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19 Agosto 2020 – 19:09 |

Pubblichiamo il Comunicato Commissione Internazionale SI Cobas
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Il SI Cobas segue con partecipazione e augura successo al grande movimento di protesta bielorusso che chiede con forza la caduta del regime. Di fronte alla dura repressione delle prime proteste da parte delle forze dell’ordine, il movimento non solo non si è piegato, ma si è esteso a centinaia di migliaia di persone, costringendo il governo a rilasciare …

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LOTTA COMUNISTA: SOLIDARIETA’ NAZIONALE E INTERCLASSISMO AL TEMPO DELLA CRISI

Inserito da on 18 Aprile 2020 – 12:13

Pubblichiamo un contributo del Circolo internazionalista Francesco Misiano di Roma:

Le crisi, specie se sono profonde e se scuotono il tessuto sociale, mettono a nudo la vera natura dei rapporti tra le classi, e anche la natura delle organizzazioni politiche. Non c’è nulla di più vero.
La crisi innescata dalla pandemia Covid-19, nei primi mesi di questo 2020, è una crisi della formazione economico-sociale capitalistica, non può esserci dubbio al riguardo. Lo è nelle sue cause, che sono molto meno extra-economiche di quanto una visione superficiale tenda a individuare, e nei suoi effetti sociali, che sono sotto i nostri occhi. Possiamo davvero limitarci a sostenere, come fa un foglio sedicentemente marxista come Lotta comunista, che le sole responsabilità del capitalismo risiedano nell’incapacità di gestire adeguatamente una “catastrofe naturale”? paragonando questo virus a fenomeni geologici come eruzioni e terremoti, sulle cui cause non influisce minimamente l’attività umana?

I “marxisti” di Lotta comunista in uno degli ultimi numeri del loro giornale scrivono:

Nel merito teorico, valgono per la crisi pandemica le considerazioni formulate dal marxismo per tutti i grandi fenomeni naturali catastrofici: le cause ultime di quegli accadimenti in larga parte sono e resteranno fuori dalla possibilità d’intervento della specie umana […].
lo sviluppo delle forze produttive, mutando il rapporto organico tra uomo e natura, ha dato all’umanità gli strumenti per intervenire sugli effetti di quegli eventi catastrofici, prevenendone o mitigandone le conseguenze.

Se per “economia” intendiamo semplicemente gli andamenti al rialzo o al ribasso dei titoli sul mercato azionario mondiale allora non c’è dubbio che il virus che sta flagellando il pianeta se ne colloca esternamente, ma se, da marxisti, per economia intendiamo la produzione e la riproduzione da parte degli uomini della loro stessa vita materiale, quindi i modi in cui essi si rapportano tra di loro per produrre e il loro rapporto con i presupposti materiali della produzione, ovvero con la natura, allora non c’è nulla di più “economico” delle cause del Covid-19.

Non c’è nulla di più economico di un modo di produzione orientato sulla produzione per il profitto che, incurante degli effetti che il suo intervento sulla natura può avere per la nostra specie nel medio e nel lungo termine, irrompe come un bulldozer negli ecosistemi a noi contigui; altera, senza nessun giudizio che non sia quello del profitto, i cicli vitali di altre specie animali trasformandole in prodotti alimentari nocivi nelle catene di montaggio chimico-farmaceutiche degli allevamenti intensivi; o che crea inopportune promiscuità tra animali selvatici, vettori di patogeni spesso ignoti, e un’umanità concentrata in insalubri formicai di milioni di abitanti, dove questi patogeni mutano, saltano da una specie all’altra e si diffondono a velocità impensabili.

C’è molto di catastrofico in questo, ma assai poco di “naturale”.
Ma non è solo sulle carenze di impostazione teorica della cosiddetta “analisi” di Lotta comunista che occorre soffermarsi.

