d’Irak impari a dissociarsi dagli interessi delle classi dominanti irachene, anche di fronte ad attacchi militari come quello in corso. Purtroppo occorre tenere presente che, se da un lato la necessità di difendere il diritto ad un’esistenza dignitosa unifica la classe dei salariati iracheni, dall’altro un rilevante fattore di debolezza per le loro organizzazioni sindacali – oltre ovviamente alla repressione statale – è che esse, raccogliendo in una unica struttura sunniti, sciiti, arabi e curdi, si trovano coinvolte nelle lotte tribali e settarie del paese. Inoltre, come accade in diversi PVS, data la rilevante quota dell’economia del paese detenuta dallo Stato, i lavoratori utilizzano spesso il tramite di un partito politico borghese, anziché una propria organizzazione politica autonoma, per negoziare con il padronato statale.

Nota 1: Percentuale che sale al 70% nei governatorati di Kirkuk, Diyala, Najaf e Basra.

Nota 2: Stimata in 31,7 milioni di persone; i giovani al di sotto dei 15 anni sono il 41% della popolazione, una struttura di età simile a quella di altri paesi arabi (dati Iraq Knowledge Network (IKN) survey, primo trimestre 2011).

Nota 3: Da ricordare in particolare lo sciopero e le manifestazioni organizzate a Basrah nel marzo 2010 dal maggior sindacato del settore, l’Iraqi Federation of Oil Unions (IFOU) che rappresenta circa 26000 salariati di 10 sindacati petroliferi.

Nota 4: Nel 2007-2011 nel mercato del lavoro iracheno sono entrate mediamente 250mila nuove forze lavoro, che si prevede saliranno a 290mila nel 2012-2016. A fine 2011 il tasso di partecipazione della forza lavoro era del 42%, per un totale di 7,9 milioni, ma solo 6,643 milioni a tempo pieno.

Nota 5: UNPD, United Nations Development Programme, 11.12.2011.

Nota 6: Occorre tenere presente l’alto tasso di dipendenza: per ogni 100 persone nella forza lavoro (15-64 anni), ce ne sono 75 al di fuori da questi mantenute.

Nota 7: Geneva International Centre for Justice (GICJ).

Nota 8: http://govinfo.library.unt.edu/cpa-iraq/budget/March_Salaries.html, 18.03.2004.

Nota 9: Da “Lista delle richieste avanzate dai lavoratori in protesta della Southern Oil Company, il 23 ottobre 2014”, http://www.solidaritycenter.org/content.asp?contentid=1960

Nota 10: GFITU è una federazione sindacale nata il 15 maggio 2006 dalla fusione di Iraqi Democratic Union (Sindacato Democratico Iracheno) e Employees Union (Sindacato dei salariati) per iniziativa dell’Iraq Freedom Congress, creato dal Partito Comunista Operaio d’Irak collegato al Partito Comunista Operaio d’Iran. Hanno aderito a GFITU i seguenti sindacati: Oil Trade Union (petrolio); Power Trade Union, (energia); Railways Trade Union (ferrovie); Transportation Trade Union (trasporti); Health Services & Employees Trade Union (Sanità); Mechanic Trade Union (metalmeccanici); Construction & Lumbers Trade Union (legno e costruzioni); Textile & Leather Industry Trade Union (tessile e pellame); Ministry of Trade Employees Trade Union (commercio); Agricultural & Food Substances (agro-alimentare).

Nota 11: Iniziative organizzate sull’argomento si sono avute anche in Marocco e Giordania.

Nota 12: Gulftainer è un importante operatore di terminal portuali, con sede legale negli Emirati Arabi Uniti, ma operante in tutto il mondo. In Medio Oriente è il maggiore gestore di terminal, otto in totale, di cui due in Iraq, l’Iraq Container Terminal e l’Iraq Projects Terminal nel porto di Umm, dove ha anche il centro di logistica Qasr.

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