Negli ultimi due mesi abbiamo assistito in Italia ad una gestione vergognosa dell’emergenza sanitaria, che ha messo in luce una volta di più come il peso delle criticità del sistema capitalistico venga redistribuito assai poco equamente sulle spalle delle diverse classi sociali. Le istituzioni locali e quelle centrali hanno rimandato il più possibile l’adozione di misure efficaci per il contenimento del virus pronandosi servilmente, come è nella loro natura d’altronde, ai diktat delle associazioni padronali le cui esigenze produttive e commerciali non dovevano essere messe in discussione. Quando il contagio ha cominciato ad assumere proporzioni allarmanti il Governo, il servizievole comitato d’affari della borghesia, è dovuto correre ai ripari… tardivi e parziali. Per dare un colpo al cerchio della disponibilità verso Confindustria e un altro alla botte della pubblica opinione sono state prese misure di distanziamento sociale e di autoisolamento, pubblicizzate con una copertura mediatica pressoché totale, che hanno coinvolto gli impiegati della pubblica amministrazione, dei servizi, del commercio al dettaglio e della ristorazione. Mentre la vasta massa degli strati intermedi legati al terziario veniva relegata nelle proprie abitazioni, con accesso più o meno esteso alla possibilità dello smart-working, i lavoratori dei settori produttivi, anche quelli non essenziali, erano costretti a continuare a muoversi per recarsi sul proprio posto di lavoro, senza che le aziende provvedessero né alla sanificazione degli ambienti produttivi né alla fornitura di presidi di protezione o di misure di distanziamento, ove possibile. Nel frattempo la curva dei contagi è salita spaventosamente proprio in coincidenza delle aree industriali del paese, dove si continuava a lavorare senza sicurezza per garantire l’accumulazione di profitti del padronato.

Mentre si distoglieva molto opportunamente lo sguardo dalla foresta rappresentata da questa pericolosa criticità, il Governo e tutti i media borghesi fissavano l’attenzione sull’albero delle vere e presunte trasgressioni individuali ai decreti restrittivi, da additare al pubblico biasimo per impedire che venisse alla luce il nervo scoperto dell’inazione governativa sulle trasgressioni di gran parte del mondo datoriale, che ha costretto per settimane centinaia di migliaia di persone a continuare a veicolare il virus.

Mentre i lavoratori dei settori a rischio scendevano in campo aperto con scioperi e picchetti per reclamare dal governo misure concrete per la salvaguardia della sicurezza propria e dei propri congiunti, il Governo inscenava con i maggiori sindacati confederali la pantomima di un tavolo di trattative, i cui termini erano dettati da Confindustria, arrivando alla firma di un primo protocollo per la “tutela dei lavoratori” che si limitava a “consigliare e raccomandare”, senza IMPORRE né tantomeno CONTROLLARE che le aziende produttive non essenziali venissero chiuse o che le misure per la sicurezza dei lavoratori venissero rispettate.

Solo la minaccia di scioperi diffusi e incontrollabili da parte di varie organizzazioni di base dei lavoratori ha spinto le sigle sindacali confederali a recedere dai loro precedenti compromessi con Governo e padronato e ad accorgersi improvvisamente che gli accordi sin lì accettati con sorrisi e strette di mano erano in realtà inaccettabili. Si è arrivati così ad un lockdown più esteso, per quanto ancora lontano dall’essere completo quanto sarebbe stato necessario. In effetti, a fine marzo, annunciando la tanto rimandata “chiusura totale” il Presidente del Consiglio si giustificava affermando che:

[…] la selezione delle filiere essenziali, in ragione della forte integrazione e interconnessione fra le produzioni, è risultata davvero molto delicata. […] vi sfido a immaginare come poter distinguere all’interno di un complesso sistema produttivo le attività produttive essenziali da quelle non essenziali in questo momento.

Una selezione tanto “delicata” che la produzione militare è continuata senza interruzioni, mentre il catalogo dei settori “essenziali” del Ministero del Lavoro include le varie aziende esclusivamente in base alla loro macroarea di appartenenza, non entrando nel merito della specifica attività. In questo modo ad esempio rientra tra i settori essenziali anche la produzione e l’ottimizzazione “estetica” dei display sulla plancia dei trattori agricoli, per non parlare delle attività di marketing delle aziende che rientrano nei settori fondamentali.

Mentre la nostra classe combatte con le armi che gli sono proprie per la difesa dell’elementare diritto all’esistenza; mentre la classe operaia italiana e mondiale subisce le contraddizioni immediate di una crisi del sistema capitalistico che avrà forti ripercussioni sull’economia globale, con prevedibili conseguenze sul piano della stabilità sociale; mentre le compagini statali delle borghesie di tutti i paesi si dibattono con le difficoltà causate dal modo di produzione di cui perpetuano il funzionamento e cercano di scaricare sul proletariato i costi della ripresa, Lotta comunista cosa fa?
Lotta comunista fa… la spesa.

Da qualche settimana numerose testate giornalistiche locali e le rubriche locali di diversi quotidiani nazionali riportano con grande simpatia, con tanto di interviste e di accattivanti servizi fotografici, l’iniziativa di Lotta comunista ai tempi della crisi del Covid-19: mettere a disposizione i “militanti” dell’organizzazione per diffondere volantini con i contatti delle sedi da chiamare in caso di necessità, per raccogliere le telefonate di richiesta e per comprare e consegnare la spesa a casa “dei più bisognosi”, aiutando “chi è in difficoltà”, “chi è in condizioni di fragilità, “chi è solo” anche tenendogli compagnia al telefono o… portando a spasso il suo cane.
Sul volantino si legge:

Nel riaffermare il tradizionale rapporto di fiducia e sostegno esistente da tempo tra i Circoli Operai e gli abitanti del quartiere, e facendo seguito alle numerose richieste già pervenuteci, i volontari del Circolo, di fronte alla difficile situazione venutasi a creare, ritengono doveroso assicurare la loro concreta solidarietà, mettendosi a disposizione di chiunque si trovi nella necessità di avere un appoggio o un aiuto per provvedere a tutte le esigenze della quotidianità (spesa, medicinali, giornali, o supporto e assistenza di vario genere).
Il Circolo Operaio, nei limiti del possibile e nel pieno rispetto delle norme di sicurezza previste, si adopererà quindi per soddisfare al meglio le richieste che ci saranno inoltrate…

Le testate giornalistiche nazionali sono ovviamente benevole verso un’iniziativa che si inserisce perfettamente nel clima di union sacrée dominante e che è infatti condivisa da associazioni cattoliche, dalla Croce Rossa e… da Casapound. Ma non ci si può nascondere che la gentilezza della stampa borghese verso le organizzazioni politiche è inversamente proporzionale alla percezione della loro pericolosità per l’ordine costituito.

Per chi conosce l’attività caratterizzante di Lotta comunista, ovvero il commercio porta a porta dei loro prodotti editoriali, può sembrare evidente il vero scopo dell’iniziativa: usufruire della mobilità concessa alle associazioni di volontariato per recuperare in una certa misura le perdite economiche che la vendita del giornale subisce a causa dei decreti restrittivi. E non c’è dubbio che questi “militanti”, per giustificare quest’operazione, ricorreranno sicuramente, come già in passato alla comoda formula dell’espediente “pragmatico” per diffondere il giornale, ad una “tattica” per avere maggiore agibilità…

Il vero nocciolo della questione è che il giornale che tanto “abilmente” distribuiscono nelle case non fa nessuna denuncia delle gravi condizioni in cui versa la classe operaia in questa crisi, se si eccettua una manciata di righe in ultima pagina in cui si ricorda che ci sono:

poi gli operai, costretti persino a scioperare per avere minime condizioni di sicurezza, e tutti i dipendenti dei servizi essenziali, dalla logistica sino alle cassiere dei supermercati.

E che esiste anche un esercito di lavoratori delle aziende che hanno chiuso i battenti che:

…da un giorno all’altro si trova senza reddito e senza protezioni.

E questo è quanto. Si trovano maggiori e più approfonditi elementi di denuncia nei giornali borghesi “di sinistra”.
Lo scopo evidente di Lotta comunista è quello di guadagnarsi un volto “responsabile” e “rispettabile” da far fruttare quando la crisi sarà passata, magari incrementando il numero di acquirenti, allargando la clientela a tutti coloro che avranno apprezzato la loro opera di assistenzialismo sociale, finalmente scevra da ogni connotato di classe.

È sicuramente un’opera meritevole soccorrere persone in difficoltà, non saremo noi a negarlo, ma non si può astrarre dalle circostanze sociali che producono queste difficoltà. Nella società divisa in classi le azioni hanno un valore non in sé, ma in rapporto alla tendenza al superamento o alla conservazione di questo sistema sociale. Esistono organizzazioni ed enti specifici che da secoli si incaricano di tamponare quanto possibile le storture del capitalismo, ma sappiamo che, al di là della buona fede e della filantropia degli individui che vi si impegnano in prima persona, essi operano con lo scopo di fornire dei palliativi che narcotizzano il dissenso e l’ostilità nei confronti delle cause sociali delle miserie umane.
Il compito dei rivoluzionari è ben diverso.

I rivoluzionari sono quelli che portano avanti una battaglia per la chiusura dei luoghi di lavoro non essenziali, con il 100% del salario, per il controllo rigido delle misure e dei dispositivi nei settori essenziali, con tamponi per tutti laddove si verifichi anche un solo caso di positività al virus, e che denunciano chiaramente la demolizione del sistema sanitario pubblico con tagli e aziendalizzazione; che organizzano il personale della sanità, dai medici alle OS, contro le condizioni inammissibili in cui sono stati e sono tuttora costretti a lavorare in molti ospedali, come carne da macello gettata in prima linea.
I rivoluzionari sono quelli che affermano apertamente che le decine di migliaia di vittime del Covid-19 in Italia sono da ascrivere alla borghesia italiana e ai suoi tirapiedi governativi; sono quelli che, per costruire l’organizzazione di classe, rifiutano qualsiasi concordia nazionale, qualsiasi tregua o sospensiva nei confronti di un nemico che non fa sconti di nessun tipo, in nessun momento, tantomeno in quelli di “difficoltà”.

I rivoluzionari marxisti, quelli che si battono concretamente per il superamento di un modo di produzione obsoleto ed irrazionale, per una società libera dalle catene del profitto e del bisogno, non hanno occasione migliore delle situazioni di crisi del sistema per inchiodare il capitalismo alle sue responsabilità, con iniziative di denuncia frontale, intransigente e senza compromessi, della borghesia e dei suoi governi. Quale occasione migliore di questa, in un momento in cui i contrasti di classe si acutizzano e diventano evidenti, per denunciare un sistema sociale che scoperchia regolarmente il vaso di Pandora della catastrofe sociale? Quale occasione migliore di questa per attaccare frontalmente governi che rispondono innanzitutto ai loro committenti della classe dominante, per i quali il profitto viene prima della salute o della vita stessa dei lavoratori? Quale occasione migliore di questa per attaccare frontalmente governi che nel loro alternarsi apparente hanno smantellato la sanità pubblica, che ha dovuto gestire con mezzi insufficienti questa pandemia?

Certamente non sono rivoluzionari quelli che applicano sedicenti “tattiche” di prudente dissimulazione, utili solo a farsi tollerare dalle istituzioni borghesi. Ogni iniziativa pubblica viene letta dalle masse, e se non ci si pone in netta contrapposizione con il sistema, ma anzi lo si sostiene oggettivamente, i presunti “secondi fini” degli “abili tattici” contano poco. Se le iniziative politiche di partiti che si definiscono rivoluzionari vengono entusiasticamente impugnate dalle retoriche nazionaliste borghesi della concordia e della pace sociale, che fine fa il mantra di Lotta comunista “mai più strumenti in mano altrui”?

Ormai è evidente, se ci fosse stato bisogno di prove ulteriori, che Lotta comunista ha varcato da tempo il Rubicone dell’opportunismo, e che oggi, invece di scatenare i mastini della guerra di classe, ha optato per portare a spasso i barboncini dei pensionati. Sono evidentemente compiaciuti di sentirsi chiamare “angeli rossi”, anche se specificano che sono “più rossi che angeli”, e non si vergognano di paragonare la loro attuale impresa al Soccorso rosso internazionale, che aveva ben altro contenuto di classe. Rinunciando alla solidarietà di classe, disinteressandosi delle lotte concrete del proletariato, hanno optato per un solidarismo universalista dalla faccia pulita e amico delle istituzioni, che parla di “deboli”, “fragili” e “bisognosi” con un linguaggio interclassista indistinguibile da quello cattolico.

Non c’è pericolo che il Ministro dell’Interno si riferisse a Lotta comunista quando ha messo sull’avviso i Prefetti sul possibile riemergere di “organizzazioni estremistiche” pronte a “insinuarsi nelle maglie della crisi economica e a pilotare atti di rivolta e di violenza”.
E non si può certo dubitare che Lotta comunista farà proprio l’appello del Ministro della Salute, che ci ricorda, a proposito dei morti del Pio Albergo Trivulzio, che

Ora è il momento di lavorare sull’emergenza […] e tutto adesso ci serve tranne che fare polemiche.

D’altronde Lotta comunista l’aveva già fatto, in occasione della tragedia del ponte Morandi nell’agosto 2018, quando scrisse sui propri volantini

Ci sarà anche il tempo per le polemiche e per il rimpallo delle responsabilità che sicuramente esistono. […]
Oggi però è il tempo del cordoglio e della solidarietà. E i Circoli Operai si stringono attorno a chi è stato così pesantemente colpito nella vita e negli affetti.
Sono con Genova, con tutti i suoi cittadini, i suoi giovani, i suoi uomini e le sue donne, uniti in un dolore comune ma con lo sguardo rivolto al futuro.
Per rialzare la testa e rimboccarci le maniche. Come sempre questa città ha saputo fare nei suoi momenti più gravi e difficili.

Questo è ormai il tono delle “denunce” di Lotta comunista. L’accantonamento delle polemiche, come se denunciare le responsabilità del disastro da parte di un ordine economico teso al risparmio dei costi piuttosto che a quello delle vite umane fosse una polemica pretestuosa, paragonabile alla sterile ricerca di questo o quell’individuo “colpevole” dell’accaduto; un tono da “responsabilità nazionale” che neanche il PCI di Berlinguer avrebbe assunto; un interclassismo da “ricostruzione” degno del peggior Di Vittorio dell’immediato secondo dopoguerra.

Quello che ci preme sottolineare è che se in un momento critico come l’attuale gli opportunisti di Lotta comunista si prestano a fare opera di ausilio oggettivo all’ordine borghese, arrivando lì dove non arriva lo Stato nella gestione del disagio sociale, piuttosto che incanalare questo disagio verso una consapevolezza di classe e nell’ottica di una lotta concreta, nulla ci vieta di intuire quale sarà la sua collocazione – “tattica o strategica”, che dir si voglia – un domani, di fronte a ben altre crisi dell’ordine mondiale. Il comportamento di fronte alle crisi in atto è l’unica cartina al tornasole dei partiti che si definiscono rivoluzionari, il resto sono chiacchiere.

Ovviamente i paladini stipendiati di Lotta comunista accuseranno chi scrive di vomitare “odio da tastiera” mentre “tanti giovani si impegnano concretamente”. Ma, cari signori – perché il diritto di farvi chiamare compagni lo avete perso da tempo – non è certamente l’impegno che vi si contesta, quanto la natura interclassista dell’impegno.

Nella rubrica della cronaca milanese del Fatto Quotidiano è apparso un panegirico sotto forma di articolo che esalta l’iniziativa “solidale” di Lotta comunista, e intervistato, il coordinatore di uno dei circoli del capoluogo lombardo ha affermato che:

Quando la casa brucia va spento il fuoco e non serve discutere e perdere tempo. Ecco perché abbiamo deciso di mantenere aperte tutte le nostre sedi e darci da fare.

Come non notare la straordinaria somiglianza con le recenti raccomandazioni del Ministro della Salute, che non ci risulta abbia simpatie bolscevico-leniniste?

Ci fa piacere rispondere a questo “militante” e al suo partito con il brano di una lettera scritta da John Reed a Upton Sinclair nel 1918, pubblicata – guarda un po’? – in un libro stampato proprio da una delle case editrici di Lotta comunista, nell’ormai lontano anno 2007 (anni che valgono secoli…):

[…] a me torna alla memoria l’altra vecchia storiella della casa che va a fuoco, e prima di ogni altra cosa bisogna spegnere l’incendio. Già, però la casa non è nostra, e una volta che avremo spento il fuoco, saremo di nuovo gettati in cantina con le catene ai piedi, come prima… Eh no! se tu vuoi che io spenga il fuoco, prima vieni fuori: lo spegnerò solo quando la casa sarà mia. Altrimenti, tanto meglio per me che il fuoco la divori fino alle fondamenta: così io, che sono un lavoratore, potrò ricostruirla; e tu, che sei un proprietario, dovrai venire a lavorare con me o dormire all’aperto.


Roma, 15 aprile 2020

Circolo internazionalista Francesco Misiano

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